lunedì 7 dicembre 2009
DON GIOVANNI MINZONI
Di don Giovanni Minzoni non si può dire che abbia lasciato una grande impronta personale nella storia d'Italia. Non fu né un politico, né un intellettuale, né un santo; fu solo un prete di carattere, generoso, attivo, poco colto, legato soprattutto al mondo della sua milizia sacerdotale e dei suoi parrocchiani, le terre di Romagna, fra Argenta e Ravenna. Un prete, insomma, come tanti altri, che, con la sua opera, i suoi ideali, i suoi stessi limiti di pensiero e di azione, attesta il vivo rapporto che nell'Italia prefascista lega il clero a tanta parte delle popolazioni rurali. Ma, proprio per questo, il suo sacrificio assume in sé l'importanza e il valore di un simbolo: il simbolo della persecuzione fascista non solo contro il movimento socialista, ma anche, contro il movimento cattolico democratico.Don Minzoni proveniva da una famiglia della piccola borghesia benestante di Ravenna, dove nacque il 29 giugno 1885, terzo di cinque fratelli e sorelle. A undici anni, nel 1896, entrò nel Seminario Arcivescovile di Ravenna e vi rimase tredici anni, uscendone sacerdote nel settembre del 1909. Quattro mesi più tardi, nel febbraio 1910, fu nomi
nato cappellano nella parrocchia di San Nicolò ad Argenta: vi sarebbe rimasto per tutto il resto della sua vita, allontanandosene solo durante i due anni passati in guerra come cappellano militare.
« Ad Argenta, un grosso `centro agricolo della bassa ferrarese, a pochi chilometri dalle Valli di Comacchio, i socialisti costituivano la forza politica dominante, come del resto in tutte le cittadine di quella zona: Molinella, Portomaggiore, Conselice... Erano le terre classiche delle bonifiche, delle risaie, del bracciantato, delle lotte agrarie; le terre nelle quali il socialismo si era affermato fra la fine dell'Ottocento e i primi anni del nuovo secolo, sconvolgendo l'equilibrio politico e sociale preesistente. La mezzadria e le a1tre forme di compartecipazione vi erano poco diffuse, predominavano le grandi aziende agricole a salariati: di conseguenza, cattolici e repubblicani, con la loro difesa della piccola proprietà e degli interessi contadini, allignavano poco; il proletariato agricolo si raccoglieva nelle leghe e nelle cooperative rosse, sotto la guida dei sindacalisti rivoluzionari o dei riformisti ».
Il clima politico era dominato dall'estremismo rivoluzionario, che caratterizzava sovente l'azione delle masse, e da un diffuso anticlericalismo, accentuato, oltre che da motivi di classe, dalla tradizione di lotte risorgimentali e dall'antica appartenenza di quelle terre ai domini pontifici.
Argenta era un elemento di questo tutto, ma, in parte almeno, costituiva anche un'eccezione. Se non ospitava il socialismo evangelica di Prampolini, non vi si verificavano neppure gli episodi di Molinella, dove i leghisti di Massarenti si gettavano in terra davanti al cimitero, impedendo il passo al vescovo e alla processione per i defunti. Anzi, a differenza dei centri vicini, Argenta aveva conosciuto la diffusione dei democratici cristiani e annoverava una lega e una cooperativa bianche- accanto alle organizzazioni sindacali dei socialisti. Forse perché, di fronte alla intransigenza degli agrari e alla tensione sociale esistente nelle campagne argentane, anche x pochi lavoratori cattolici, mezzadri e terziari, avvertivano più che altrove la necessità di una difesa comune dei diritti del proletariato.
