martedì 29 dicembre 2009

Romeo e Giulietta - Kissing you (Video)


Des'ree canta "kissing you" colonna sonora del film Romeo & Giulietta con Leonardo Di Caprio




Pride can stand a thousand trials,
The strong will never fall,
But watching stars without you,
My soul cried.
Heaving heart is full of pain,
oh, oh, the aching.
'Cause I'm kissing you, oh.
I'm kissing you, oh.
Touch me deep, pure and true,
Gift to me forever
'Cause I'm kissing you, oh.
I'm kissing you, oh.

Where are you now?
Where are you now?
'Cause I'm kissing you.
I'm kissing you, oh.


* * *


L'orgoglio può sopportare un migliaio di prove,
Il forte non cadrà mai,
Ma guardando le stelle senza te,
La mia anima piangeva.
Palpitante cuore è pieno di dolore,
oh, oh, il dolente.
Perché ti sto baciando, oh.
Ti sto baciando, oh.
Toccami nel profondo, puro e vero,
Regalati a me per sempre
Perché ti sto baciando, oh.
Ti sto baciando, oh.

Dove sei adesso?
Dove sei adesso?
Perché ti sto baciando.
Ti sto baciando, oh.


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venerdì 25 dicembre 2009

LES AFFICHES À TROUVILLE (1906) - Raoul Dufy

   
LES AFFICHES À TROUVILLE (1906)
Raoul Dufy (1877-1953)
Pittore francese del XX secolo
Musée National d’Art Moderne a Parigi
Olio su tela cm. 65 x 81
CLICCA IMMAGINE alta risoluzione
Pixel 1760 x 2500 - Mb 2,05



Il dipinto esprime i caratteri che contraddistinguono il periodo “fauve” di Dufy.

La composizione è ridotta all'essenziale e l'interesse dell'artista si concentra non tanto sulla folla, resa con sommarie pennellate, che passeggia per le strade di Trouville, bensì sugli immensi cartelloni pubblicitari disegnati obliquamente, tanto da conferire alla scena un grande senso di profondità.

Protagonista assoluto è il colore che a differenza degli amici “fauves”, Dufy non stende puro ma sfumato: il lilla, il rosa e il verde che occupano il cielo, la strada, le facciate dei palazzi, creano una calda atmosfera cromatica fortemente incisa dal contorno nero che blocca le figure, i cui abiti sono segnati da toni molto scuri, quasi a voler evidenziare il disinteresse che nutre per loro l'artista.

L'esecuzione del dipinto cade al tempo del soggiorno di Dufy a Trouville, in Normandia, dove si era recato a dipingere insieme all'amico Albert Marquet.

Ambedue gli artisti avevano piazzato il loro cavalletto sulla spiaggia che costeggia il lungomare della città, e trasformatisi in attenti osservatori, ritraevano lo stesso paesaggio più volte.

La tela firmata nell’angolino in basso a destra «Raoul Dufy» e databile intorno al 1906.
Questo quadro è stato acquistato dallo stato francese nel 1956, quindi pochi anni dopo la morte di Dufy, e oggi è esposto al Musée National d'Art Moderne del Centre Pompidou di Parigi.


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RAOUL DUFY (1877 - 1953) - Vita e opere

VEDUTA DI VENCE (1908) - Raoul Dufy

VEDUTA DI VENCE (1908) Raoul Dufy

  
VEDUTA DI VENCE (1908)
Raoul Dufy (1877-1953)
Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris - Parigi
Pittore francese del XX secolo
Olio su tela cm. 65 x 81


A parte quest'opera, la cui composizione riflette l'influenza della pittura di Cézanne e anticipa soluzioni cubiste, Raoul Dufy è noto al grande pubblico come pittore fauve.

Negli anni di questo lavoro, l'artista si era concesso una pausa di riflessione, un generale ripensamento del suo personale stile che ormai si era stabilizzato su canoni che evidentemente non lo soddisfacevano più.

Il cambiamento si deve certamente alla crisi scaturita dall'incontro con la pittura di Cézanne, di cui Dufy comprese a pieno la misura e il controllo della forma…, l'uso degli accostamenti tonali, il modo di condurre il pennello sulla tela.

A seguito della visita alla mostra dedicata al grande maestro allestita nell'autunno del 1907 al Grand Palais, Dufy lasciò Parigi per recarsi a l’Estaque, dove Cézanne aveva trascorso i suoi ultimi anni dipingendo opere di grande interesse.

Fu in questo luogo che Dufy dipinse alcuni paesaggi costruiti con grande rigore formale, fra i quali certamente anche questo dipinto che mostra l’intenzione dell’artista di superare il linguaggio impressionista della pittura di Van Gogh e Gauguin, dai quali Dufy aveva colto la semplificazione resa mediante l'uso di colori puri e saturi.
Il paesaggio è costruito con un linguaggio quasi cubista, vicino a soluzioni contemporanee adottate da Braque, e mediante l'uso di una tavolozza ricca di scalature tonali per ogni colore.

Con lo stesso metodo sono costruite altre composizioni contemporanee come “Battelli all’Estaque” (Nizza, Musée des Beaux-Arts) e Casa fra gli alberi (Libourne, Collezione privata).

La tela firmata in basso a destra «Raoul Dufy» e databile intorno al 1908, è giunta al Museo della città di Parigi insieme a un consistente numero di opere dell'artista donate da Madame Dufy, ed esposte al pubblico nel 1963 dall'allora conservatore museale Germain Viatte.


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RAOUL DUFY (1877 - 1953) - Vita e opere

LES AFFICHES À TROUVILLE (1906) Raoul Dufy


martedì 22 dicembre 2009

RAOUL DUFY (1877 - 1953) - Pittore francese

  
RAOUL DUFY


Raoul Dufy nacque a Le Havre nel 1877 in una famiglia numerosa di artisti.

Nel 1892 il giovane Raoul s'iscrisse ai corsi serali della scuola di Belle Arti della sua città dove conobbe, diventandone amico, Othon Friesz.

Grazie a una borsa di studio, nel 1900 si trasferì a Parigi dove frequentò l'atelier di Léon Bonnat, per poi presentare al Salon, fanno successivo, opere di puro stile impressionistico.

A differenza di molti artisti suoi coetanei, Dufy non cercò l'ispirazione né nella natura, né nei capolavori del passato esposti al Louvre, bensì dalla strada coi suoi abitanti, dai manifesti pubblicitari.

Grazie all'amica Berthe Weil, presentatagli dal pittore Maurice Delcourt, Dufy entrò in contatto con gli artisti che avevano dato vita al gruppo dei fauves, subendo il fascino soprattutto della pittura di Matisse.

Nel 1908 intraprese un viaggio in compagnia di G. Braque nel sud della Francia, durante il quale i due, studiando la pittura di Cézanne, giunsero a soluzioni cubiste; la svolta non si rivelò favorevole a Dufy che oltre a incontrare pareri negativi, lo costringeva ad abbandonare la fresca vena pittorica che lo aveva portato al successo.

Nuovi consensi giunsero grazie alla nuova attività di disegnatore di tessuti, intrapresa a seguito del suo incontro con il sarto Paul Poiret.

Parallelamente Raoul Dufy elaborò uno stile pittorico personale, dove la tavolozza diveniva l'elemento protagonista…, coronò questi anni di ricerca formale la celebre Fée Electricité (Parigi, Musée National d'Art Moderne), opera commissionata per l'Esposizione Universale del 1937, di dimensioni monumentali.

Un anno prima della sua morte avvenuta nel 1953, Dufy si recò a Venezia a ritirare il Gran Premio Internazionale di Pittura, assegnatogli dalla giuria della Biennale.


UN ARTISTA COMPLETO

Raoul Dufy fu un artista poliedrico, dai molteplici interessi, che si occupò non esclusivamente di pittura.

Mise la sua creatività al servizio di più settori: al 1911 risale il suo approccio con la litografia e la decorazione di tessuti utilizzati sia nell'arredamento che nella moda.

Nel 1912 iniziò la sua ventennale collaborazione con la ditta “Bianchini & Ferrier” per la quale disegnò delle fantasie di grande diffusione.

Al 1937 risalgono i grandi pannelli della Fée Électricité allestita nel padiglione dell'Ente Nazionale per l'Elettricità all'Esposizione Universale.

E ancora è da ricordare la collaborazione di Dufy con l'editoria come illustratore di libri, ricordiamo solo quelli nel 1911 per “Le Bestiaire ou Cortège d'Orphée” di G. Apollinaire e i disegni degli anni ‘50 che accompagnarono “Les Nournitures terrestres” di André Gide.

Infine ricordo la collaborazione di Dufy con il teatro (nel 1944 realizzò le scenografie de “I Fidanzatiti di Le Havre” di A. Salacrou, allestito alla Comédie Française) e la sua attività di ceramista.


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MASANIELLO


LA RIVOLUZIONE DI MASANIELLO
Quadro di Domenico Gargiulo
detto Micco Spadaro, secolo XVIII


Fino a qualche anno fa, nello studio della rivoluzione napoletana che prende nome da Masaniello, ha fatto testo un'opera di Michelangelo Schipa, il quale, dopo aver ricostruito con attenta precisione le complesse vicende che si svolsero a Napoli in quegli anni, mettendo in sufficiente rilievo le ragioni sociali della rivolta urbana, definì poi la rivoluzione, nella pagina conclusiva della sua ricerca, un "ciclo di utopie e di scompigli". Questo giudizio negativo fu esteso dallo Schipa anche agli obbiettivi raggiunti dai rivoluzionari, giacché egli scrisse che il periodo si chiuse « con non altra conquista positiva che la riduzione a metà delle gabelle imposte da Carlo V e l'abolizione definitiva della gabella sulle frutta, sui legumi, sulla spelta e sul granone, più sensibile alla povera gente ».
In realtà, se la rivoluzione di Masaniello fosse stata solo un "ciclo di utopie e di scompigli", un risultato del genere avrebbe costituito per essa un grosso successo. Ma la rivoluzione del 1647 fu invece un avvenimento assai più complesso ed importante di una ribellione della plebe urbana, svoltasi confusamente e tragicamente conclusasi. Ed anche gli effetti negativi della sconfitta furono assai più gravi di quanto non sia apparso allo Schipa, perchè videro il rafforzarsi del baronaggio, l'arresto della lotta antifeudale, la dispersione e la disgregazione delle forze che vi avevano preso parte.

Le ragioni della limitatezza del giudizio che lo Schipa diede della rivoluzione va cercata nel fatto che egli portò la sua attenzione quasi esclusivamente agli avvenimenti che si svolsero a Napoli, trascurando quelli che si ebbero nelle campagne.


UN VASTO MOTO ANTIFEUDALE

Un altro storico, Ludovico Pepe, aveva già da tempo, con un suo notevole lavoro, richiamato l'attenzione degli studiosi sulle vicende della rivoluzione nella Terra d'Otranto, ma lo Schipa non raccolse le indicazioni contenute nell'opera del Pepe e preferì accentrare l'attenzione su Napoli e, di conseguenza, sulla figura di Masaniello. La rivoluzione appare perciò nella sua ricerca come una rivolta del sottoproletariato urbano e di altri strati cittadini, causata soprattutto dal malcontento prodotto dal malgoverno spagnolo, con obbiettivi, in fondo, limitati e con uno svolgimento assai confuso. Si trattò invece di un vastissimo moto antifeudale, che si sviluppò sia a Napoli sia nelle campagne, mettendo in serio pericolo il dominio del baronaggio e destando, perciò, la sua più dura reazione.

Il rinnovamento degli studi sulla rivoluzione del 1647 è merito soprattutto di Rosario Villari il quale, in alcuni saggi che sono un'anticipazione di una più vasta opera, ha messo in rilievo la complessità del movimento antifeudale, studiandolo in relazione alla crisi della società europea e spagnola ed estendendo l'indagine alle rivolte che vi furono nelle campagne. In tal modo, quella che era apparsa come una ribellione della plebe napoletana e di altri gruppi della popolazione urbana, appare ora come un grande moto antibaronale, che diede un significato ed una direzione ai moti isolati che già in passato avevano scosso le strutture del Mezzogiorno. Nella grande crisi del 1647, le rivolte contadine e le sommosse locali, fino a quel momento frammentarie e disperse, acquistarono un peso che non avevano mai avuto in passato e che non avrebbero più avuto fino al 1799: le varie spinte si sommarono e diedero un forte colpo all'edificio del feudalesimo. La sconfitta ebbe effetti gravi: il movimento antifeudale subì un riflusso, si frantumò in una serie di episodi isolati e disorganici, privi di efficacia.


LA SOCIETÀ EUROPEA DEL TEMPO

Nella ricerca dello Schipa non solo era stata trascurata l'analisi del rapporto esistente tra città e campagna, tra la grande capitale e province sfruttate ed immiserite, ma era stato anche scarsamente studiato il rapporto tra la crisi della società napoletana e quella che in quegli anni investì la società europea e, in particolare, la monarchia spagnola.

Sulle ragioni che, verso la metà del Seicento portarono l'Europa ad una crisi generale che vide lo scoppio delle rivoluzioni di Napoli, della Sicilia, della Catalogna e della Polonia orientale sono state avanzate diverse ipotesi e ciascuna di esse ha un suo fondamento.
Anzitutto, si possono ricordare le costanti cause di crisi che minavano le strutture della società europea del Seicento: le gravi epidemie che di tanto in tanto spopolavano le campagne e città, riducendone fortemente il numero degli abitanti..., le carestie, i cui effetti devastatori erano quasi altrettanto gravi di quelle delle epidemie..., ed infine le guerre.
Quella dei trent'anni soprattutto gravò in modo assai serio sulle finanze degli stati europei, costringendo i governi ad intensificare la pressione fiscale, che veniva a colpire in maniera più grave gli strati popolari, rendendone più acute le condizioni di miseria. È stato però osservato dall'Hobsbawn che epidemie, carestie e guerre erano elementi esterni alle strutture della società europea del Seicento. In realtà anche in passato esse avevano esercitato la loro azione devastatrice, ed era perciò difficile vedere in esse la causa più importante della crisi della seconda metà del seicento. L'Hobsbawm ha richiamato invece l'attenzione soprattutto sulle ragioni 'interne' alla società europea, riguardanti cioè le contraddizioni del suo sviluppo. La prosperità dell'Europa occidentale e centrale era stata costruita infatti su basi piuttosto fragili, che ponevano al suo sviluppo dei limiti oltre i quali era difficile andare.

Lo sviluppo economico aveva riguardato infatti soprattutto alcune parti dell'Europa occidentale e centrale, mentre nelle regioni orientali (ed anche in alcune zone interne all'area di sviluppo) si era rafforzata l'economia fondata sulla coltura estensiva e, di conseguenza, si erano rafforzate le strutture feudali. Le possibilità di un'evoluzione della società europea in senso capitalistico venivano ad essere perciò fortemente limitate: il processo di sviluppo di alcune zone si accompagnava ad un processo di rifeudalizzazione in molte altre, con la formazione di forti squilibri e di linee di frattura. L'incremento demografico, assai notevole nonostante le epidemie e le carestie, non si era inoltre accompagnato ad un aumento altrettanto notevole della produzione agricola.
Nella ricerca dello Schipa non solo era stata trascurata l'analisi del rapporto esistente tra città e campagna, tra la grande capitale e le province sfruttate ed immiserite, ma era stato anche scarsamente studiato il rapporto tra la crisi della società napoletana e quella che in quegli anni investì la società europea e, in particolare, la monarchia spagnola.


L'ECONOMIA SPAGNOLA

Per quanto riguarda l'economia spagnola, va poi ricordato che l'arricchimento della Spagna era avvenuto soprattutto mediante la spoliazione dei territori coloniali. Il commercio con le terre d'oltreoceano si era svolto a senso unico: di conseguenza esso non aveva stimolato la formazione di nuove forze borghesi, interessate ad uno sviluppo delle strutture economiche e sociali della società in senso capitalistico, ma aveva rafforzato le forze feudali. Si deve anche ricordare, per la Spagna, che la stessa vastità dell'impero costituiva una ragione di debolezza. Le diverse parti che lo componevano, infatti, avevano strutture economiche e sociali assai differenti ed il solo elemento di coesione era dato dalla persona del sovrano. In quegli anni il problema di un rafforzamento del potere centrale si pose in modo assai acuto, ma alla consapevolezza dell'esistenza della questione non si accompagnò la capacità di trovare dei rimedi veramente efficaci. La linea politica seguita dai sovrani spagnoli nei rapporti con le province dell'impero mirò infatti, più che a creare dei solidi legami per il futuro, a sfruttare nel momento presente tutte le loro risorse, e se si considera anche il fatto che la pressione fiscale si fondava su calcoli troppo ottimistici per quanto riguardava le effettive risorse su cui si poteva fare affidamento, si comprenderà come la politica spagnola abbia suscitato un malcontento assai vasto e profondo. La monarchia spagnola, inoltre, per attuarla, non si servì di una burocrazia efficiente, che avrebbe dato vita alle prime strutture di uno stato centralizzato, limitando così il potere dei gruppi feudali delle province, ma si appoggiò alle forze locali che meglio erano in grado di garantire l'accoglimento delle richieste di carattere finanziario. Man mano che si andarono accentuando le necessità finanziarie del governo spagnolo si ebbe cosí un rafforzamento dei gruppi privilegiati e, di conseguenza, delle strutture feudali e semifeudali su cui essi fondavano il loro potere. Le rivoluzioni di quegli anni, esclusa quella della Catalogna, furono perciò opera soprattutto delle masse popolari, che maggiormente sentivano il peso dell'oppressione fiscale e baronale. La classe dei feudatari (a parte le posizioni assunte da singoli nobili) si trovò accanto agli spagnoli, perchè i suoi interessi vitali venivano minacciati dalle insurrezioni contadine e non dalla politica spagnola.


LA CLASSE BARONALE NEL NAPOLETANO E I MOTI CONTADINI


Nel corso dei primi decenni del Seicento c'era stata nel Napoletano una forte ripresa nobiliare. Anche se la classe dei baroni aveva subito delle trasformazioni interne, giacchè speculatori e finanzieri, con l'acquisto di privilegi feudali, erano venuti ad affiancarsi ai nobili di più antica origine, nel suo complesso essa non solo aveva mantenuto ma aveva anche rafforzato il suo dominio. I feudatari si erano serviti del loro potere politico per aumentare nelle campagne il peso della loro potenza economica. Avevano cercato di sfruttare più intensamente i loro possedimenti fondiari, servendosi sia dei loro diritti feudali, sia delle loro posizioni di forza locali; avevano accresciuto l'ampiezza delle loro terre, usurpando quelle comuni o costringendo i piccoli proprietari alla vendita; avevano infine accentuato la pressione sui contadini, utilizzando le prestazioni personali. Per ottenere questi risultati i baroni avevano dovuto rafforzare il loro potere privato, con un più intenso e continuo ricorso alla forza. Erano aumentate, di conseguenza, le bande poste al diretto servizio dei feudatari e si era venuta così ancor più indebolendo l'autorità del governo vicereale.
Nella sua "Storia del paesaggio agrario italiano", E. Sereni, esaminando una mappa rinascimentale di Nardò, in cui durante il 1647 ci furono avvenimenti di rilievo che ricorderemo ampiamente più avanti, osserva...

"Anche nel Mezzogiorno ( ... ) si possono rilevare nel paesaggio gli effetti di una iniziativa individuale, grazie alla quale i contadini più agiati o esponenti di ceti medi cittadini vengono moltiplicando gli acquisti di terre, i dissodamenti e le piantagioni nel territorio suburbano. Persino in Terra d'Otranto, ove pure prevaleva la dottrina dell'universale feudalità, la colonia perpetua consente certi sviluppi di tale iniziativa (...)".

Ma questi processi, negli anni successivi, avevano subito un arresto o un regresso, mentre si era andata rafforzando sempre più la feudalità. Le chiusure di terre, ad opera dei baroni, non venivano fatte per trasformare distese incolte in campi a cultura ma, al contrario, per estendere i pascoli, con la conseguente degradazione e disgregazione del paesaggio agrario e con l'impoverimento dell'economia. Al fenomeno del deterioramento delle strutture economiche nelle campagne si era legato quello dell'urbanesimo. A Napoli vi fu un periodo di forte incremento demografico, che venne ad accentuare la sua posizione parassitaria nel regno, rendendo più grave lo squilibrio tra città e campagna.
Nel corso del processo di rifeudalizzazione la resistenza delle masse contadine all'offensiva baronale fu episodica e frammentaria. Nelle campagne del Mezzogiorno, data anche la frattura esistente tra esse e la capitale, dove il sottoproletariato si sentiva, in una certa misura, legato ai baroni che spendevano a Napoli la rendita agraria, i moti di ribellione si esaurirono quasi sempre in scoppi isolati di furore, in rivolte brevi e sanguinose oppure nel fenomeno del brigantaggio. Nella storia del Mezzogiorno, in realtà, soltanto nei periodi di crisi generale della società í moti contadini hanno potuto assumere un significato politico. Nel 1647 le rivolte contadine isolate, sebbene prive di una direzione unitaria, vennero oggettivamente ad avere un peso unitario e vennero oggettivamente a collegarsi anche con la rivolta di Napoli. La ribellione del sottoproletariato napoletano e degli altri ceti cittadini venne infatti a rompere il fronte urbano, ad evitare la contrapposizione tra città e campagna ed a togliere ai feudatari l'appoggio di Napoli. Di conseguenza essi dovettero fare affidamento soltanto sulla forza delle loro bande e sull'alleanza con gli spagnoli, isolandosi dal resto della popolazione.
Lo studio della rivoluzione del 1647, perciò, se non può essere centrato soltanto sulla città di Napoli e sulla figura di Masaniello, non va nemmeno spostato esclusivamente alle campagne. Si tratta invece di considerare gli avvenimenti di quegli anni in tutta la loro complessità: le possibilità di successo della rivoluzione furono infatti costituite dalla sua totalità, dal fatto che essa vide muoversi, nella stessa direzione se non sulla stessa strada, sia la città che le campagne. Nello stesso tempo, l'assenza di un legame organico tra l'una e le altre fu una delle ragioni che portarono il movimento antifeudale alla sconfitta. Di qui, in un certo senso, il significato emblematico della figura di Masaniello, nelle cui incertezze e nei cui errori si vennero a riflettere le incertezze e gli errori del sottoproletariato urbano, incapace di tramutare la spinta alla ribellione in una precisa azione rivoluzionaria.


MASANIELLO

Masaniello d'Amalfi era nato a Napoli, al Vico Rotto, nel 1620. Aveva provato ben presto su se stesso, dato il suo mestiere di pescatore, la prepotenza dei gabellieri. La moglie, Bernardina, era stata in carcere, per un episodio che è così narrato da Silvana D'Alessio nel suo libro "Masaniello. La Sua Vita e il Mito in Europa"...

« Il bisogno e la fame erano nella casa di Bernardina e la povera donna si avventurava a qualche piccolo contrabbando, per procurarsi un poco di pane a più buon mercato. Un giorno, avendosi comprato poca quantità di farina in uno dei casali di Napoli, ove non essendoci le gabelle della Città si poteva trovare a prezzo più discreto, tentava di portarla nascostamente a casa sua dentro una calzetta, sotto colore che fosse un piccolo bambino avvolto tra le fasce, che per freddo cercava ricoprire con un panno. Lo stratagemma però non ingannava gl'inumani e rigorosi gabellieri che, come dice uno scrittore di quel tempo, cercavano addosso a tutti nei passi ordinari e nelle strade stesse di Napoli, non rispettando neanche le donne nelle parti del corpo soggette alla vergogna. La povera Bernardina, scoperta in contrabbando, fu presa e condotta nelle carceri dell'arrendamento, ove fu sostenuta per circa otto giorni. Il marito, saputolo, corse al posto della gabella a Porta Nolana, indi dall'affittatore della medesima, Girolamo Letizia, per ottenerne la libertà. Tutto fu inutile. Le preghiere, i pianti, le sottomissioni non ottennero alcun effetto. Bernardina non uscì di prigione se non quando fu pagata la multa (cento scudi, affermano alcuni scrittori), che il povero Masaniello potette a stento raggruzzolare, vendendo tutte le masserizie di casa e procurandosi qualche somma in prestito dai suoi parenti. Allorchè il misero, consegnato il denaro al gabelliere e presa per mano la moglie, per la via dell'Arenaccia arrivò a casa sua, si volse un momento verso l'officina della gabella, e pieno d'ira e di dispetto: " per la Madonna del Carmine, disse, o ch'io non sia più Masaniello o che un giorno mi vendicherò alla per fine di questa canaglia " ».

La narrazione della D'Alessio, comunque si sia realmente svolto l'episodio, mostra in modo assai efficace qual era l'atmosfera creata a Napoli dai metodi di governo spagnoli. Lo stesso Masaniello aveva conosciuto la prigione, giacchè, come tutti gli altri pescivendoli, aveva avuto a che fare con i gabellieri. L'avversione del popolo napoletano ai sistemi di esazione era profonda e diffusa e costituì l'eleménto sui cui si venne ad inserire, nei giorni della rivolta, l'azione svolta da Masaniello. Sebbene il malcontento provocato dalla politica spagnola fosse assai vasto, il popolo però non identificava il malgoverno con la Spagna. I sentimenti di ostilità si indirizzavano contro i funzionari, non contro il lontano sovrano.


LA GABELLA SULLA FRUTTA - Giulio Genoino

L'episodio che fece da catalizzatore di tutti i motivi di fermento che già da tempo esistevano fu dato, come è noto, dall'imposizione di una gabella sulla frutta.
Si è già detto delle esigenze finanziarie del governo spagnolo e si è anche detto della impostazione prevalentemente fiscale di quella politica. Nel 1646 il governo centrale chiese a Napoli un donativo di un milione e per fare fronte a questa richiesta si decise di ricorrere ad una serie di nuove imposizioni. Secondo l'uso del tempo gli « arrendatori » (appaltatori di imposte) avrebbero anticipato la somma, che avrebbero poi ricuperato imponendo tributi alla popolazione. Il ceto degli arrendatori era tra i più malvisti del regno, perchè essi venivano a rappresentare l'aspetto più evidente di una politica fiscale odiata. La loro potenza economica era notevole, perchè essi avevano accumulato considerevoli fortune e grande era anche il loro potere politico, giacché per l'esazione dei tributi si servivano di una burocrazia e di una milizia private. Accanto alle bande dei baroni, esse costituivano un altro strumento di oppressione nelle mani dei gruppi privilegiati.
L'imposizione sulla frutta, che colpiva a Napoli un genere di vasto consumo e veniva perciò a ricadere soprattutto sugli strati più poveri della popolazione, fu accolta con una generale opposizione. Il 26 dicembre ci fu una prima dimostrazione popolare che impaurì il vicerè, il quale fu spinto da essa a promettere l'abolizione della nuova gabella. Ma più tardi si decise di respingere le richieste popolari e di mantenere l'imposizione. I1 3 gennaio infatti vennero pubblicate le tariffe con cui si fissavano i nuovi prezzi della frutta e subito l'agitazione popolare ricominciò. L'atmosfera nella capitale era mantenuta tesa dalle notizie provenienti dalla Sicilia sulla rivolta del popolo siciliano contro l'oppressione fiscale, e dall'attività di propaganda svolta da elementi napoletani, in cui si può riconoscere l'opera di un gruppo che si raccoglieva intorno al Genoino, un'altra figura di rilievo della rivoluzione del 1647.

Giulio Genoino, nato a Cava dei Tirreni verso il 1567 era stato nei decenni precedenti uno dei protagonisti della vita politica napoletana ed aveva acquistato una vasta popolarità per i suoi atteggiamenti antinobiliari. Nella lotta tra il vicerè di Napoli, duca d'Ossuna, e le piazze nobili egli aveva preso posizione contro queste ultime. La sua teoria era che « al tempo del re Federico era stata interrotta l'antica e costante parità dei voti tra nobili e popolo, che Ferdinando il Cattolico e Filippo II avevano pensato di ristabilirla e che era tempo ormai di eseguire il loro pensiero » ( Schipa ).
Per questo suo atteggiamento ebbe una vita assai dura: i nobili lo combatterono aspramente, lo costrinsero all'esilio, lo fecero finire in prigione. Nel 1647, ormai vecchio, il Genoino credette che fosse venuto il momento propizio alla realizzazione delle sue teorie, e fu uno dei capi della rivoluzione.


IL MOTO DEGLI "ALARBI"

L'agitazione popolare ebbe una nuova evidente manifestazione il 6 giugno, con l'incendio del casotto della gabella che si trovava al Mercato e che costituiva il simbolo della politica fiscale attuata dagli spagnoli. L'autore di quel gesto
dimostrativo, rimasto per il momento sconosciuto, fu Masaniello che già prima dello scoppio della rivolta si trovò cosí all'avanguardia del moto di protesta. La sua scelta come capo degli "Alarbi", cioè di un gruppo di ragazzi che, fingendo di partecipare agli spettacoli festivi che si sarebbero tenuti il 16 luglio (in tale occasione gli "Alarbi" fingevano di dare l'assalto ad un piccolo castello di legno), avrebbero dovuto dare inizio alla rivolta non fu, forse, casuale. A capo degli Alarbi, infatti, Masaniello venne ad avere a sua disposizione uno strumento che poteva dare maggior peso all'azione di protesta a cui aveva dato inizio con l'incendio del casotto. Il 7 luglio ci fu una manifestazione a cui gli Alarbi parteciparono insieme con altri gruppi di cittadini, appartenenti ai ceti maggiormente colpiti dalla politica fiscale: "vaticali" (trasportatori) e bottegai. La dimostrazione non fu diretta contro la Spagna. I cortei che percorsero le strade di Napoli, infatti, levarono il grido: « Viva il re di Spagna, mora il malgoverno », e fu lo stesso Masaniello a volere questa chiara distinzione tra il governo spagnolo e gli esecutori locali della sua politica. Le manifestazioni ebbero un carattere violento, ma non portarono a saccheggi di case private o ad eccidi. Anche la violenza ebbe, per cosí dire, un carattere emblematico, giacchè fu diretta contro i simboli del potere, non contro le persone: si invasero i casotti del dazio, si bruciarono i registri, si fece in tutta la città quello che Masaniello aveva fatto il 6 giugno in piazza del Mercato. La rivolta, pur trasformandosi da protesta isolata in sommossa popolare, non aveva ancora assunto i caratteri di una rivoluzione. Gli obbiettivi restavano limitati e pareva che, se fossero stati raggiunti, il malcontento sarebbe finito.
Il vicerè perciò promise nuovamente che la gabella sulla frutta sarebbe stata abolita ed invitò i rivoltosi a ritornare al rispetto delle leggi. Ma già in passato i napoletani avevano sperimentato la falsità delle promesse di abolizione; inoltre, dietro i gruppi di dimostranti c'erano degli elementi che volevano dare alla protesta popolare un significato politico. Il Genoino, in particolare, chiedeva che il popolo riavesse peso nel governo della città, e questa richiesta non riguardava soltanto il campo amministrativo, ma anche quello politico, perchè significava la inversione del movimento che negli ultimi decenni aveva portato al rafforzamento del baronaggio. E proprio contro i baroni si andava indirizzando l'ostilità popolare. Si è detto sopra che il ceto nobiliare si era andato arricchendo di nuovi elementi, soprattutto finanzieri e speculatori. Questa trasformazione può spiegare perché il sottoproletariato urbano, che non aveva diretta esperienza delle prepotenze dei proprietari di terre ma conosceva quelle degli 'arrendatori', si sia schierato contro i baroni e si sia venuto a trovare dalla parte delle masse contadine.