Circa tre anni prima che don Minzoni vi arrivasse, ad Argenta si era avuto un grande sciopero agrario, diretto dai sindacalisti rivoluzionari. I contadini l'avevano proclamato per protestare contro l'escomio di alcuni coloni della zona; la Camera del Lavoro colse l'occasione per muovere un attacco a fondo contro l'estendersi dei contratti di compartecipazione, che limitavano le possibilità di lavoro del bracciantato. Dall'aprile al giugno 1907 lo sciopero fu generale, nonostante l'intervento dell'esercito, il reclutamento dei crumiri, i danni alle stalle e ai raccolti. Anche i cattolici della locale Lega del Lavoro, una settantina di famiglie coloniche, vi aderirono e si mantennero solidali fino in fondo con gli scioperanti. Furono aiutati dai democratici cristiani autonomi, i seguaci di don Romolo Murri, sconfessati dall'autorità ecclesiastica, i quali lanciarono una sottoscrizione pro-scioperanti in tutta l'Italia, mentre un altro cattolico democratico, l'ori. Antonio Chiozzi, deputato del collegio di Portomaggiore, riusciva, nel giugno, a comporre la vertenza con un compromesso. Nei conflitti sindacali di quegli anni era difficile che i cattolici dessero simili prove di solidarietà.
Quando don Minzoni giunse ad Argenta, l'unione professionale cattolica e l'attività sociale in genere (la cassa rurale, la cooperativa femminile, la biblioteca circolante, il doposcuola) furono al centro dei suoi interessi. Non aveva una preparazione specifica in questo campo e non fu mai un prete « sindacalista », come tanti altri suoi contemporanei, che dirigevano gli uffici del lavoro e le leghe bianche; ma il diffondersi dell'anticlericalismo fra le masse popolari dell'Emilia Romagna, le idee che correvano nel movimento cattolico e la stessa struttura organizzativa di questo, tendente ad accentuare i1 momento sindacale rispetto all'attività politica, favorivano, e in certa senso imponevano, un, impegno sociale da parte del giovane sacerdote, Nelle file cattoliche erano ancora vivi gli entusiasmi suscitati da don Romolo Murri e suo movimento della democrazia cristiana, la « sinistra cattolica » di allora che, sviluppando certi spunti dell'enciclica “Rerum Novarum”, sembrava avesse individuato una via originale fra liberalismo e socialismo e propugnava la liberazione del proletariato dallo sfruttamento capitalistico, la rottura delle alleanze con i moderati, la concorrenza, se non l'intesa, con i socialisti sul piano sindacale e politico.
Don Minzoni aveva conosciuto Murri personalmente e ne aveva condiviso con entusiasmo le idee. Durante la permanenza in seminario era entrato in relazione con alcuni esponenti murriani, come l'avv. Eligio Cacciaguerra di Cesena, aveva cominciato a leggere i giornali, gli opuscoli di propaganda, i programmi sociali della democrazia cristiana, pieno ,di fervore per le « nuove idee democratiche soleggiate dal Vangelo di Cristo ». Quando Murri fu scomunicato e gettò l'abito sacerdotale, don Minzoni ricevette un duro colpo. Tuttavia, come 1a maggior parte dei democratici cristiani, pur non seguendo il leader nel suo distacco dalla Chiesa, rimase fedele alle proprie idee, cercando silenziosamente di tradurle nell'impegno organizzativo. Del resto non era nella sua indole di uomo pratica, attivo, poco portato ai problemi della cultura e alla meditazione filosofica, l'affrontare la complessa tematica ideologica - sull'autonomia del laicato, la riforma democratica della Chiesa, l'aggiornamento culturale del clero, ecc. - che le tesi murriane avevano agitato fra i cattolici. Così si limitò a contenere la sua democrazia cristiana nell’ambito dell'attivismo sociale.