LO SVILUPPO DELL'AGITAZIONE E L'ATTENTATO A MASANIELLO

Il popolo, impadronitosi della città, era subito passato alla punizione degli speculatori, assalendo le loro case ed incendiandole. Ma non vi erano stati saccheggi. Masaniello infatti aveva ordinato che non si prendesse niente ed i suoi ordini erano stati rispettati. Lo Schipa, dopo avere affermato che si trattò di un vandalismo, aggiunge che « esso fu sicuramente contrario ad ogni civile moderazione, rattristante e tremendo; ma se inevitabile in ogni tumulto di popolo esasperato e scatenato, ammirabile nondimeno nell'ordine metodico e più nella nettezza di mano con cui per allora venne eseguito ».
L'episodio mostra che tra le masse si andò subito stabilendo una disciplina che contribuì a trasformare la folla dei dimostranti in una forza rivoluzionaria.
Di fronte allo svilupparsi dell'azione popolare, il vicerè, poichè la rivolta non appariva diretta contro la Spagna, assunse una posizione temporeggiatrice. Il baronaggio, invece, si preoccupò più vivamente per il senso che stavano prendendo gli avvenimenti: la ribellione, infatti, oltre ad assumere un sempre più chiaro significato antinobiliare, cominciava ad allargarsi alle campagne. Mentre a Napoli il popolo si dava una nuova organizzazione civile e militare, Masaniello acquistava una sempre maggiore autorità.
Gli obbiettivi delle forze rivoluzionarie furono indicati in un documento, steso dal Genoino, in cui si domandava « dopo l'indulto generale per quanto s'era operato e il ristabilimento della durata e forma antica d'elezione per le magistrature popolari, la solita parità di voti e di potere tra popolo e nobiltà, e poi l'abolizione d'ogni dazio imposto dopo Carlo V, e nei bisogni della Corona la sottomissione d'ogni deliberazione al voto popolare: che dovesse essere napoletano il grassiere [addetto all'annona] ed eletto da nobili e popolani, e libera e pubblica la vendita de' viveri ed esclusi da ogni ufficio gl' " incendiati " (puniti col fuoco da' tumultuanti) e incisi in marmo que' capitoli in monumenti da erigersi in mezzo al Mercato e altrove » ( Schipa ).
La parte più importante di queste richieste non riguardava i provvedimenti annonari e fiscali, ma la richiesta di un maggior potere al popolo. Questa conquista, del resto, avrebbe garantito anche l'effettiva applicazione delle altre concessioni. Si è già detto sopra che negli anni precedenti il baronaggio si era andato sempre più rafforzando: la richiesta popolare di dividere a metà il potere con i nobili rappresentava perciò per i baroni una serie sconfitta, perché li poneva in una posizione difensiva e metteva in pericolo il loro dominio. Si comprende perciò la dura reazione dei baroni a queste proposte. Essi decisero di ricorrere ai mezzi di cui si erano serviti fino a quel momento per imporre la loro volontà, cioè alla violenza delle bande private. Per tutta la città furono sparsi gruppi di banditi e si preparò un attentato contro Masaniello, in cui si vedeva, dunque, il vero capo della rivoluzione. Ma l'attentato fallì e da esso la posizione di Masaniello uscì ancor più rafforzata. La rivoluzione urbana aveva raggiunto il punto più alto della sua parabola.


INCERTEZZE E CONTRASTO

Da quel momento però gli avvenimenti presero una direzione diversa. Venne infatti a mancare al movimento, un forte ed omogeno gruppo dirigente, che avesse degli obbiettivi ben chiari. Coloro che avevano guidato la rivolta erano divisi sui nuovi passi da compiere e ciò ridiede forza ai nobili e permise agli spagnoli di riprendersi dai colpi ricevuti nei primi giorni. La questione dell'atteggiamento da assumere verso gli spagnoli, insieme con quella della necessità di trovare un collegamento tra la rivoluzione urbana e quella contadina, erano le due questioni più importanti del momento, che avrebbero potuto determinare il successo o la sconfitta della rivoluzione. Ma proprio su questi due punti le incertezze furono maggiori. Ci fu qualcuno che indicò una chiara linea d'azione, ma essa non fu seguita: Pietro Javarone si oppose alle proposte del Genoino, perchè esse riguardavano solo la capitale ed affermò che i patti avrebbero dovuto essere estesi a tutto il regno, giacchè tutto il regno era in rivolta. Si chiedeva in tal modo che Napoli assumesse la direzione della rivolta contadina, collegandosi con le province e superando i limiti di una ribellione urbana; lo stesso Javarone affermò «non convenire voler accomodamento con gli spagnuoli, essendosi sperimentata l'inosservanza delle loro promesse in Fiandra, Catalogna, Portogallo » e che « una volta tirata fuori la spada contro il padrone bisognava gittar via il fodero ». Ma questa vasta concezione degli obbiettivi rivoluzionari non potè trovare una effettiva realizzazione. Il proletariato urbano si era mosso per obbiettivi più limitati ed il gruppo che si era posto alla sua testa non ebbe nè la capacità nè la possibilità di tradurre in azione politica il programma indicato da Pietro Javarone.


TRAGICA FINE DI MASANIELLO

Anche Masaniello si mostrò incapace di dirigere un movimento che aveva assunto tanta ampiezza. Gli avvenimenti che si svolsero nei giorni in cui egli ebbe il potere nelle sue mani non sono del tutto chiari, perchè la leggenda popolare e l'ostilità dei cronisti hanno mescolato elementi reali a fantastici.
Si è parlato di soprusi da lui commessi ed anche di una sua follia, esplosa negli ultimi giorni. Già il 9 luglio, appena il potere fu saldamente nelle sue mani, egli ne avrebbe approfittato per compiere un gesto di vendetta personale. Oltre a far bruciare le case di alcuni speculatori, egli avrebbe infatti ordinato ad un mercante di restituirgli trenta carlini, che questi gli aveva truffato in passato. Più gravi sono le accuse riguardanti gli ultimi giorni del suo governo, ma prima di accennare ad esse, dobbiamo osservare che molte altre cose vanno messe all'attivo di Masaniello.
Va ricordato anzitutto il nuovo ordinamento militare e civile che fu dato in quei giorni alla città: si raccolsero uomini in tutti i quartieri e se ne formò un esercito; si nominarono nuovi amministratori, al posto di quelli odiati dalle masse popolari. Nel procedere alle nuove nomine, preoccupazione costante di Masaniello fu quella di non perdere il contatto con il popolo. Consigliato dal Genoino egli chiamò alla carica di Eletto del popolo Francesco Arpaia, ma volle prima chiedere il consenso dei cittadini, a cui si rivolse dalla tribuna che aveva fatta erigere al Mercato, dicendo...

"Popolo mio, mi dicono che vi è Francesco Arpaia, capitano, uomo di spada nato al Mercato, uomo tanto buono, il quale è stato tanto tempo carcerato in Spagna per servizio del popolo, processato dai cavalieri al tempo del duca d'Ossuna. Che vi pare? Vogliamo mandarlo a chiamare che sta a Teverola? e facciamo esso Eletto del popolo?".
Il popolo rispose...
"Signorsì, questo è buono, che è poco amico de' cavalieri ed è de lo Mercato".

All'attivo di Masaniello va messa anche la sua resistenza ai tentativi di corruzione, di cui parlò egli stesso...

"Sul principio dei nostri giusti risentimenti, pel desiderio di S.E. di veder quietato il popolo, mi offrì con reale magnificenza duecento scudi il mese della propria borsa per tutto il tempo della mia vita, perchè, non passando io più oltre nelle pretensioni da noi richieste, assunto mi avessi il peso d'accordar voi altri nel più breve e miglior modo possibile, la quale offerta con infiniti ringraziamenti sempre mai ho rifiutata".

Ed ancora tra gli elementi positivi del suo governo va posta l'uccisione di tutti i banditi che fu possibile catturare dopo l'attentato, 'carneficina' ha osservato lo Schipa « che purgò de' più tristi uomini la patria e ne depresse e disperse i protettori » e che « valse anche meglio ad esaltare e a glorificare l'uomo che in soli sei giorni ottenne ciò che in tanti anni non aveano finallora potuto ottenere i vicerè ».

Un atto di giusta politica fu anche la requisizione dei beni dei nobili fuggiti.
E veniamo alla sua follia. Si racconta che, ubriacato dal potere, abbia dato uno schiaffo ad Arpaia ed abbia picchiato Genoino; che si sia comportato in modo penoso il 13 luglio, alla funzione religiosa celebrata in occasione del giuramento del vicerè di rispettare i patti; che abbia dato ordini sempre più insensati. Ed è probabile che i molti onori ricevuti da lui e dalla moglie (Bernardina fu ricevuta dalla viceregina, che cercò di spingerla, ma inutilmente, a convincere Masaniello a deporre il comando) abbiano avuto un'influenza nefasta sulla sua mente. Ma la congiura contro di lui, ordita dal vicerè, dal Genoino e da altri suoi compagni, non sembra dovuta soprattutto al timore che, vinto dalla pazzia, Masaniello potesse abbandonarsi ad eccessi, ma piuttosto dal desiderio di colpire il capo più amato dal popolo.
Il 15 luglio, di ritorno da una gita a Posillipo, Masaniello fu catturato e confinato nella sua casa. Il giorno seguente, però, egli riuscì a fuggire e si rifugiò nella chiesa del Carmine, dove tentò con un discorso di muovere il popolo a suo favore. Ma questa volta esso rimase indifferente e Masaniello fu portato nel dormitorio dei monaci, dove un gruppo di congiurati lo uccise. Il suo corpo fu trascinato per la città e lasciato vicino al mare, tra gli applausi dei nobili ed anche delle stesse masse popolari che fino a quel momento lo avevano sostenuto. Ma il giorno seguente il prezzo del pane ebbe un forte rialzo ed il popolo allora si pentì di avere abbandonato il suo capo, tumultuò, ricercò il corpo e gli tributò onoranze funebri. Si concluse così tragicamente il governo di Masaniello, un uomo che certamente non fu all'altezza dei gravi problemi che ad un certo momento si trovò di fronte.
Ad ogni modo il fallimento della prima fase della rivoluzione non può essere cercato solo nella personalità di Masaniello, così come il suo scoppio non può essere riportato solo nell'azione svolta dal pescivendolo napoletano.
La follia di Masaniello, il suo distaccarsi dai compagni, la congiura organizzata contro di lui ed infine la sua uccisione, avvenuta il 16 luglio, sono i segni di una crisi che colpiva il movimento rivoluzionario nel momento in cui si rendeva necessario, dopo le prime vittorie, un ampliamento dei suoi obbiettivi e, soprattutto, il riesame dei rapporti con la Spagna.
La mancanza di un gruppo dirigente che fosse in grado di rispondere a queste esigenze fu la ragione più profonda della crisi e della stessa tragica fine di Masaniello.


SECONDA FASE DELLA RIVOLUZIONE

Ma l'uccisione di Masaniello non pose fine alla rivolta. I motivi di malcontento permanevano ed anche l'agitazione fu mantenuta viva. La rivoluzione ebbe così una seconda fase. Questa volta l'iniziativa fu presa dai setaiuoli che, data l'importanza che aveva nel Napoletano la produzione ed il commercio della seta, rappresentavano uno dei più forti gruppi di lavoratori.
Il 12 agosto circa mille setaiuoli diedero vita ad una manifestazione in cui chiesero che fosse proibita l'esportazione della seta grezza. Il 21 agosto ci furono nuove, violente manifestazioni popolari, dirette contro gli spagnoli, in cui stavolta si vide subito il nemico da colpire. Il vicerè fu costretto a chiudersi in Castelnuovo. Nelle manifestazioni era apparsa la figura di un altro capo popolare, Gennaro Annese, ma il comando fu poi offerto ad un nobile, Francesco Toralcio, principe di Massa, perchè in un primo momento si cercò di avere anche l'appoggio delle forze moderate. L'obbiettivo immediato della rivolta sembrò essere la figura del Genoino, contro il quale nelle ultime settimane si era andato indirizzando il malcontento popolare. Il Genoino fu inviato in Spagna (morì durante la traversata), ma il suo allontanamento non fu sufficiente.
Il 4 ottobre, infatti, la lotta riprese con grande asprezza, tra il popolo da una parte e nobili e spagnoli dall'altra. I soldati spagnoli sparavano sulla città dai. castelli, mentre i baroni operavano con le loro bande nelle campagne, cercando di isolare Napoli. La situazione si andò rapidamente radicalizzando. Un ultimo tentativo di trovare una direzione moderata fu fatto con l'offerta del regno a Francesco Toraldo, ma questi rinunziò e, poichè manteneva contatti con gli spagnoli, fu ucciso. Ormai i compromessi apparivano impossibili. In un discorso fatto al popolo napoletano per suscitarlo alla libertà fu scritto...

"La pace, o miei compagni, è desiderabile e santa, quando non aumenta il pericolo e quando induce gli uomini a potersi riposare; ma quando partorisce effetti contrari, egli è, sotto salutifera medicina, pestifero veleno".


GENNARO ANNESE E LA FALLITA REPUBBLICA

Ancora una volta un popolano si trovò a capo del movimento: Gennaro Annese. Ancora una volta si trattava di un uomo che si era fatto avanti nel mezzo della lotta e che aveva guidato le masse popolari al momento dell'insurrezione. Annese non era un isolato: accanto a lui c'era infatti un consiglio popolare, c'era un piccolo gruppo dirigente, che cercava di precisare gli obbiettivi della rivoluzione. Se però su quello della lotta agli spagnoli erano ormai tutti d'accordo, c'erano divergenze assai serie sull'assetto che il Mezzogiorno avrebbe dovuto avere dopo la vittoria. Vincenzo d'Andrea avrebbe voluto che esso si. costituisse in repubblica, mentre Marcantonio Brancaccio chiedeva che il regno si desse alla Francia o, se si voleva creare una repubblica, che essa si ponesse sotto la protezione dei francesi.
Fu quest'ultimo parere infine ad avere la meglio (già nei mesi precedenti la Francia aveva cercato d'intervenire nella situazione napoletana) ed il 22 ottobre Gennaro Annese proclamò la repubblica, chiedendo nello stesso tempo la protezione della Francia. Ma l'intervento del francese Enrico di Guisa servì soltanto a ritardare la caduta della repubblica. La situazione infatti fu subito difficile per i repubblicani: la stessa radicalizzazione del movimento, infatti, provocava ad esso nuove opposizioni da parte di quanti vedevano minacciati í loro privilegi.

L'azione svolta dalle bande assoldate dai baroni nei dintorni di Napoli rendeva difficile il rifornimento della città ed una parte del popolo sembrava stanco di combattere. L'arrivo a Napoli di Enrico di Guisa; il 15 novembre, parve per qualche tempo rafforzare le posizioni della repubblica, ma ben presto scoppiarono contrasti tra il duca e l'Annese: questi rappresentava la corrente che voleva spingere avanti la rivoluzione, adottando anche mezzi estremi, mentre il duca si preoccupava soprattutto delle sue ambizioni personali ed aveva l'appoggio delle forze moderate di Napoli. Mentre nelle campagne i repubblicani riportavano notevoli successi, a Napoli le strutture della repubblica si andarono disfacendo, sia per le contraddizioni interne, sia per la politica attuata dal nuovo vicerè spagnolo, don Giovanni d'Austria. Questi infatti cercò di spingere i baroni alla pacificazione e promise al popolo l'abolizione delle gabelle e la parità tra popolo e nobiltà nel governo di Napoli.
Il 6 aprile, quando Don Giovanni d'Austria giunse a Napoli, la repubblica cadde senza resistenza e lo stesso Gennaro Annese si schierò con gli spagnoli (ma essi, diffidando di lui; lo impiccarono il 22 giugno).


LA RIVOLUZIONE NELLE CAMPAGNE

Come la rivoluzione urbana ebbe i suoi eroi in Masaniello ed in Gennaro Annese, e quella delle province nei molti capipopolo che assunsero la direzione dei moti locali, così anche la reazione baronale ebbe un suo 'eroe', un uomo che, ad un certo punto diventò quasi il simbolo della lotta del baronaggio per la conservazione dei suoi privilegi: Gian Girolamo Acquaviva, conte di Conversano, detto il "guercio di Puglia". Già negli anni precedenti il 1647 egli era stato per i suoi vassalli il simbolo più evidente della più dura oppressione baronale. Di carattere duro ed autoritario, divenuto nel 1636 feudatario di Nardò, aveva cercato subito di togliere alla città i privilegi, le entrate e le giurisdizioni che le erano rimaste. La lotta si era fatta subito aspra: per piegare gli abitanti di Nardò il "guercio di Puglia" aveva fatto ricorso ai soliti mezzi, cioè alle bande private (le vicende di quegli anni sono state narrate con molta precisione da Ludovico Pepe nella sua opera su "Nardò e Terra d'Otranto nei moti del 1647-48", a cui ho già accennato).
Nel 1643 però le sorti della lotta sembrarono volgere in senso sfavorevole al conte. Egli infatti fu arrestato per i delitti commessi contro i suoi vassalli e fu anche accusato di lesa maestà. Che il conte fosse sospettato di tramare con i francesi contro il governo di Spagna è cosa che non sorprende e non è nemmeno in contrasto con l'atteggiamento da lui assunto nel 1647. In realtà, se nel momento del pericolo la classe baronale si schierò decisamente con il governo spagnolo, negli anni precedenti vi erano stati, in alcuni gruppi di nobili, sentimenti di ostilità verso la Spagna. Si è detto sopra che la politica spagnola favoriva i ceti privilegiati. L'appoggio dato, per necessità fiscali, agli 'arrendatori', che costituivano lo strato più attivo della nobiltà recente, aveva provocato malcontento tra i nobili di più antica origine. Inoltre in diverse occasioni si erano venute a determinare tensioni tra i nobili napoletani ed i ministri spagnoli, contro i quali, da parte del baronaggio, erano state levate p:ù volte delle decise proteste. Infine, l'esistenza di un partito filofrancese che svolgeva una certa attività politica contribuiva sia ad alimentare il malcontento nel seno della nobiltà sia a giustificare la diffidenza del governo spagnolo.
Molti nobili dunque nutrivano i sentimenti antispagnoli di cui fu accusato il conte di Conversano e l'accusa contro di lui fu creduta vera da molti proprio perchè c'era un'atmosfera di reciproci sospetti. Questa atmosfera sarebbe durata fino alla rivoluzione di Masaniello quando, come si è già accennato, il fronte tra baronaggio e Spagna venne a saldarsi in modo assai solido. Nel 1647, ha osservato Ludovico Pepe, « il baronaggio preso di mira si difende, cerca di conservarsi le ricchezze, le gabelle, il castello feudale, dichiarando di difender tutto in nome del Re e, abbandonata la congiura contro la Spagna, si pone alla testa degli eserciti di Spagna ».
Il conte di Conversano rimase in prigione per circa due anni giacchè fu liberato soltanto nel 1645 (o nel 1646). Il suo arresto, naturalmente, era stato appreso con gioia, a Nardò, dall'intera popolazione. L'odio contro il feudatario, infatti, era profondamente diffuso in tutta la comunità, dai contadini ai proprietari, agli altri nobili, e ciò può spiegare il carattere generale che la rivolta antibaronale assunse nel 1647, sia a Nardò che in altri luoghi. L'azione più energica contro gli agenti del "guercio di Puglia", allorché si seppe che per il momento egli non era in grado di nuocere, fu però svolta dagli strati popolari, e per qualche tempo i seguaci del conte si trovarono in una situazione difficile.
Quando, nel 1646, il "guercio di Puglia" ritornò a Nardò la lotta riprese immediatamente: « arrivato in regno ricominciò più fieramente a perseguitare li vassalli di Nardò et l'indusse in istato che non vi era fra loro chi vivesse quieto et non sospettasse ogni momento di essere rovinato, esiliato et assassinato, nè vi era eccetione di persone, di maniera che tanto i laici quanto gli ecclesiastici erano continuamente flagellati con aggravii et persecutioni intollerabili ».
Ma anche contro il forte e temuto conte di Conversano era possibile lottare ed occorre ricordarlo, perchè la rivoluzione del 1647 venne ad innestarsi sulle lotte condotte in precedenza. Nel 1646 i cittadini di Nardò si opposero alla pretesa del conte di avere il diritto proibitivo sulla caccia e sul legname e quando egli impose una gabella sui legumi le masse popolari di Nardò diedero vita a violente dimostrazioni. Il « guercio di Puglia » fece arrestare alcuni dimostranti ma i loro amici assalirono la prigione e li liberarono. A queste lotte mancava però un obbiettivo politico: si chiedeva solo che la città tornasse al demanio e pochi speravano in un intervento francese che portasse a mutamenti politici nel regno.


MOTO ANTIFEUDALE E DIRIGENTI POPOLARI

Lo scoppio della rivoluzione di Masaniello fu la scintilla che diede fuoco alla polvere che il disagio, il malcontento e le lotte locali contro il baronaggio avevano accumulato nelle campagne. La rivolta delle province ebbe un carattere piuttosto complesso, giacchè il suo svolgimento variò secondo le situazioni che si erano venute determinando nei decenni precedenti e secondo l'atteggiamento delle autorità locali. Non parteciparono alle sommosse, in generale, le città in cui i governanti accordarono spontaneamente una diminuzione delle gabelle, mentre insorsero le altre, con una violenza tanto maggiore quanto più decisa fu la resistenza che incontrarono. Ma le rivolte non possono essere riportate esclusivamente al malcontento per la politica fiscale e non furono dirette soltanto a chiedere l'abolizione o la diminuzione delle gabelle. Ci furono invece delle sommosse che ebbero subito un chiaro obbiettivo politico, che furono cioè dirette a rivendicare la libertà dal feudatario, ed a queste vennero a saldarsi, in un solo grande moto antifeudale, anche i disordini che ebbero un carattere più limitato. Il parlamento del comune di Atena, a proposito del suo feudatario, affermò: « con questo principe e con i suoi antenati mai havemo possuto vivere quieti, come tutti sapemo; quando havemo voluto difendere le cose universali, ci hanno fatto morire dentro le carceri, fatto ammazzare animali, abbrugiare massarie, fatte imposizioni, ed altri infiniti maltrattamenti ».
Contro questo dominio oppressivo insorsero le campagne nel 1647.

È significativo il fatto che, durante le sommosse scoppiate appena si diffuse la notizia della rivoluzione di Masaniello il popolo abbia scelto in molti luoghi come suoi capi uomini appartenenti alle classi popolari. A Grottaglie fu chiamato a dirigere la rivolta un conciatore di pelli, a Brindisi un marinaio, ad Ostuni un barbiere. Anche se in alcuni luoghi i nobili, manovrando più o meno copertamente, cercarono di avere nelle loro mani l'iniziativa, ed anche se, in generale, tutte le classi appoggiarono la rivolta, dando ad essa un carattere unitario, il ricorso all'insurrezione violenta mise la direzione dei moti, così come accadde a Napoli con Masaniello e con Gennaro Annese, nelle mani di elementi della classe popolare, che stava dando alla rivoluzione la spinta più decisa.
A Nardò il moto ebbe fin dall'inizio un carattere popolare e generale insieme. Si è già detto che l'ostilità al conte di Conversano era diffusa in tutte le classi; furono però gli strati più poveri della popolazione a passare all'azione diretta. Il 19 luglio un gruppo di contadini fece una manifestazione, affermando di non volere pagare la gabella per il donativo e chiedendo una generale diminuzione dei tributi. Nei giorni seguenti l'agitazione si allargò, assumendo un sempre più chiaro aspetto antibaronale. Gli uomini del « guercio di Puglia » furono attaccati e la città fu ben presto nelle mani degli insorti. Ma a questo punto, le forze rivoluzionarie, vittoriose sul piano locale, non seppero passare ad una nuova fase della rivoluzione, non seppero cioè fare della vittoria locale un elemento della vittoria generale. Esse si posero sulla difensiva, aspettando la riscossa del "guercio di Puglia" e sperando in un intervento delle armi francesi.


LA DIFESA DI NARDÒ

Il conte di Conversano era a Napoli. Allo scoppio della rivoluzione comprese subito qual era il suo posto e si schierò accanto al vicerè. Il 16 luglio, dopo l'uccisione di Masaniello fu inviato con altri feudatari nelle province, per domare le rivolte che :erano divampate in esse. Riacquistato - almeno così credeva - il controllo di Napoli, il vicerè voleva riprendere nelle sue mani anche quello delle campagne, con l'aiuto di coloro che apparivano ormai i più fedeli alleati della Spagna, cioè con l'aiuto dei baroni (ma vi furono ancora delle divergenze, perchè questi avrebbero voluto adottare in ogni caso i metodi più duri, mentre il vicerè preferiva cercare; quando era possibile, la via delle trattative). Giunto al suo castello di Conversano, il "guercio di Puglia" si preparò a riconquistare Nardò. La città era però ben difesa e la decisa ed unitaria reazione dei cittadini ai primi assalti fece sì che essi fossero respinti. Il conte allora lanciò le sue bande al saccheggio delle campagne, sperando di dividere il fronte interno. A causa delle devastazioni e degli incendi delle masserie, infatti, gli abitanti di Nardò si divisero ed una parte di essi acconsentì a trattare. La città depose le armi, ma il conte non mantenne i patti: í promotori della rivolta furono arrestati ed uccisi e su Nardò ritornò a pesare il suo dominio.



LA BASILICATA - IL CROLLO DELLA RIVOLUZIONE


La regione di cui meglio si conoscono le vicende della rivoluzione del 1647, oltre alla Terra d'Otranto, è la Basilicata, grazie soprattutto agli studi di Villari ("Mezzogiorno e contadini nell'età moderna"). Anche in Basilicata il moto assunse un carattere generale e fu assai ampio, sia perchè si ebbero insurrezioni in tutte le regioni, sia perchè ad esso parteciparono tutte le classi. Le sommosse ebbero inizio fin dal luglio 1647 e, con qualche momentanea battuta d'arresto, le posizioni della rivoluzione si andarono sempre più rafforzando nei mesi segenti. Quando l'Annese proclamò la repubblica, la Basilicata ne dIventò uno dei più solidi sostegni, sotto il governo del dottore in legge Matteo Cristiano.

La compatta adesione della Basilicata alla rivoluzione preoccupò vivamente i baroni, perchè essi temevano che da questa regione l'incendio rivoluzionario potesse estendersi alla Calabria ed alla Puglia. Ed effettivamente la Basilicata diventò un importante centro di operazioni e da essa si sviluppò l'azione militare verso la Puglia, dove erano in corso più forti movimenti insurrezionali. Francesco Salazar, conte del Vaglio, e Matteo Cristiano, dopo aver conquistato Matera che, già insorta, era stata poi ripresa dalle forze del vicerè, marciarono sulla Puglia, riportando notevoli successi. La situazione delle forze baronali, che dovettero abbandonare anche Aversa, di cui avevano fatto il centro di raccolta delle loro bande, si andò facendo sempre più difficile e perfino al conte di Conversano sembrò nel gennaio 1648 che tutto fosse perduto. Ma il 6 aprile il duca Giovanni d'Austria riconquistò Napoli e la notizia della sconfitta della rivoluzione nella capitale portò al disfacimento delle forze rivoluzionarie nelle campagne, che furono rapidamente battute. Continuò solo, in alcuni luoghi, la resistenza di gruppi isolati di contadini, ma nella forma del brigantaggio.

A differenza del 1799 non furono quindi le campagne a cingere d'assedio la capitale ed a farla infine cadere, ma fu la caduta di Napoli a determinare il crollo delle posizioni rivoluzionarie nelle province.
La rivoluzione dunque ebbe a Napoli il suo centro motore e, insieme, il punto di minore resistenza. Vennero a mancare efficaci legami tra Napoli e le campagne, tra la rivoluzione urbana e quella contadina, anche se si. fece qualche tentativo in questo senso: Masaniello chiese infatti che i comuni mandassero loro rappresentanti a Napoli e più tardi, durante il periodo della repubblica, furono inviati nelle province rappresentanti del governo, per cercare di dare alla rivoluzione un indirizzo unitario. Ma questi tentativi non furono sufficienti a creare solidi legami tra Napoli ed il resto del regno. La sconfitta, come si è detto, ebbe conseguenze gravi.
La rivoluzione era stata diretta soprattutto contro il baronaggio: la vittoria dei baroni ed il rafforzamento del loro potere pesarono a lungo sulle sorti del Mezzogiorno.


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MASANIELLO - La sua vita e il mito in Europa
Silvana D'Alessio
Editore Salerno
Genere - Biografia e genealogia
Collana - Profili
Pagine 428 - Euro 27,00


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ALTRE FONTI DI DOCUMENTAZIONE

MASANIELLO
Michelangelo Schipa
Editore Laterza - Bari - 1925

Il secolo XVII nello sviluppo del capitalismo
Eric Hobsbawm
Studi storici - 1960

Storia del paesaggio agrario italiano
Emilio Sereni
Editore LATERZA - 2007
Collana - Biblioteca Universale Laterza
Pagine 499

Mezzogiorno e contadini nell'età moderna
Rosario Villari
Editore LATERZA - 1977
Collana - Biblioteca Universale Laterza
Pagine 276

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domenica 20 dicembre 2009

NATURA MORTA CON TAZZA E VASI (Still Life with Pottery Jars) - Francisco de Zurbaràn

NATURA MORTA CON TAZZA E VASI (1632 – 1634)
Francisco de Zurbaràn (1598 – 1664)
Pittore spagnolo del VII Secolo
MUSEO DEL PRADO di MADRID
Olio su tela cm. 46 x 84

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Pixel 1350 x 2500 - Mb 1,29


In questa natura morta, o “bodegon” secondo l'uso spagnolo, Francisco de Zurbaràn raffigura tre oggetti in terracotta, una coppa in bronzo e due piatti in peltro allineati su un tavolo…, essi emergono dal buio perché colpiti da una luce astratta.
Le caratteristiche dell'opera - semplicità e austerità nella disposizione - sono le stesse che troviamo in altri lavori del maestro spagnolo…, forse il dipinto che più gli si avvicina è il “bodegon”, prima nella Collezione Contini, oggi alla Norton Simon Foundation di Los Angeles, datato 1633.
Gli oggetti sono disposti sul tavolo con la stessa severità, quasi rituale, dell'arredamento liturgico di un altare.
Quello che mi affascina, me spettatore, è l'equilibrio con il quale è costruita la composizione.
La realtà oggettiva è puntigliosamente riprodotta e, grazie alla forte spiritualità a lei conferita, i vasi diventano pezzi da museo di altissimo pregio artistico.

Essendo l'opera non firmata, l'attribuzione a Francisco de Zurbaràn si fonda soprattutto sulle analogie stilistiche e compositive con tele firmate dall'artista.
Il dipinto, probabilmente, deriva da un originale, oggi perduto, del 1633-1640.
Appartenuto alla Collezione Nemes a Monaco, passò poi in quella del finanziere Francisco Cambo, che lo donò al Museo del Prado nel 1940.
Il Cambo possedeva anche una replica delle stesse dimensioni, attribuita a Juan, figlio di Zurbaràn, che sempre nel 1940 regalò al Museo de Bellas Artes de Cataluna, a Barcellona.


L'età d'oro della pittura spagnola

I migliori artisti della pittura spagnola emersero nel corso del XVII secolo: Velàzquez, Zurbaràn e Murillo.
Mentre i dipinti di Murillo furono molto apprezzati in Europa, già nel corso del Settecento, quelli di Velàzquez furono considerati solo nel XIX secolo, quando in seguito alle dispersioni in epoca napoleonica, arrivarono a Parigi e a Londra.
Per quanto riguarda Zurbaràn, la sua fortuna critica è strettamente legata alla vendita della collezione di Luigi Filippo, re di Francia, avvenuta nel 1853, che comprendeva “L'Annunciazione” e “L'Immacolata Concezione”.
Luigi Filippo concorse alla diffusione in Europa della pittura iberica, alla quale dedicò un'intera galleria al Louvre, inaugurata ne11838.
Questa collezione era composta da oggetti d'arte e dipinti acquistati direttamente in Spagna, e la sua qualità era talmente alta che poteva competere con quella del Prado.
Essa fu dispersa nel 1853, dopo che la rivoluzione de11848 aveva messo fine alla monarchia.