Nel novembre 1910 prese parte al congresso nazionale cattolico di Modena, nel quale i democristiani ortodossi (Sturzo, Miglioli...) partirono all'attacco delle posizioni ufficiali, rivendicando criteri più moderni di organizzazione sindacale e, di riflesso, una nuova politica del movimento cattolico. Don Minzoni era fra quelli che desideravano un maggiore impegno del clero fra le masse operaie: voleva l'apostolato sociale, non solo la pietà religiosa o, peggio ancora, l'isolamento e la rinuncia. Si era fatta un'idea tutta particolare del socialismo, confusionaria, magari, ma certo non paragonabile a quella reazionaria che ne avevano in genere i cattolici ufficiali. Secondo lui, il socialismo era « un organismo ibrido » che, una volta superate le proprie contraddizioni, doveva sboccare « o nella anarchia più schietta o nel Cristianesimo più puro ». Di questo « ibrido » però egli avvertiva tutto il fascino, non per l'ideologia in se stessa, ma per la presa che aveva sulle masse, per il fervore di entusiasmi e di energie popolari che sapeva suscitare.
« Tutte le sere che ritorno a casa - scriveva sul suo diario - passo dinanzi alla Camera del Lavoro e ( ... ) ogni volta m'assale un sentimento d'invidia: quanto amerei d'essere là dentro; quanto bramerei d'affratellarmi a questa religione nascente; sentire più da vicino pulsare il cuore di questo organismo nuovo che è destinato - qualunque sia il suo atteggiamento odierno - a divenire una religione, e Dio voglia la religione dell’avvenire ».
Seguendo queste sue inclinazioni, nel novembre 1912, si iscrisse alla Scuola Sociale di Bergamo, un istituto di studi e di ricerche sui problemi sociali, destinato alla formazione dei propagandisti cattolici. Nel 1913 ottenne la licenza con lode e nel 1914 la laurea. Ma lo scoppio della prima guerra mondiale non gli dette il tempo di mettere a frutto gli insegnamenti di quegli anni di studi. Comunque, già nel giugno 1914, di fronte all'estendersi del movimento sindacale cattolica e all'ostilità che questo suscitava fra í conservatori, la Santa Sede aveva proibito ai sacerdoti di impegnarsi nelle leghe bianche. Nell'agosto dello stesso anno fu emanato un divieto ancor più radicale, riguardante tutte le riunioni, conferenze, congressi, ecc., per evitare che la Chiesa fosse comunque compromessa con le vicende belliche. Così don Minzoni passò direttamente dagli studi di Bergamo al clima dell' intervento. Partirono i suoi parrocchiani e alla fine, nell'agosto del 1916, fu chiamato anche lui: dapprima nella Sanità, ad Ancora e negli ospedali militari di Cagli e di Urbino, nel 1917, su sua richiesta, al fronte, come tenente cappellano di un reggimento di fanteria.
L'organo del partito popolare
commemora con un impegno di lotta
l’anniversario dell'assassinio di don Minzoni
L'intervento non lo entusiasmò; il lirismo patriottico della borghesia nazionalista non si addiceva ad un prete di contadini. Più che accettare la guerra, la subì ed anche in questo si identificò con la massa dei cattolici italiani, i quali, tranne sparute minoranze apertamente favorevoli o apertamente contrarie, nella stragrande maggioranza si lasciarono trascinare a rimorchio dalla classe dirigente liberale, fornendo ad essa una collaborazione anonima e una preziosa massa di manovra.
« Devo cercare di conciliare la mia vocazione col dovere di servire la patria - scrisse. - Mi vedranno non un eroe, é vero, ma almeno un sacerdote che senza aver gridato evviva la guerra, ha saputo accorrere là dove vi era una giovane vita da confortare, una lacrima da sublimare... ».
Quello che per molti interventisti democratici fu lo spirito della trincea, cioè non sola un'idealità sinceramente sentita, ma la fraternità col popolo, la presa di coscienza dell'unità e dell'uguale dignità di tutti í cittadini chiamati a morire insieme per don Minzoni non fu che una verifica pratica di quella vita col popolo e per il popolo, che era implicita nella sua vocazione sacerdotale. La sua guerra, cioè, volle significare la riaffermazione della presenza del prete anche fra i combattenti (quelli più umili, la fanteria), testimonianza vissuta di una religione attiva e non meramente contemplativa.