VEDI ANCHE . . .




LA MODISTA ( The Milliner - The Morning) François Boucher

LA MODISTA (1746)
François Boucher (1703-1770)
Pittore francese del XVIII secolo
Nationalmuseum di Stoccolma
Tela cm. 64 x 53


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Pixel 2200 x 1790 - Mb 1,79


Il dipinto rappresenta un fatto di vita quotidiana e contemporanea, cosa piuttosto rara nelle opere di Boucher, pittore che solitamente privilegia soggetti mitologici, allegorici e amorosi, ambientati in paesaggi fantastici.
La scena si svolge in una camera di una ricca abitazione, sontuosamente arredata con mobilio in stile Luigi XV.
Si notino il letto ad alcova, chiuso da tendaggi rossi, la poltroncina imbottita, la deliziosa toilette rivestita di tessuto che scende fino a terra e sormontata da specchiera.
Seduta alla toilette una nobile dama osserva con attenzione e con modi civettuoli alcuni nastri e merletti che le vengono mostrati da una giovane donna, una modista o una merciaia.
Quest'ultima è seduta a terra ed ha intorno a sé alcune scatole contenenti le passamanerie all'ultima moda.
Da notare l'asta graduata appoggiata sulla scatola chiusa, sicuramente uno strumento per misurare la lunghezza dei nastri.
Questo piccolo capolavoro di suprema eleganza e ricercatezza faceva forse parte in origine di una serie di quattro tele, raffiguranti quattro diversi momenti della giornata di una donna elegante: il mattino, il mezzogiorno, il pomeriggio e la notte.
Questo soggetto fu suggerito a Boucher da Berch, come risulta da una lettera inviata in data 27 ottobre 1745 dallo stesso Boucher al duca di Tessin, committente dell'opera.
È possibile che il dipinto con “La toilette”, conservato nella Collezione Thyssen-Bornemisza di Lugano costituisca il primo della serie.
Anche quest'opera, datata 1742, sarebbe stata acquistata da Tessin direttamente dall'artista nell’anno 1745.

La piccola tela è firmata «F. Boucher 1746» sulla scatola della modista posta sul pavimento.
Si trovava un tempo nella collezione della regina Luisa Ulrica di Svezia.
Nel 1765 era collocata nel castello di Drottningholm.
Pervenne alla sede attuale nel 1865.
Il dipinto fu commissionato a Boucher dall'ambasciatore di Svezia a Parigi, il conte di Tessin.
Fu inciso in controparte da R. Galliard, che trasse però la sua incisione da una replica di bottega, attualmente conservata presso la Wallace Collection di Londra.


Boucher, il conte di Tessin e la regina di Svezia

Nel decennio 1740-1750 Boucher eseguì molte opere destinate a sovrani o nobili stranieri, fra cui quattro scene allegoriche per la corte di Danimarca, la “Educazione di Amore” (Berlino, Staatliche Schlosser und Garten) per Federico II di Germania, alcuni soggetti amorosi per il duca di Hamilton, e soprattutto numerose composizioni per la regina Luisa Ulrica di Svezia e per l'ambasciatore svedese a Parigi, il conte di Tessin.
Era quest'ultima a commissionare personalmente le opere al maestro francese e a spedirle poi presso la corte di Svezia.
Oltre a “La modista” fecero parte della collezione della regina Luisa Ulrica la “Veduta dei dintorni di Tivoli”…, “Veduta del tempio di Vesta” (1730)…, “Trionfo di Venere” (1740)…, “Leda e il cigno” (1742…, “Ninfe e amorini al bagno” (1746)…, “Toilette di Venere” (1746)… e “Pensano all'uva?” (1747), tutti attualmente conservati nel Nationalmuseum di Stoccolma.


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venerdì 18 dicembre 2009

LORENZO GHIBERTI (1378 - 1455) - Vita e opere

LORENZO GHIBERTI


Ciao dolce sogno mio....
è passato un po' di tempo da quando ci siamo lasciati, dopo un lungo bacio, sotto la "Madonna della Melagrana" della Sagrestia del Duomo di Ferrara, e ora ricominciamo la nostra passeggiata per le vie del Quattrocento artistico, e fin da subito incontriamo Lorenzo Ghiberti che ci racconta lui stesso un po' della sua vita.

Lorenzo Ghiberti, ci dice, nacque Firenze nel 1378 e vi morì nel 1455.
Scultore, pittore, architetto e trattatista, si dedica in principio all'oreficeria, e nello scorcio del Trecento è a Roma, dove ammira, con sensibilità di pittore, gli affreschi di Giotto e del Cavallini.
Nei suoi "Commentari" - una specie di cronaca d'importanza capitale per l'arte fiorentina tempo - egli, che è collezionista ed un antiquario, esalta l'eccellenza della scultura greca e sostituisce il computo delle olimpiadi a duello degli anni dell'era volgare, non menzionando mai i monumenti di Roma imperiale e tacendo della raccolta di statue dei Medici.
A Firenze, il tema del concorso per la porta a nord del bel San Giovanni (il Sacrificio d'Isacco) impegna seriamente gli emuli, ed il Ghiberti ne riceve la palma anche se - al dire di un anonimo del tempo - Filippo Brunelleschi si ritira sdegnato dall'impresa che il giudizio dei consoli assegnava a lui e a un collaboratore di pari merito.


Lorenzo Ghiberti - Sacrificio di Isacco


Il Ghiberti illustra il soggetto con morbidezza ed armonia..., il giovane nudo e ginocchioni sull'ara è modellato come un torso antico, e l'angelo arresta la mano armata del patriarca, indicando, sull'opposta roccia, l'ariete, mentre i due servi a sinistra, che bilanciano la scena, conversano accanto all'asino desideroso di pascolo.
Il 23 novembre 1403 si conferma ufficialmente l'allogazione della porta "di metallo dorato" al vincitore, che deve descrivervi i fatti di Gesù Cristo.
Il lavoro, ultimato nell'aprile 1424, consta di ventotto bassorilievi iscritti in cornici mistilinee, secondo l'esempio di Andrea Pisano: agli episodi della vita di Gesù si aggiungono, in basso, i padri della chiesa e gli evangelisti.
La grazia e la commozione di un osservatore squisito, che conosce tutti gli accorgimenti dell'inventare e del connettere, si conciliano sempre, dalla "Annunciazione" e "Natività" fino al "Calvario".
Le figure, giuste ed eleganti nelle attitudini, aumentano di rilievo in rilievo, e la semplicità degli adattamenti architettonici, i quali hanno sapore d'antico, non cela la tendenza coloristica dei particolari inseriti come in una pittura (Adorazione dei Magi..., Cacciata dei mercanti dal tempio..., Cristo flagellato).
Delle statue nelle nicchie d'Orsanmichele il "San Giovanni" è il convenzionale ingrandimento di un lavoro d'oreficeria, incompreso nei contorni e fiacco nell'espressione..., il "San Matteo", franco nella positura, si rincupisce come un filosofo contraddetto, e "Santo Stefano" ha più schiettezza monumentale nel candore monastico del tipo e nella manosa consistenza, ancora un po' gotica, dei panni.


Lorenzo Ghiberti
Particolare della porta del Battistero
Firenze (1425-1452)


Riprendendo il cammino, scopriamo che il secondo trionfo del Ghiberti fu la "Porta del Paradiso" (1425-1452): quella orientale del Battistero di Firenze.
Il tema libero permise allo scultore di ristringersi a dieci riquadri, vari di linee e di composizione..., le figure furono disposte e staccate, quasi a tutto tondo, su piccola scala, e gli effetti prospettici, particolarmente pittorici, digradarono fra tre e quattro piani..., il rilievo si attenuò attraverso le linee fuggenti, e la luce non potè distribuirsi eguale sulle lontane superfici appena incise.
Il tecnico eminente supera l'artista, è vero, ma l'equilibrio di alcuni quadri e la gentile idealità di molti particolari confondono le arcigne teorie degli esteti, e dei critici.
Nella prima storia, Eva si risveglia fra un fremito d'ali ed un esordio di canti angelici..., i buoi del "Lavoro dei primi uomini" vestono di mistica poesia il soggetto simile a quello di Andrea Pisano, ed in "Salomone con la regina Saba" il prospettico si piace di strafare, come nella "Presa di Gerico".
Le cornici delle imposte sono abbellite da ghirlande decorative, e le vivaci e finitissime statuine dei profeti, dei patriarchi, dei guerrieri e delle donne bibliche si alternano con i medaglioncini circolari contenenti, per lo piú, ritratti.

Cosa? Si è già fatta sera? Dio mio come passa il tempo con te vicino.
Fermiamoci qui su questa panchina ed assaporiamo il profumo delle vestigia del passato..., ma il tuo profumo mi confonde e mi perde... mi son perso.... , ................

... un bacio ancora... a domani......


mercoledì 9 dicembre 2009

FILIPPO TURATI

ITALIANI PER LA LIBERTA' - FILIPPO TURATI


Figlio di un prefetto, Filippo Turati, nato a Canzo il 1857, ricevette una educazione strettamente tradizionale, ed a Cremona, dove si trovava il padre, conobbe e si legò di fraterna amicizia con Leonida Bissolati, il quale, però, era più preparato politicamente e più pronto ad assumere una sua posizione nella vita pubblica. Invece, il Turati, a partire dalla quinta ginnasio e per diversi anni dopo, si dedicò a scrivere poesie in un tono romanticheggiante e vagamente misticheggiante se, nel 1877, Arcangelo Ghisleri, che così grande influenza esercitò su di lui, gli diceva, di una poesia che il Turati stesso gli aveva inviato perché la pubblicasse sul suo periodico, “Il Preludio”, di meravigliarsi « che l'amico Turati parli ancora d'Iddio nell’anno di grazia 1877, dopo che la scienza l'ha già ucciso da un pezzo e la poesia, anche da noi, ne ha già cantato il De Profundis nei versi di E. (G. Carducci) e del Rapisardi ». Collaborò anche alla “Farfalla” e, con il tempo, la sua poesia si arricchì di toni sociali (non bisogna dimenticare che è l'autore dell’Inno dei lavoratori), come in questi versi tratti dalla lirica “Ad Epicuro” (nel volume “Strofe” Milano, 1883), in cui egli raccolse le poesie che ritenne più belle…

“E' una folla di mesti e di negletti
Vuol la sua parte di sole e di gioia
E una torma di pravi e di reietti
Ha in man la scure e va gridando: moia!

Fra il 1878 e il 1878 scrisse anche sulla “Rivista repubblicana”, diretta dal Ghisleri, che fu la rivista dei repubblicani positivisti e federalisti, con recensioni, dando, fra l'altro, un giudizio molto favorevole sulle prime poesie del D'Annunzio diciassettenne, che sapeva « maritare il rigido terra-terra del più coscienzioso verismo coi voli a perdita di vista della fantasia più scapestrata ».

Ma in quegli anni il Turati fu anche colpito da una grave nevrastenia che parve condurlo vicino al suicidio, che lo tentava con il suo « spettro fascinatore », ogni ora, ogni minuto, come disse in una lettera a C. Prampolini, nel 1883, quando ormai era uscito da un tale stato d'animo. Tuttavia, si trattava forse del faticoso passaggio dalla vecchia fede nella quale era stato educato dal padre monarchico e la nuova, di cui incominciava a intravedere le linee. Ed ancora nel 1883 scriveva allo studente G. Levi di Torino di essere « l’uomo più nevrotico d'Italia », ma di non disperare, per questo, di poter « ricominciare a vivere. La vita muta e, l'impossibile avviene. Experto crede. Bisogna calcolare sull'incalcolabile ». All'inizio del 1883, per altro, aveva pubblicato, rinnegando in un certo senso questo suo fondamentale pessimismo, uno scritto “Il delitto e la questione sociale”, al quale è stato riconosciuto da taluno un'importanza nodale nello svolgimento del suo pensiero, in quanto vi svolgeva l'idea che la criminalità fosse dovuta alla « divisione economica della società in classi e alla conseguente esistenza di classi infime », tormentate dalla miseria e dalle sofferenze…, sicchè, a suo parere, il vero « sostitutivo penale » diventava un « radicale rinnovamento degli istituti» che determinasse una «diffusione egualitaria del benessere, e dell'educazione, delle gioie dell'amore e del pensiero ». In tali affermazioni si è voluto vedere un suo accostamento al socialismo e, in effetti, egli si adoperò, con alcuni amici, fra i quali il Colajanni e il Prampolini, per costituire una corrente omogenea di socialisti del pensiero criminologico. Eppure, il suo socialismo di allora proveniva quasi esclusivamente da una riflessione influenzata dalla prevalente atmosfera positivistica sulla natura del delitto, sebbene vi fosse già una chiara denuncia delle misere condizioni di vita della « massa dei lavoratori sfruttati a sangue dal regime borghese.

Ma, forse, più che di socialismo vero e proprio, è meglio parlare di radicalismo democratico borghese (come si può scorgere dalla soluzione al problema del delitto, da lui indicata nella diffusione del benessere e dell'educazione, della gioia dell'amore e del pensiero, cioè in una redenzione umana dei lavoratori). Ed infatti, fra il 1883 e il 1886, aderì alla democrazia milanese, sebbene una certa influenza cominciasse, verso il 1885, ad esercitare su di lui Anna Kuliscioff, una russa costretta ad emigrare dalla Russia e che si era legata di amicizia, in un primo momento, con Andrea Costa, ma che in quel periodo si stava allontanando da questi, e che, inoltre, aveva già potuto assorbire la dottrina marxista, alla quale il Costa stesso aveva fatto atto di adesione con la svolta del '79-'80 e con il ripudio dell'anarchismo. Il distacco del Turati dalla democrazia milanese avvenne nel 1886, e la causa occasionale fu data dalla violenta polemica del Cavallotti, un po' il nume della democrazia, contro il partito operaio accusato da lui di essersi prestato agli intrighi del governo contro i democratici nelle elezioni politiche. Nel processo che ne seguì il Turati assunse la difesa degli imputati e definì la democrazia vile, perché era ben lontana da quella che egli avrebbe voluto che fosse, una democrazia che seguisse con simpatia e fiducia il libero movimento delle nuove forze emancipatrici delle classi lavoratrici, temperandone « quando occorre la fronda e contenendone le esuberanze, pur assicurando loro la massima libertà di evoluzione e recando loro il sussidio di quella maggiore cultura ed esperienza di cui essa stessa dispone».
Si trattava pur sempre di un compito alquanto paternalistico, ma bisogna pensare che sempre la posizione del Turati fu impregnata di un certo paternalismo verso il proletariato.

Filippo Turati giovane (1882)

Così fu anche negli anni fra il 1885 e il 1892, gli anni cruciali per la sua formazione politica che si fece attraverso la collaborazione alla “Rivista italiana del socialismo” di Lugo e, soprattutto, attraverso una sempre più approfondita conoscenza della socialdemocrazia tedesca che si richiamava più rigorosamente all'insegnamento di Marx ed Engels e che, perciò, faceva entrare in crisi il vecchio socialismo umanitario della tradizione francese. Ma il Turati rimase sempre sostanzialmente fedele alla sua concezione paternalistica del socialismo, poiché continuò ad intendere - come scrisse nel 1891 sulla sua rivista “La Critica sociale”, che riprendeva la rivista “Cuore e critica”, pubblicata da alcuni scrittori eccentrici e solitari e diretta dal suo amico Ghisleri che aveva cercato di stabilire un legame fra la imperante cultura positivistica e il socialismo, programma che fu accolto anche dal Turati - il movimento socialista « l'interprete fedele e l'avanguardia » della classe operaia, che si formava la coscienza di classe mediante l’organizzazione e la lotta economica e che rappresentava « il materiale primissimo, i mattoni indispensabili a por le fondamenta » del successivo e superiore stadio socialistico: ai partiti operai, affermava, « non manca che un po' più di sviluppo dell'industria paesana, la coscienza un tantino più chiara delle loro forze e dei loro destini, per entrare a bandiera spiegata nell'armata socialista ». Perciò, egli poneva una distinzione, che non era affatto marxista (ed infatti essa fu criticata da Antonio Labriola), fra il partito operaio, che si agitava nella sfera dei bisogni economici immediati e che lottava con ancora scarsa coscienza, e il socialismo, che era invece la consapevolezza spiegata e chiara delle esigenze della battaglia contro ogni forma di dominazione borghese. Si trattava di una concezione per niente marxista, senza dubbio, ma essa serviva al Turati per agevolare il passaggio degli elementi democratici borghesi al socialismo, dopo, però, che la democrazia stessa si fosse scissa imbarcandosi da un lato con i conservatori e dell'altro lanciandosi nel « filone socialista che dirupando travolgesi a valle ». Inoltre, in questo modo, si risolveva abbastanza agevolmente il dilemma che aveva a lungo lacerato il ceto operaio - vita sociale o vita politica -, ed al socialismo spettava congiungere la lotta puramente economica del proletariato con le sue formulazioni politiche.