Di fatto, però, questo intento generoso, non accompagnato dalla coscienza critica delle cause e del significato della guerra, poteva facilmente venire assorbito e travisato
nel clima di esaltazione nazionalistica della prima linea. Ossia, quella che era soltanto una testimonianza di sacrificio accanto al popolo delle trincee si prestava ad essere trasformata in un avallo al patriottismo ufficiale e alla concordia nazionale pretesa dalle classi dirigenti. Accadde a molti cattolici e toccò anche a don Minzoni. Il battesimo del fuoco, prima, nel giugno 1917, poi le sortite sempre più arrischiate. Caporetto, il Piave, infine gli assalti del giugno 1918, nei quali il sacerdote impugna il fucile e guida all'attacco le pattuglie degli arditi, sono tante tappe di una progressiva trasformazione, che vede la pietà universale del cristiano cedere a poco a poco alla partigianeria del cappellano militare. La fiducia dei soldati si unì alla familiarità e alla benevolenza dell'Alto Comando, alla giustificazione dell'intervento, agli ardimenti guerreschi e infine alla medaglia d'argento - e alle altre decorazioni minori - che il duca d'Aosta e il generale Diaz gli appuntarono sul petto, il 28 giugno 1918.
Nel diario di guerra di don Minzoni non c'è traccia della dolorosa protesta di Benedetto XV contro l’« inutile strage ». E' vero che la parte riguardante i1 perioda giugnoottobre 1917 è andata perduta, ma, sia nelle lettere da lui scritte in quei mesi sia negli appunti successivi, è assente ogni eco delle drammatiche polemiche suscitate dalla nota pontificia. Invece, in un rapporto redatto su di lui nel settembre 1917, il colonnello del reggimento mostrava di apprezzarlo, altre che per la sua missione di pietà, per l'opera prestata « riconducendo in linea glî sbandati » e « conservando nelle truppe ( ... ) lo spirito di disciplina e di adattamento ai disagi della guerra che si rendono sempre più necessari col prolungarsi della campagna ». Più volte, in effetti, don Minzoni accettò di tenere ai soldati conferenze di propaganda, nelle quali sostenne l'ineluttabilità della guerra e del sacrificio presente, come pegni di « una nuova civiltà » di pace, democrazia e progresso. Erano le tesi correnti dell' interventismo democratico: « sei diventato interventista anche tu », gli dissero infatti i commilitoni. Tuttavia, nel suo intimo, aveva frequenti scatti di ribellione, non solo per la disumana crudeltà della guerra, ma per la coscienza dell'ingiustizia che essa costituiva verso le classi popolari, costrette a battersi per gli interessi altrui.
« Quanto male mi hanno fatto queste notizie! - scrisse sul diario, quando il Comando invitò gli ufficiali ad intensificare la so~rveglianza contro la "propaganda disfattista" fra le truppe. - Mi hanno il senso che la guerra attuale sia condotta per la forza cieca e bruta che spinge e caccia innanzi verso il sacrificio delle masse enormi di esseri riluttanti a ciò, ma che ci si assoggettano per la tema della sferza o meglio della fucilazione ( ... ). Si grida "armiamoci e partite" e le vittime (chiamo vittime, perché sono condotte ad una guerra non sentita e non voluta) partono, si sacrificano e muoiono con la visione assillante di una famiglia che lotta con i bisogni della vita; mentre chi ha gridato "guerra, guerra" si è gettato a raccogliere l'oro creato dal sacrificio e dal sangue di tanti che non oso chiamare martiri, perché martire è chi spontaneamente e scientemente va al sacrificio. E costoro scandalosamente guadagnano milioni, e costoro pagana la stampa perché abbia ed alimenti i programmi, massimi, e costoro pagana le anime sane perché attacchino coloro che osassero esprimere un pensiero, una parola in contraria. Vili parassiti della guerra che sfruttate la società in un momento di crisi micidiale, rammentate che in un domani, forse meno lontano di quello che non vi pensiate, il soldato che avrà salito il Calvario, non come un, Cristo ma come un forzato Cireneo, vi verrà incontro e vi griderà una parola che farà tremare voi e i vostri figli: "Giustizia!' (...). Il dopoguerra avrà delle convulsioni sociali assai profonde. La guerra ha agitato troppi problemi e credo non avrà la forza di scioglîerli; la rivoluzione forse raggiungerà lo scopo, perché la rivoluzione pur avendo i caratteri della guerra ha con sé coefficienti morali più profondi. La rivoluzione ha con sé più intelletti capaci di dirigere, ha un esercito di coscienze. Con simili forze, mille volte più potenti, dei cannoni e della gelatina, si potrà minare e tracciare solchi profondi nel pensiero umana e nelle coscienze dei popoli! ».