La separazione, quindi, della classe operaia dalla democrazia era da lui operata con questa distinzione che toglieva a quest'ultima ogni influenza sulla prima ed il Turati, forte di questa posizione dottrinale e politica nel tempo stesso, potè sostenere una funzione predominante nel congresso operaio italiano, promosso dalle Associazioni proletarie milanesi e che si tenne nella capitale lombarda nel 1891. Si ebbe, in tale occasione, la prevista offensiva degli elementi democratici ai quali si aggiunsero quelli anarchici…, alleati, sebbene per diversi motivi. Gli anarchici portarono la loro nota intransigente, ma l'ordine del giorno da essi presentato rimase nettamente sconfitto da quello del Turati (13 voti contro 104), il quale sosteneva che, per quanto non si dovessero riporre molte speranze « negli effetti di una legislazione difensiva del lavoro, senza una forte organizzazione operaia », che la promuovesse e vigilasse sulla sua attuazione, tuttavia, come dimostrava l'esempio degli Stati industriali, data una tale organizzazione, le legislazione poteva, entro certi limiti, favorire l'evoluzione del proletariato verso la sua completa emancipazione.


La seduta del 14 agosto alla Sala Sivori
Disegno di Caramba


Si ebbe l'impressione che gli operai si fossero spostati verso la democrazia, sicché il Turati si affrettò a scrivere, sulla sua rivista, che il compiacimento per i risultati del congresso di « qualche rendiconto "democratico" » era troppo vivo e frettoloso, perché il tempo in cui gli operai erano docili strumenti di partiti politici estranei ai loro precisi interessi, era definitivamente scomparso. Nei mesi successivi si impegnò, a Milano, una vivace discussione sul principio della lotta di classe, che diventò la linea di divisione fra i gruppi socialisti e quelli democratici. Il Turati, intanto, continuava la sua opera volta a chiarire con precisione i caratteri e la fisionomia del nuovo movimento socialista, che egli voleva modellare sull'esempio della socialdemocrazia tedesca, sebbene, alquanto fatalisticamente, fosse anche convinto che in Italia era impossibile costituire un simile partito non essendovi le condizioni economiche - cioè un adeguato sviluppo della grande industria - favorevoli. Ma queste sue perplessità caddero quando si recò, verso la metà di agosto del '92, a Genova, dove venne fondato il nuovo partito socialista escludendo da un lato gli elementi democratici e, dall'altro, gli anarchici, con i quali si era venuto determinando un antagonismo che rendeva incompatibile la permanenza delle due correnti nello stesso partito. Ed il nuovo partito operaio socialista si costituì sulla base delle convinzioni del Turati, legando gli operai che dovevano fare il più possibile da sè nel loro movimento professionale con l'azione socialista, concepita come il coronamento del movimento operaio e come quella che doveva dare a questo « fiato e possibilità di riuscire allo scopo finale dell'emancipazione ».

Negli anni successivi il Turati sostenne la necessità per il nuovo partito di adottare una tattica intransigente e di rimanere fedele al principio della separazione netta da qualsiasi altro partito. Questo punto di vista egli impose al congresso di Reggio Emilia, sebbene la stampa borghese affermasse che qui aveva vinto « la teoria dei compromessi e della manica larga ». Ma egli con la Kuliscioff ribadì fermamente che, anzi, dal congresso si era levata « una sola invocazione » « per la indipendenza del partito e per la separazione netta e recisa ». Aveva trionfato, a suo parere, una linea che, in coerenza con il socialismo internazionale, era « ugualmente lontana dalla metafisica nichilista degli anarchici » come « dalle fanciullesche illusioni dei possibilisti ». Senza dubbio, in quei primi momenti, tale linea era una esigenza assoluta per il partito socialista, il quale altrimenti avrebbe potuto correre il pericolo di confondersi con gli altri partiti e di perdere i vantaggi della sua rigorosa definizione a destra e a sinistra. E fu ancora lui che, fra il 1893 e il 1894, di fronte alla spontanea sollevazione dei contadini siciliani raccolti nei Fasci impose a poco a poco ai socialisti settentrionali un cambiamento nel loro giudizio su quei moti: infatti, molti li consideravano rivolte della fame cieche e senza lume di coscienza, mentre egli proclamava con vigore che il cuore dei socialisti doveva essere con quei supposti rivoltosi, che, esercitando il diritto della legittima difesa proletaria, erano oscuri ma legittimi araldi dell'ideale comune.

Ma la reazione del Crispi colpì, nell'ottobre del 1894, il partito socialista con lo scioglimento di tutte le società ad esso aderenti: a nulla era valso che i socialisti, pur affermando di avere come fine la proprietà collettiva, dichiarassero ripetutamente di accettare la lotta sul terreno legale e di voler strappare al governo « tutte le piccole migliorie compatibili con l’attuale organamento sociale».

Questa ventata reazionaria, che minacciava di disperdere tutte le conquiste ottenute con lunghi sacrifici, avviò il mutamento della tattica perché i socialisti non avevano le forze sufficienti per lottare contro il governo.
« La coerenza della tattica,- affermò il Turati - consiste nel mutare a seconda delle circostanze e del terreno », ed ora queste circostanze volevano una alleanza con le altre correnti dell'Estrema Sinistra, radicali e repubblicani, per meglio rivendicare la libertà. I socialisti milanesi, pertanto, diedero subito la loro adesione alla “Lega italiana per la difesa della libertà”, che si proponeva di « riunire in un fascio tutte le forze devote alla libertà per intimare un basta! all'opera folle e nefasta degli attuali reggitori ». Questa decisione, però, venne, per il momento, accolta con una certa diffidenza dal partito nel suo complesso e vi si diffuse solo verso il 1896, dopo che il Turati si era battuto contro il « bigottismo formalistico, fatto di misoneismo e di paura », contro l’onanismo politico che impediva ai socialisti di valersi di « tutte le relazioni e gli intrecci sociali » per far trionfare oltre che un clima di maggior libertà anche quei progressi sia pur minimi che rimanevano lo scopo dell'azione socialista molto più che un programma di ricostruzione sociale definitiva. Questa nuova tattica partiva anche da una visione diversa della borghesia, che era stata vista prima come una classe tutta reazionaria e conservatrice, e che adesso veniva vista invece articolata e frammentata in diversi ceti, alcuni dei quali reazionari ma altri democratici e progressivi. Era appunto con questi ultimi che avrebbe potuto realizzarsi la collaborazione.


Turati, De Andreis, Romussi e don Albertario
Le vittime della repressione del 1898


Di un ulteriore cambiamento nella tattica si fece sostenitore il Turati alcuni anni più tardi, sul finire del secolo, dopo che la reazione aveva imperversato ancora in particolare nel maggio del 1898 a Milano quando il gen. Bava Beccaris aveva soffocato nel sangue la ribellione degli operai contro l'eccessivo aumento del prezzo dei generi alimentari. Egli stesso, che pure si era adoperato per evitare la ribellione prevedendone le dolorose conseguenze, fu arrestato con gli esponenti degli altri partiti di Estrema Sinistra ed in carcere andò maturando la nuova svolta tattica che gli sembrava possibile anche per la lenta evoluzione dell'opinione pubblica, quale si dimostrava nelle elezioni amministrative e politiche, in favore di governi meno repressivi e più liberali. Infatti, nel maggio 1899, per le elezioni suppletive del V collegio di Milano, venne presentata la candidatura di protesta del Turati, ancora in carcere, da un Comitato formato da elementi di stretto legalitarismo e la votazione si risolvette in un vero plebiscito. Inoltre, nelle elezioni politiche del 3-10 giugno 1900, si ebbe una vittoria non numerica - che i candidati ministeriali riscossero un maggior numero di voti - ma morale dell'Estrema Sinistra, il cui gruppo tornò alla Camera accresciuto di una trentina di deputati e chi guadagnò più di tutti fu il partito socialista, che salì da 16 a 33 deputati. L'Estrema Sinistra - scrisse il Turati sulla “Critica sociale” - « incarna un grande e sempre più consapevole interesse della maggioranza reale del paese; rappresenta nel paese una forza organica, la maggiore, la sola, una grande forza d'avvenire ».

Ma ben presto egli si rese conto che finché i socialisti fossero rimasti alleati degli altri partiti dell'Estrema - considerati tutti anticostituzionali - ben poca possibilità avrebbero avuto di influire direttamente sugli orientamenti del governo. Bisognava, perciò, fare un passo avanti ed appoggiare anche le correnti liberali e democratiche antifeudali e antimilitaristiche della Sinistra, rappresentanti della forte classe industriale: ecco, di conseguenza, aprirsi la possibilità di raccogliere l'invito della giolittiana “Stampa” per un accordo momentaneo e contingente fra l'opposizione costituzionale e i partiti popolari, ugualmente interessati a impedire che si violasse lo Statuto. Così, il Turati giunse ad affermare che i socialisti dovevano sostenere i candidati liberali, ove questi avessero compreso l'esigenza di restituire definitivamente « l'ossigeno della libertà ai polmoni del paese ». Certo, in tal modo, l'attività del partito socialista minacciava di esaurirsi nella ricerca delle riforme immediate, dimenticando che il socialismo tendeva anche a determinare le linee generali di una nuova forma di società, pericolo che in questo periodo fu presente al Turati, sebbene egli propendesse verso una tattica gradualistica, a cui lo aveva abituato l'educazione positivistica.

Ma questa nuova svolta diede inizio, nel 1901, a quella collaborazione con il liberale Giolitti che si protrasse, ora segreta ora aperta, per circa un decennio. La convergenza si era venuta delineando più chiaramente nel febbraio del 1901, quando il Giolitti aveva deplorato la tendenza di molti rappresentanti della vecchia classe dirigente a considerare pericolose tutte le associazioni dei lavoratori, senza pensare che tale organizzarsi camminava « di pari passo col progresso delle civiltà » e che non poteva essere arrestato perché era basato sul legittimo principio del1'eguaglianza fra tutti gli uomini. E compito dello Stato era, a suo parere, non quello di fornire un aiuto ai ceti padronali, bensì quello di mantenersi neutrale nei conflitti del lavoro, dando, in tal modo, al proletariato la possibilità di giungere a più alte e dignitose condizioni di vita. Il Turati, prendendo la parola alla Camera nella stessa discussione, disse che la soluzione dei problemi del lavoro quale additava l'uomo politico piemontese, era la sola che conciliasse gli interessi del presente con i diritti dell'avvenire, « sul terreno comune di un pacifico, ordinato, civile progresso », e lasciò capire che un eventuale ministero, basato su tali principi, avrebbe avuto il suo appoggio e quello del suo gruppo.

In effetti, vi erano molti punti in comune fra il Turati e il Giolitti e l'azione di quest’ultimo al ministero dell'Interno nel governo Zanardelli parve segnare, per i ceti conservatori italiani, una vera rivoluzione. Il nuovo orientamento liberale era stato voluto anche dalla situazione economica che, dopo la lunga depressione dal 1873 al 1896; si era risollevata e per il nostro paese era cominciata la fase della industrializzazione che portava con sé un aumento dei prezzi. In tali condizioni era diventato inevitabile concedere maggiore libertà al proletariato nelle sue lotte rivendicative, se non si voleva giungere all'urto violento di questo contro lo Stato. Il Giolitti, pertanto, fu l'espressione di questa fase della vita economica e politica, e la sua azione parve inaugurare un periodo in cui le classi lavoratrici avrebbero potuto, mediante le libere lotte sindacali e sociali, giungere gradualmente a quella sostituzione della vecchia classe dirigente che era la mira del socialismo. Il metodo approvato e seguito dal Turati riceveva, quindi, una nuova conferma e sembrava dovesse uscire anche rafforzato dalle possibilità che gli si aprivano di realizzare importanti conquiste. Infatti, in un articolo sulla « Critica sociale » del 16 luglio 1901, egli proclamava finalmente chiusa l’« era delle convulsioni periodiche » e iniziata l'era di una « ininterrotta ed accelerata ascensione »; da ciò deduceva anche la necessità di appoggiare il governo per difenderlo dagli attacchi e dalle insidie della reazione.

Anna Kuliscioff
Ma l'espansione economica si rivelò pure favorevole, come sempre avviene, al sorgere delle correnti sindacaliste che, partendo dalla dottrina del Sorel, ritenevano che la lotta contro la società borghese dovesse essere condotta da piccole élites rivoluzionarie, contrarie ad ogni compromesso trasformistico con i partiti democratici ufficiali, e che sapessero trascinare le masse allo sciopero generale, risolutore decisivo di tutte le vecchie e insolubili antinomie. Il sindacalismo, quasi contrapponendosi al riformismo turatiano, più adatto alla classe operaia del Nord, si diffuse particolarmente nel Mezzogiorno ed ingaggiava la battaglia più contro lo « Stato dissanguatore » che contro il « capitalismo sfruttatore », lasciando scorgere come rinascessero in esso anche elementi della critica meridionalistica alla tradizionale politica dello Stato italiano. Al Turati, questo sindacalismo sembrava solo lo strascico, travestito e ammodernato, del vecchio spirito anarcoide, non ancora vinto dall'educazione socialista. Eppure, proprio esso andava diffondendosi e, dopo che la corrente socialista positiva, come preferiva dirla il Turati piuttosto che riformista, aveva riportato la vittoria al congresso di Imola del settembre 1902 (il sostegno al governo liberale era dato per assicurare vita e vigore alle organizzazioni proletarie…
« Dobbiamo noi rifiutare quest'aria che ci consente di vivere? »), l'attacco dei rivoluzionari si fece più intenso, anche perché il Giolitti, dopo lo sciopero generale del 1904, sciolse la Camera e indisse nuove elezioni per il novembre su una formula negativa, né reazione né rivoluzione, una formula che, in realtà, nascondeva una sostanziale politica di destra. In tal modo, egli non faceva altro che indebolire la posizione del Turati e rafforzare quella dei suoi avversari di partito. A tutto questo si aggiungeva l'intensificarsi dell'azione sindacale delle masse lavoratrici, che, nel 1906, l'anno di più intenso sviluppo economico, giungeva a 1.299 scioperi contro 1.042 nel 1901.