Soprattutto questo motivo del grande movimento sociale suscitata dalla guerra. torna di frequente nelle pagine del diario. Più che l'eco della propaganda interventista democratica, esso rifletteva la spinta verso l'organizzazione proletaria diffusa anche nelle file cattoliche e l'ansia di giustizia sociale che fermentava fra i combattenti.
Tuttavia, una volta smobilitato, nell'aprile del 1919, don Minzoni ritornò nel clima della sua Argenta. Grigioverde e medaglie gli servirono solo per celebrare solennemente l’anniversario della vittoria, ma, al tempo stesso, il suo atteggiamento semplice e umano impediva che il ricordo della guerra fosse elemento di divisione fra i cittadini di diversa fede politica. Per il resto continuò l'attività di prima: in parrocchia, fra i giovani, nelle opere pie. Due settori lo interessavano in particalar modo: l'unione professionale e il movimenta giovanile. Aveva riorganizzato la prima, facendole assumere anche una affíttanza collettiva per i braccianti disoccupati e un'altra ne progettava, assieme ad una cooperativa di produzione. Quanto al secondo, rafforzò l'organizzazione maschile, creò quella femminile e, nell'agosto 1923, mise su una sezione di « esploratori ». Dalla propaganda politica si era sempre tenuto lontano e anche ara evitava di impegnarsi nelle battaglie elettorali del nuovo partito cattolico, il Partito Popolare Italiano di don Luigi Sturzo. Non gli tornava soprattutto l'idea che la veste talare potesse essere un simbolo di parte, cosicché anche le famiglie dei socialisti sapevano di poter ricorrere a lui in caso dì bisogno: “amico dei sovversivi”, lo chiamavano i fascisti.
Ad Argenta e in tutta la provincia ferrarese il fascismo si era impasto fin dai primi mesi del 1921. Distrutti rapidamente il movimento sindacale e cooperativo socialista e messi a tacere gli altri partiti politici, essa pretese ben presta di « ricostruire », assorbendo tutte le organizzazioni di massa esistenti. Dopo i sindacati e le amministrazioni locali, si volse ai circoli giovanili cattolici, per assicurarsi una base di consenso più ampia. Dove non riuscì con le buone, ricorse alle maniere forti, come a Bologna, nel marzo 1922, quando le squadre dispersero il raduno nazionale della gioventù cattolica, bastonando i partecipanti per le strade della città.
Ma ad Argenta i fascisti si scontrarono con la resistenza di don Minzoni. Al tentativo di incendiare il locale circolo cattolico, questi rispose potenziando l'intera organizzazione. Nell'aprile del 1923 convocò un grande convegno dei giovani cattolici del basso ferrarese e del ravennate; per lo stesso giorno i fascisti di Argenta decisero di inaugurare il. gagliardetto e la sezione del fascio. Nonostante le :pressioni delle autorità, il convegno cattolico si tenne ugualmente: don Minzoni lo sospese solo quando si sparse la notizia che un socialista del luogo era stato assassinato dai fascisti. Allora i giovani sfilarono in corteo con le bandiere a mezzasta per andare a sentire il fiero discorso di denuncia che don Minzoni pronunciò contro i fascisti.
Nella provincia di Italo Balbo l’oasi di Argenta non poteva durare a lungo. La Milizia considerava pericolosa don Minzoni per la sua popolarità e per il suo ascendente sui giovani. Tentarono di comprarlo, offrendogli di divenire cappellano della M.V.S.N., col grado di capitano. Rifiutò. Non solo, ma, dopo il congresso di Torino dell'aprile 1923, che segnò l'uscita dei « popolari » dal governo Mussolini, prese la tessera del Partito Popolare Italiano, si abbonò al nuovo giornale del partito, “Il Popolo”, promuovendo una sottoscrizione in suo favore, e si iscrisse all'Unione Nazionale Reduci, l'ala cattolica-popolare degli ex combattenti, avversata dai fascisti.
« Quando un partito - scrisse ad un amico sacerdote - quando un Governo, quando uomini in grande o in piccolo stile denigrano, violentano, perseguitano un'idea, un programma, un'istituzione quale quella del Partito Popolare e dei Circoli Cattolici, per me non vi è che una sola soluzione: passare il Rubicone e quello che succederà sarà sempre meglio che la vita stupida e servile che ci si vuole imporre ».
Al principio di agosto del 1923 fallì un primo attentato contro di lui; altri minori incidenti dimostrarono che la situazione stava precipitando. Don Minzoni reagì, accusando dal pulpito i suoi avversari. La sera del 23 agosto, dopo le 22, mentre tornava verso casa assieme ad un giovane cattolico, fu aggredito a randellate da due sicari inviati dai dirigenti della Federazione Fascista di Ferrara: col cranio fracassato, sorretto dal giovane compagno, anch'egli ferito, si trascinò fino alla canonica, spirandovi poco più tardi.
Le indagini, ostacolate dall'omertà e dalle pressioni delle autorità, non approdarono a nulla, nonostante che i nomi degli assassini e dei mandanti corressero sulle bocche di tutti. Lo stesso ministro della Giustizia, Oviglio, seguì lo svolgimento dell'istruttoria, che naturalmente si concluse con l'archiviazione. Ma, nell'agosto del 1924, “La Voce Repubblicana” pubblicava un memoriale del segretario provinciale del fascio di Ferrara, che documentava la responsabilità di Balbo nell'assassinio e nell'affossamento delle indagini. Ne seguì, nel novembre, un processo per diffamazione contro la “Voce”, nel corso del quale le accuse furono suffragate da numerose testimonianze a carico del quadrumviro é del rassismo fascista. A sua volta, Giuseppe Donati, direttore de “Il Popolo”, presentava una denuncia contro il capo della polizia, De Bono, accusandolo, fra l'altro, anche di avere insabbiato deliberatamente il caso di Argenta.. L'istruttoria fu così riaperta, ma il processo si tenne a Ferrara nell'estate del 1925, quando cioè la crisi politica provocata dal delitto Matteotti era stata superata, e gli imputati, protetti da Balbo, furono assolti e portati in corteo per le vie della città.
Il ricordo di don Minzoni rimase vivo nell’animo popolare e il suo sacrificio venne celebrato come la suprema testimonianza della opposizione cattolica al fascismo. In tal senso lo esaltarono í cattolici democratici e antifascisti, come Donati, Ferrari, Miglioli, Sturzo.
« In don Giovanni Minzoni - disse Donati alla commemorazione ufficiale, un anno dopo la sua morte - venne colpita, come si vuol colpire, l'idea politica popolare, cioè l'idea democratica cristiana, che egli sosteneva e onorava da sacerdote e da combattente».
I conservatori, invece, e tutti i clericali filofascisti, a cominciare dalla stampa vaticana, si affrettarono a dimenticarlo. Ed era logico, del resto, dal momento che non per altro era stato soppresso, se non come rappresentante di un movimento cattolico popolare, prevalentemente contadino, poco preparato sul piano ideologico e su quello politico, ma tendenzialmente democratico e con ciò stesso inassimilabile dalla reazione fascista.