Tuttavia, questa fase di espansione subì un arresto nel 1907, quando dagli Stati Uniti una breve ma intensa crisi si diffuse rapidamente in tutto il mondo e questa nuova situazione favorì di nuovo i riformisti che, nel congresso di Firenze del settembre 1908, riportavano la vittoria, anche perché i sindacalisti si erano allontanati dal partito, (essi erano stati sconfitti anche al congresso della Confederazione del Lavoro tenuto poco prima di quello del partito). Il Turati scrisse che i socialisti si erano dimostrati propensi ad una «politica di raccoglimento» e che avevano fatto capire di essere disposti a costituire un blocco con i radicali. Ma bisognava impedire, nel tempo stesso, che il partito si spostasse troppo a destra e che diventasse « un'appendice dell'evanescente ed incerto partito radicale italiano », ed ecco allora il Turati, perfettamente consapevole di tale esigenza, sostenere una tattica intransigente che portava, evidentemente, alla opposizione, al governo. Del resto, la condotta del Giolitti aveva destato sempre più aperte perplessità per il suo equilibrismo trasformistico che gli faceva continuamente rimandare la soluzione dei principali problemi del paese. E poi occorreva opporsi con fermezza al progressivo aumento delle spese militari, che rendevano impossibile il programma di riforme sociali vagheggiato dai socialisti. Inoltre, il Turati avvertiva le necessità di impedire che prendessero piede le tendenze, che andavano affiorando nel partito sostenute soprattutto dal suo amico Bissolati, alla costituzione di un partito del lavoro e, pertanto, si adoperò per la « concentrazione socialista », cioè per una fusione sempre più stretta del movimento socialista con il movimento operaio. Era, questo, il periodo in cui si costituirono a parrito le correnti nazionalistiche, che erano state favorite dal « fortunato stato d'animo » formatosi nel paese come reazione alla occupazione da parte dell'Austria - Ungheria della Bosnia e dell'Erzegovina, che veniva a disturbare fortemente i traffici italiani con la penisola balcanica; ed i nazionalisti indicavano il prevalere nella nostra società delle tendenze di destra.

Ma l'opposizione al governo era sempre piuttosto incerta e non appena poteva il Turati ritornava ad appoggiarlo, come avvenne con il ministero Luzzatti, nel 1910, al quale egli concesse la fiducia dietro la promessa di un progetto di legge per l'allargamento del suffragio elettorale, una riforma che, come tutti i socialisti riconoscevano, doveva precedere qualsiasi altra. Contemporaneamente, quasi accogliendo le continue critiche del Salvemini, proclamava che il socialismo non doveva ridursi ad essere il partito delle aristocrazie operaie ma doveva rivolgersi anche ai contadini, Una concezione, peraltro, che sconvolgeva la sua visione tradizionale, perché il suo socialismo era un socialismo del proletariato evoluto, delle coscienze mature ed egli aveva quasi bisogno del limite oscuro rappresentato dal proletariato rurale rozzo, ignorante, primitivo per continuare a credere nella funzione educatrice di un ceto illuminato. Ecco perché, nella relazione per il congresso di Milano (ottobre 1910), si liberò quasi con un senso di insofferenza di tale concezione e ritornò a quella che riteneva l’interpretazione più ortodossa e classica del marxismo, « difensore e interprete specifico delle falangi proletarie della grande industria, della agricoltura industrializzata e dei pubblici servizi », Proprio in questo congresso dovette combattere contro la sempre più aperta tendenza a fondare un partito del lavoro, apolitico e separato dal partito socialista e in grado di difendere, perciò, le proprie rivendicazioni puramente corporative e settoriali senza sottometterle a finalità politiche. Il pericolo era che il partito socialista, amputato della classe lavoratrice, si riducesse ad un semplice partito democratico.

Il dissidio con il Bissolati si scavò profondo quanta il Giolitti, tornato al potere dopo aver scalzato il Luzzatti con la prospettiva della concessione del suffragio universale, diede inizio all'impresa di Tripoli, manifesta concessione alle forze di destra in cambio di una loro minore resistenza al progetto del suffragio. In tale occasione, il Bissolati fu del parere che il partito socialista non dovesse passare alla risoluta opposizione, ma tenere un atteggiamento almeno di benevola neutralità nei confronti del ministero, per non rigettarlo del tutto sulle correnti conservatrici. Invece, il Turati, vedendo nella spedizione coloniale un arresto inevitabile di ogni seria volontà riformatrice, affermò che il gruppo parlamentare non poteva e non doveva « più oltre sostenere sistematicamente, coi propri voti, l'attuale Gabinetto ». Era il passaggio alla opposizione ed egli veniva a trovarsi molto vicino alle posizioni degli intransigenti rivoluzionari, con i quali si confondeva, riprendendo il vecchio apparente bisticcio, che l'aveva salvato altre volte dal cadere nelle unilaterali affermazioni, cioè che la dottrina socialista era « riformista perché rivoluzionaria e rivoluzionaria perché riformista ».

Una caricatura di Turati
Il fatto era che il Turati, per non rinnegare il suo passato e per non rinunciare all'avvenire, doveva condannare recisamente la guerra e il governo che l'aveva voluta; ed ora che il governo si era sottratto all'influenza socialista e che i radicali ed i repubblicani erano praticamente scomparsi, non rimaneva che l'opposizione tanto più ferma quanto più respingeva la democrazia sociale, specie di laburismo all'inglese da cui, invece, sembravano attratti i riformisti di destra che, con il Bissolati e il Bonomi, uscirono dal partito nel congresso di Reggio Emilia del 1912. Qui, il Turati fece un estremo tentativo di impedire la secessione, richiamando i compagni al dovere di dimenticare certa logica, spinta alle estreme conseguenze e la fede nelle magiche virtù del collaborazionismo. Ma tutto fu vano: il partito socialista, rimasto privo della sua ala di estrema destra, parve ritrovare una nuova e insolita unità fra gli intransigenti rivoluzionari ed i riformisti di sinistra, tanto che lo stesso Turati osservò come, crollato « l'unico ed ultimo differenziativo fra socialisti e socialisti, fra socialisti riformisti e supposti o sedicenti socialisti rivoluzionari », non fosse rimasto che il partito socialista, senza alcuna distinzione di frazioni o di tendenze. E, ripensando alle vicende della sua vita, poteva affermare, con un senso di compiacimento, che mai gli si era affacciata la « faziosa velleità » di fondare un altro partito, un contropartito.

Eppure, i rivoluzionari trovavano, proprio in questo periodo, un esponente chiassoso ed ambizioso, Benito Mussolini, al quale, il 1 dicembre 1912, veniva affidata la direzione del quotidiano del partito, “L’Avanti!”. Il Mussolini era un rivoluzionario che aveva male appreso le dottrine del Sorel, del Nietzsche, tutto il volontarismo e l'attivismo del primo novecento e che, soprattutto, credeva nelle capacità creatrici delle élites contrapposte alle masse brute e passive, secondo una concezione che nulla aveva di socialista. E giustamente il Turati, esaminando la sua « stregoneria semplicistica », sosteneva che si ritrovava in lui la tipica mentalità blanquista, che rimaneva nascosta sotto un intonaco che sembrava riconnetterla ad esperienze più moderne, « alla ispirazione, stirneriana, o nietzschiana, alla suggestione, oggi in voga, del volontarismo neo-idealista, neo-spirituale, neo-carliliano, o bergsoniano, o neo-mistico ». In definitiva, colpiva nel Mussolini l'esaltazione del «superuomo nella sotto-umanità» che era veramente uno dei suoi tratti caratteristici.
Ormai la situazione generale andava sempre più peggiorando e lo stesso contrasto fra i due gruppi di potenze che si era inasprito anche per l'implacabile reciproca concorrenza sui mercati mondiali, lasciava presagire non lontano il ricorso alla guerra. Anche la situazione politica interna si era aggravata e il definitivo abbandono da parte del Giolitti e dei giolittiani di una condotta riformatrice era stato dimostrato dalle elezioni del 1913, le prime a suffragio universale, in cui i liberali, per salvarsi dal supposto grave pericolo di una avanzata delle candidature popolari, avevano sollecitato l'appoggio dei cattolici: questi, ispirati da Pio X, l'avevano volentieri concesso in funzione conservatrice, anti-socialista. Ormai non esisteva alcuna possibilità di condurre una politica simile a quella che era stata seguita con successo dal socialisti all'inizio del secolo e il Turati non si rifiutò di trarre tutte le conseguenze che si dovevano trarre, e quando, nel 1914, scoppiò la guerra anche egli condivise la posizione della direzione del partito, che era nelle mani dei rivoluzionari, avversa, per principio, alla guerra stessa. II 10 dicembre '14, nella discussione sul secondo ministero Salandra, più conservatore del precedente, affermò che il governo, pur parlando di neutralità, sembrava « dar fiato alle trombe di guerra » e osservò che molto grave era la richiesta soppressione di ogni partito di fronte alla storica necessità dell'ora. I socialisti non intendevano abdicare al socialismo, proprio nel momento in cui il capitalismo dimostrava la sua incapacità a reggere le sorti del mondo e precipitava nella bancorotta più criminosa, minacciando « di affogare nel sangue ». Il mondo rimbarbariva e i socialisti si isolavano, affermando più alta ancora la loro fede nella ragione e il loro ripudio della violenza. Ed egli approvò la formula lazzariana, « non aderire né sabotare » con cui veniva definito, mentre tutti i partiti socialisti europei facevano atto di adesione alla politica della rispettiva borghesia (il solo partito socialdemocratico russo aveva tenuto una condotta coerentemente decisa contro la guerra), il loro atteggiamento, una formula che consentiva di tenere unito il partito e di attenuare le differenze tra i rivoluzionari, che si opponevano alla guerra in quanto essa era la conseguenza inevitabile del regime capitalistico, ed i riformisti, i quali la respingevano per motivi più contingenti e più immediati, appunto perché aveva indirizzato tutta la vita del paese in senso contrario agli interessi delle classi lavoratrici: Perciò, il Turati scrisse e ripetutamente affermò alla Camera dei deputati che gli « italiani socialisti » (che erano, però, anche « socialisti italiani ») avevano accettato il « fatto compiuto con patriottica rassegnazione e con assoluta sincerità »: nessun atto, « neanche indiretto », sarebbe venuto da essi che potesse svigorire il paese e indebolire le forze della difesa nazionale.

Netta separazione di responsabilità, dunque, perché i socialisti avevano un avvenire da salvaguardare, ma, nel tempo stesso, partecipazione alle vicende e alle sofferenze della nazione, la cui integrità essi riconoscevano necessaria allo sviluppo borghese come al divenire socialista, che in quello sviluppo aveva il suo presupposto ideologico e storico.
E dopo Caporetto, quando il nuovo primo ministro, Orlando, affermò…
« Il Grappa è la nostra patria », lasciando capire che quel nostra non comprendeva i socialisti, il Turati rispose, mostrandosi dolorosamente risentito: « Voi sapete che questo non è vero, che le ore difficili le attraversiamo anche noi, che le ore dell'angoscia le viviamo anche noi! ». E di nuovo mise in rilievo la solidarietà con l'esercito che combatteva per la difesa e l'integrità del paese: « Non è l'ora delle parole, mentre lassù si combatte, si resiste, si muore per così vasto e profondo arco di confine italiano, e le nostre anime sono tutte egualmente protese nell'angoscia, nella speranza, nello scongiuro, nell'augurio ».
Come si vede, della formula del Lazzari, il Turati e i suoi compagni mettevano l'accento sulla seconda parte, « non sabotare », a differenza dei rivoluzionari che lo mettevano sulla prima, « non aderire », il che determinò la fiera reazione dei rivoluzionari, che facevano capo a Serrati.

Erano le vecchie e ormai tradizionali differenze tra le due correnti che perduravano ed esse si approfondirono quando in Russia la rivoluzione, sotto la guida di Lenin, giunse alla vittoria. I rivoluzionari ne vennero molto rafforzati ed allora il Turati cercò di premere sul governo perché si facesse attivo iniziatore di una politica di pace, la sola che avrebbe consentito di combattere gli eccessi e le correnti estremiste. Invece, la guerra continuò ancora parecchi mesi e quando finì la direzione del partito socialista lanciò la parola d'ordine dell'instaurazione della repubblica socialista e della dittatura del proletariato di contro alla richiesta della Costituente, che era la parola d'ordine dei gruppi interventisti sia democratici sia nazionalisti. Sebbene con scarso successo, perché il momento non era certo favorevole, il Turati cercò di combattere la dittatura del proletariato e riconfermò la sua convinzione che il nuovo regime socialista non sarebbe stato « l'effetto né di un colpo di mano, né di prodigiose anticipazioni storiche, perché sarebbe stato anzi raggiunto solo con la graduale conquista dei poteri e della capacità politica di esercitarli da parte delle classi lavoratrici »: altrimenti, secondo lui, si sarebbe ritornati al socialismo utopistico pre-marxistico. E tale sua posizione difese anche al congresso di Bologna dell'ottobre 1919, quando disse che il voler lanciare a capofitto il proletariato prima del momento in cui fosse diventato la nuova classe dirigente, avrebbe voluto dire fargli rompere la testa. Ritornava, chiara ed esplicita, la sua posizione fatalistica che risaliva sempre all'educazione positivistica ottocentesca e che lo rendeva estremamente diffidente verso le rotture rivoluzionarie nella convinzione che le conquiste proletarie dovessero essere ottenute mediante una lenta e graduale elevazione morale e spirituale. Inoltre, a suo parere, era vano cercare di anticipare sullo svolgimento storico perché la società socialista sarebbe nata inevitabilmente e meccanicamente quando la società capitalistica fosse pervenuta al suo più alto grado di sviluppo. Ma i rivoluzionari, che, in apparenza, erano su posizioni nettamente in contrasto con queste, in realtà erano anch'essi molto vicini al fatalismo, perché ritenevano che la nuova società del proletariato sarebbe derivata da quella precedente quando questa fosse arrivata al punto da non poter più comprimere le sempre più gravi contraddizioni che covavano nel suo seno. Sicché, aveva ragione il Matteotti ad osservare, come fece al congresso di Bologna, che il riformismo e il massimalismo - così si chiamavano ora i rivoluzionari, - erano due fenomeni « essenzialmente uguali nella loro apparenza discorde ». Certo, per i giovani come lui quella mentalità ottocentesca doveva sembrare vecchia e superata, ma il partito era ancora diretto da quegli uomini e fu questo che ne rappresentò l'intrinseca debolezza di fronte al fascismo, che era invece figlio della mentalità volontaristica, attivistica e tutta protesa all'azione, affermatasi con l'inizio del novecento.

Filippo Turati nel 1924
Così, il dramma che si svolse in Italia fra il 1919 e il 1922 ebbe questi socialisti più spettatori che partecipi, incapaci di affrontare il pericolo con decisione e soprattutto con una concezione della lotta politica adeguata: continuavano ad avere fiducia nella fatale evoluzione della realtà e della vita che avrebbe dovuto condurre alla vittoria del socialismo, e intanto il fascismo faceva crollare una ad una tutte le difese. Nel successo di quest'ultimo entrarono molte altre cause, fra cui la crisi economica della fine del 1920 e del 1921, il cedimento della vecchia classe dirigente liberale, ecc., ma, senza dubbio, l'intrinseca debolezza del socialismo fu una delle cause determinanti, debolezza che fu determinata non solo dalla mentalità superata ma anche dall'intensificarsi della lotta interna fra le varie correnti, per cui in alcuni momenti parve che la polemica reciproca - fra massimalisti e riformisti, tra riformisti e comunisti - fosse quasi più intensa che la polemica contro lo stesso fascismo. Il dissidio, adesso, tra i riformisti e i massimalisti, che avevano ormai bloccato coi terzinternazionalisti, verteva sulla partecipazione, o meglio sulla collaborazione e sull'appoggio esterno, ai governi liberali borghesi, che il Turati era disposto a dare ma che i suoi avversari di partito erano risoluti a negare. Ed egli, non essendo disposto ad uscire dal partito per non fare la fine del Bissolati che si era ritrovato senza seguito, dovette accettare questa disciplina. I massimalisti rimanevano fedeli alla loro tattica intransigente-rivoluzionaria, intesa a rifiutare ogni possibilità di accordi con la borghesia vista come un solo blocco reazionario, mentre i riformisti erano portati, per contrasto; ad accentuare la tattica transigente, realista e sperimentale, come era detta dal Turati, che avrebbe dovuto assicurare, facendo entrare arditamente la classe lavoratrice nel gioco delle forze borghesi operanti, una migliore difesa delle conquiste proletarie. Si trattava, perciò, di insinuarsi nelle “anfrattuosità della compagine capitalistica” e di realizzare una stabile intesa con quei ceti borghesi che respingevano anch'essi la violenza fascista: questo avrebbe dato il modo a un governa liberale di difendersi, di vivere, di operare e prosperare. Ma questa tattica appariva, ed era in realtà, alquanto utopistica nel '19-'21, quando la borghesia liberale riuscì a governare con la partecipazione del partito popolare, che le concedeva volentieri il suo appoggio volendo difendersi, in tal modo, dalla minaccia di una eventuale vittoria socialista, mentre, nel '22, quando si delineò grave e irrimediabile la dissoluzione della classe dirigente liberale, una collaborazione socialista fu respinta con risolutezza dalle forze economiche più potenti che erano disposte a rendere più intensa l'offensiva del fascismo piuttosto che consentirla.

Il fatto era che anche in questo contrasto il partito socialista si dimostrava vecchio e soprattutto di fronte ad uomini ed a partiti che conducevano la lotta politica con una nuova tecnica. Ed anche ormai fuori della realtà era il Turati: ogni volta che cadeva un governo e se ne formava un altro, si ripeteva per lui il solito dramma. Seguiva il primo ministro che se ne andava con nostalgia e rimpianto e accoglieva generalmente il suo successore con propositi. di opposizione, che, però, a poco a paco, si attenuavano fino a concedergli di nuovo la sua fiducia. Ma sempre si adattava alla volontà della maggioranza del suo partito e mai si sarebbe rassegnato ad abbandonare i suoi compagni e continuava a difendere l'unità, la compattezza dei socialisti, attirandosi le osservazioni ironiche della sua Anna: andare al potere si, ma non si poteva certo rinunciare all'esplicito consenso del partito e delle organizzazioni di masse, a meno che non si fosse voluto perdere ogni contatto con il proletariato: e allora egli abbandonava i propositi, pur altra volta affermati. E la Kuliscioff commentava, riprovando questa intima perplessità…
“Se fossi costretto ad assumere il potere alla prima crisi parlamentare, ti faresti il segno della croce per scongiurare il diavolo?”, e giudicava il suo amico « fiacco, indeciso, svogliato ».
Certo, in alcuni momenti come verso la metà del '21, quando i riformisti si erano ripresi, anche per le conseguenze della crisi economica che avevano indebolito i massimalisti, parve che potessero quasi avere il sopravvento sulla opposta corrente, ed al congresso di Milano dell'ottobre ottennero un discreto successo: il che fece dire al Treves che era in atto un trapasso dal pragmatismo violento del rivoluzionarismo comunista al pragmatismo solido dell'evoluzione rivoluzionaria del socialismo classico. Ma i massimalisti non perdettero il controllo del partito e così, anche questa volta, il proposito di modificare la linea politica sfumò.

In verità, nel '22, il presupposto essenziale su cui la politica turatiana si basava, cioè l'esistenza di correnti borghesi contrarie alla reazione e consapevoli della necessità che continuassero a sussistere un regime di libertà e un « proletariato evoluto e conscio dei propri destini », si rivelava sempre più manifestamente un grave errore e, nel febbraio '23, un riformista doveva confessare che i suoi compagni non si erano resi conto, « fin quasi all'ultimo, di quel che fosse la disgregazione, la vacuità, la inconsistenza delle correnti democratiche e della stessa tradizione "liberale"». Così, la loro politica si chiudeva con un fallimento completo ed è per questo motivo che essi si presentarono al congresso di Roma dell'inizio dell'ottobre '22 quasi in veste di accusati. Eppure i risultati della votazione rivelarono che i riformisti avevano fatto un altro passo avanti e che ora le loro forze pareggiavano quelle dei massimalisti. Ma la scissione era ormai inevitabile e decisa perché il Serrati, nel suo discorso di chiusura, disse di non ritenere traditori i compagni che uscivano dal partito, e soggiunse…
« Non scenderemo alle bassezze polemiche delle quali gli altri partiti si sono macchiati in Italia. Anche dopo la separazione, in un certo senso, noi resteremo unitari per il proletariato, per il fronte unico ed internazionale... Ognuno al proprio lavoro: voi alla collaborazione, noi alla nostra critica assidua. Tutti per il proletariato, per la rivoluzione socialista ».
Come si scorge, il Serrati evidentemente sperava che fosse possibile, lasciando liberi i riformisti di attuare la loro politica collaborazionistica con il governo liberale, impedire lo sbocco della crisi italiana, cioè il fascismo: illusione che può sembrare quasi incredibile a venti giorni dalla marcia su Roma. Il Turati, prendendo la parola, espresse il suo « rammarico vivo, bruciante, come di lacerazione e di sconforto » per la scissione, che, disse, era matura nelle cose ma non doveva degenerare in scandalo, in dileggio, lotta a coltello, sfacelo dei socialisti e delle organizzazioni proletarie…« dipende da noi far in guisa che dalla separazione nasca tutto il bene e nessuno dei mali che essa può generare; sentirci ancora due partiti distinti, ma più vicini l'uno all'altro che non sia ciascun d'essi agli altri partiti ».
Egli esprimeva sentimentalmente tutto il suo dolore per la separazione, lui che aveva sempre combattuto per l'unita del partito e che aveva sempre sperato in essa.
« Vi lasciamo - concluse - gridando: Viva il socialismo! Pensiamo che questo grido potrà un giorno unirci anche nell'ora del sacrificio e del dovere ». Nobili e belle parole che, tuttavia, non riuscivano a nascondere il sostanziale fallimento della sua azione politica, incapace di adeguarsi alle nuove esigenze ed alla nuova realtà.
Un altro episodio in cui parve al Turati rivivere la entusiasmante esperienza dei primissimi anni del secolo, quando l'appoggio al governo Zanardelli-Giolitti aveva valso a mutare il corso della politica italiana, fu quello dell'Aventino. Come è noto, dopo l'uccisione di Giacomo Matteotti, i deputati antifascisti e democratici si ritirarono dal Parlamento e si raccolsero, come disse lo stesso Turati nella prima riunione delle opposizioni, sull'Aventino « delle nostre coscienze, donde nessun adescamento lo avrebbe rimosso sinché il sole della libertà non avesse albeggiato e l’imperio della legge non fosse stato restituito ». Egli espresse pure lo stato d'animo generale quando promise all'ombra del Matteotti che presto sarebbe stata placata; e la sua fiducia era anche una certezza perché la rinnovata e ritrovata concordia delle correnti liberali e democratiche con quelle socialistiche nella lotta per la libertà, era per lui una sicura garanzia di non lontano successo. Il suo pensiero andava sempre al 1898 ed agli annî seguenti che avevano visto la reazione sconfitta da una larga alleanza di partiti popolari e democratici. Così, anche ora riaffermò che l'oltraggio supremo alla libertà, che centomila altri oltraggi riassumeva, diventava il simbolo « della immortale democrazia, della indefettibile giustizia sociale, che si rimettono in cammino ». Ma, come si può scorgere da queste parole, si trattava, ancora una volta, di una fiducia fatalistica nel trionfo immancabile della libertà e della giustizia, un trionfo che avrebbe avuto ragione di ogni temporanea resistenza e che avrebbe facilmente superato ogni momentanea caduta. Era, perciò, una attesa passiva e di nuovo mancava al Turati la percezione della necessità di un attacco più risoluto per scacciare dal potere un regime che lo aveva preso ed era deciso a rimanervi con la forza, e soprattutto degli interessi economici e sociali che lo mantenevano in vita, anche se esso avesse mostrato qualche sintomo di debolezza.

I giovani, come un Gobetti, un Granisci, un Dorso, criticavano questa tattica strettamente legalitaria, alla quale i vecchi uomini politici democratici erano portati dalla loro educazione e dalla loro mentalità. Ecco perché 1'Aventino fu sì un episodio degno in cui la vecchia classe dirigente mostrò di volersi rifiutare di accettare la violenza come unica arma di lotta politica, ma fu anche un episodio che segnò il completo e definitivo esaurimento della generazione di Turati, il quale, tuttavia, più di altri suoi amici e compagni, si tormenta, come risulta dal carteggio con la Kuliscioff, per l'impotenza e l'inerzia a cui gli aventiniani si erano condannati da soli e si rammaricò che il sacrificio del povero Matteotti fosse stato inutile. Dopo il discorso del 3 gennaio '25, con cui il Mussolini assumeva su di sè intera la responsabilità politica, storica e morale di quanto era avvenuto (rendendo, in tal modo, inutile l'agitare la « questione morale », come aveva fatto fino allora l’Aventino), anche il Turati si pose l'assillante problema di che cosa convenisse fare, se ritornare in aula oppure no; ma nessuna decisione veniva presa e, nel maggio '25, il Turati era costretto ad osservare come la resistenza al regime fosse entrata « in un periodo di stasi sonnolenta», che esasperava le «inquiete impazienze » e manteneva « nell'ambiente nazionale una tensione infeconda ».
In verità, il fallimento dell'Aventino era anche soprattutto il fallimento dei riformisti, che (a differenza dei comunisti, mostratisi avversi e con ben diverso indirizzo proposto da Gramsci) avevano sostenuto l'Aventino con fiducia. Ma, certo, era forse impossibile che uomini come il Turati riuscissero a capire questo; ed egli riprendeva la sua mai spenta mentalità gradualistica, quando, ripensando al congresso internazionale socialista tenuto a Marsiglia nell'agosto '25, affermava che le ultime finalità socialiste non erano state dimenticate, in quella autorevole sede, ma che il suo spirito era stato « più azione che contemplazione o attesa, passione del moto più che del fine », senso profondo dell'azione quotidiana di « permeazione, di penetrazione, di riforma e di conquista incessante e perciò graduale ». Ma come si sarebbe potuta svolgere, in Italia, dove la libertà era ormai un nome vano, una simile azione graduale, lenta, incessante, come si sarebbero potute ottenere le riforme se ogni via era chiusa, se la stampa libera era praticamente soppressa? L'animo, allora, si chiudeva in una muta angoscia e la « pena del vivere » diventò, per il Turati, quasi insopportabile quando, verso la fine del '25, morì la sua carissima compagna, la Kuliscioff, con la quale aveva percorso buona parte della sua vita…
« Questa mia vita - scriveva alla figlia di un socialista triestino - non vale ormai proprio più la pena, la enorme pena, di essere vissuta ».
Ma vennero a toglierlo da questo profondo abbattimento le vive ed insistenti esortazioni di alcuni giovani - C. Rosselli, F. Parri, S. Pertini - perché si decidesse a lasciare, come avevano fatto tanti altri esponenti democratici, l'Italia per rifugiarsi in Francia. La fuga dalla casa di Milano sorvegliata dalla polizia, fu avventurosa ma alla fine, dopo una traversata orribile su una piccola barca, riuscì a giungere in Corsica. Appena sbarcato sul libero suolo, rispondendo al saluto del capo del circolo repubblicano del paese, improvvisa, scrive il Rosselli che ci ha lasciato la descrizione della fuga, "una di quelle causeries in cui andava maestro. Descrive l'Italia in catene, parla della lotta per la libertà, saluta la libera terra di Francia... La stanchezza, la traversata, il mal di mare, tutto finito. Il vecchio sauro scalpita, il sangue giovane ribolle".
« Ah! Turati, come ti vogliamo bene, quanto sei bravo, Turati », esclama il Rosselli commosso, lui che pure apparteneva alla generazione successiva ma che, tuttavia, riconosceva in questo esempio di dignità morale e di impegno civile un insegnamento che andava al di là di qualsiasi momentanea debolezza e che faceva del Turati il suo maestro. E giunto a Parigi, rispondendo appunto a questo interiore moto, scrisse sul “Soir”…
« Noi non possiamo rifiutarci di lavorare per il nostro paese mostrandogli la via della salvezza colla libertà, la democrazia e il socialismo. Non lo possiamo fare in Italia: lo faremo in esilio. Ci son degli obblighi imperiosi per i cittadini... ».
E tra questi obblighi egli ritiene che quello a cui avrebbe potuto dedicarsi dovesse essere di far conoscere all'opinione pubblica di tutti i paesi che cosa fosse in realtà il fascismo, a quell'opinione pubblica fuorviata da una propaganda interessata. Contemporaneamente, si adoperava per raccogliere le varie correnti politiche in esilio in un « fronte unico antifascista », il che gli sembrava possibile perché « al disopra delle specifiche finalità e degli eventuali dissidi di metodo », si imponeva una sola pregiudiziale, cioè « la riconquista, per tutti, della possibilità di esprimere la loro opinione, di vivere, di respirare ».
Perché per lui la libertà era come l'aria che si respira, senza la quale l'uomo muore.

La Concentrazione antifascista, che usci da questi suoi sforzi, sembrava riprendere i termini della lotta politica di altri momenti, della fine dell'ottocento o dell'Aventino, quando i socialisti si erano quasi confusi in un movimento più largo che abbracciava vari partiti e vari strati sociali. Ma di quei momenti la Concentrazione riprendeva anche la concezione fatalistica e passiva, per cui era sicura che la crisi economica avrebbe fatto crollare il fascismo oppure che il re sarebbe alla fine intervenuto oppure ancora che la denuncia delle grandi mangianze dei gerarchi fascisti potesse eliminare la dittatura. Era una attesa che doveva essere smentita dai fatti e che portò la Concentrazione ad un punto morto, nel '29, anche perché incapace di rinnovare dal profondo la propria azione. Ma proprio allora arrivarono a Parigi C. Rosselli, B. Lussu e F.F Nitti, che erano riusciti a scappare dal confino e che mostrarono subito di volere impostare la lotta contro il fascismo in altro modo, rispondere con la forza alla forza…
« Il fascismo si è accampato nel cuore d'Italia... tiene in mano le armi e dice: solo con le armi discuto ».
Così, un nuovo attivismo penetrava nella Concentrazione ed ispirate da esso sì ebbero alcune iniziative, come i voli di Bassanesi su Milano e di De Bosis su Roma o come l'attentato di De Rosa al principe Umberto a Bruxelles. Alcuni vecchi socialisti si rifiutarono di seguire i giovani su questa nuova strada mostrando il timore che il fascismo potesse inasprire la sua repressione all'interno; ma fra essi non fu il Turati, il quale, pur non rinunciando al suo passato, aveva la precisa consapevolezza. che occorresse adesso agire, essere pronti, vigilare, resistere se non sì voleva passare al nemico: « Resistere in tutte le forme. Non più, quindi, quel Turati che contro la violenza squadrista aveva predicato la resistenza passiva (« ... Non raccogliete le provocazioni, non rispondete alle ingiurie, siate buoni, siate santi... »).
Ora, si trattasse di propaganda, di aeroplani, di bombe, tutto era meglio di nulla. Ed a Lugano, al processo Bassanesi, espresse il pensiero che era anche dei suoi giovani-amici quando disse che il massimo dei doveri per i fuorusciti era quello di « suscitare, predicando con l’esempio, nell'Italia oggi oppressa e depressa, il contagio dell'ardimento, come finora fu sparsa l'epidemia della paura e del terrore ».
Era ormai vecchio e vicino al gran passo ma trovava in se stesso la forza di rinnovarsi e di accostarsi con simpatia e comprensione ai suoi giovani compagni, con i quali si trovava perfettamente d'accordo sulla necessità di, uscire dal piano legalitario su cui si era, mantenuta sino allora la resistenza al fascismo. In questo modo, egli continuava a vivere ed appariva un maestro alla nuova generazione: il De Rosa, appena uscito dal carcere di Bruxelles, correva a Parigi a piangere « sul corpo esanime del suo Maestro », morto il 29 marzo 1932, e il Rosselli diceva di lui che era « uno stoico per il quale la vita era una cosa straordinariamente seria, per il quale non il successo conta, ma la intrinseca moralità »: egli non si era mai piegato e, « fino all'ultima ora della sua giornata mortale, aveva dedicato tutto,di sè alla causa ».
Che era il più bell'elogio che di lui potesse essere fatto e che il Turati confermò con il suo ultimo messaggio…
« Né la disfatta, né l'esilio attenuarono la nostra fede, o indebolirono le nostre speranze. Al contrario, è questa stessa disfatta, è questo stesso terrore, generato da un terrore, contrario e maggiore, dei nostri avversari, che ci danno la maggiore certezza della non lontana vittoria. Noi siamo, e saremo, ciò che fummo. Morremo avviluppati in questa stessa bandiera ».


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RODOLFO MORANDI

GIUSEPPE MASSARENTI - Le lotte sindacali di Molinella


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