martedì 28 dicembre 2010

* E PENSO A TE - Lucio Battisti (testo, commento e video)






VEDI QUI
E PENSO A TE 
 Lucio Battisti





* * * * * *

TUTTE LE CANZONI DI LUCIO BATTISTI

UNO IN PIU’ – Lucio Battisti (1969)
IL VENTO – Lucio Battisti (1969)
Seduto sotto un platano con una margherita in bocca guardando il fiume nero macchiato dalla schiuma bianca dei detersivi – Lucio Battisti (1971)
7 agosto di pomeriggio. Fra le lamiere roventi di un cimitero di automobili solo io, silenzioso eppure straordinariamente vivo – Lucio Battisti (1971)
Se la mia pelle vuoi – Lucio Battisti (1971)
Davanti ad un distributore automatico di fiori dell’aeroporto di Bruxelles, anch’io chiuso in una bolla di vetro – Lucio Battisti (1971)
Una poltrona, un bicchiere di cognac, un televisore, 35 morti ai confini di Israele e Giordania – Lucio Battisti (1971)
SUPERMARKET – Lucio Battisti (1971)
ELENA NO – Lucio Battisti (1972)
UNA – Lucio Battisti (1972)
E GIA’ – Lucio Battisti (1982)
STRANIERO – Lucio Battiti (1982)
DON GIOVANNI – Lucio Battiti (1986)
L’APPARENZA – Lucio Battiti (4988)
LA SPOSA OCCIDENTALE – Lucio Battiti (1990)
COSA SUCCEDERA’ ALLA RAGAZZA – Lucio Battiti (1992)
HEGEL – Lucio Battiti (1994)


giovedì 23 dicembre 2010

A GENNAIO fa freddo … ma non per tutti ... (IN JANUARY it's cold ... but not for everyone)



A GENNAIO.. fa freddo … ma non per tutti ....



A dieci persone fu chiesto di completare una frase cominciante con le parole “In gennaio...”.
Otto risposero: "In gennaio fa freddo".
E' difficile in questo mese sentire una conversazione dove non si accenni, almeno di sfuggita, ai rigori dell'inverno.
Chi è per il freddo e chi contro: ma in ogni caso si finisce per ripetere i soliti tre o quattro luoghi comuni.
Vediamo, allora, l'opinione di qualche famoso personaggio del passato.


Al primo posto fra i nemici del freddo viene D'Annunzio, che non poteva lavorare se nella stanza la temperatura non raggiungeva i 22/23 gradi.
Peggio di lui il poeta Malherbe, francese (1555-1628); si metteva fino a dieci paia dì calze e una dozzina di maglie e camicie.
Il suo connazionale Fontenelle in una sera freddissima in cui uno sciagurato scrittore lo trattenne a lungo per leggergli un interminabile poemetto, gli disse: “Se avessi messo più fuoco nei tuoi versi, o i tuoi versi nel fuoco, noi non geleremmo così”.
Giusto. Almeno si sarebbe scaldato anche il poeta.

Meno imparziale di Fontenelle una nobildonna fra le più note dell'aristocrazia francese alcuni anni prima della grande rivoluzione, la marchesa Du Deffard.
Essa passava la maggior parte del giorno a letto a ricever visite.
Una sera d'inverno gli invitati battevano i denti intirizziti.
Quando la marchesa se ne accorse sembrò stupita, e chiese se nella stanza c'era molto freddo.
Tutti risposero di sì. Allora la Du Deffand chiamò un servo.
Ma non gli ordinò di accendere il caminetto, chiese semplicemente un'altra coperta per sè.

Modo di comportarsi che ci fa venire in mente il dialogo fra Luigi XIV e un gentiluomo squattrinato.
“Non capisco come facciate a resistere con quel vestito leggero mentre io, coperto come sono, sto gelando”, disse il re.
“Maestà, se aveste indosso tutto quello che ho indosso io. non sentireste più freddo”.
“Perché?”.
“Perchè io porto addosso tutto il mio guardaroba”.

In Inghilterra il freddo godeva dell’autorevole appoggio della regina Vittoria, che gli aneddoti ci descrivono intenta a spegnere caminetti e a spalancare finestre in tutto il palazzo con uno zelo da rasentare la mania ma la figlia Vittoria Adelaide imparò presto a far scendere i termometri, - con alcune sapienti scosse, - a temperatura incredibilmente basse, precedendo di nascosto la madre nella solita ispezione attraverso le stanze; e la regina, contemplando allibita la colonnina ferma un palmo sotto lo zero, ordinava che si attizzasse subito il fuoco e si tappassero tutti gli spiragli.

All'insensibilità del re e della marchesa preferiamo la stramberia di La Rochefoucauld-Liancourt che in una giornata di maltempo fece entrare in carrozza anche i lacchè.
Poichè subito qualcuno osservò che la cosa era sconveniente, rispose seccato: “Anzi, avevo fatto entrare anche i cavalli: ma poi ho dovuto farli scendere perché non era rimasto nessuno a tirare la carrozza”.

Fra gli amici del freddo troviamo Turgheniev, il grande scrittore russo, e il pittore italiano Segantini.
Il primo per lavorare aveva bisogno degli inverni freddissimi della sua terra; a Parigi, diceva, si sentiva soffocare.
Il secondo amava dipingere all'aperto in montagna, con una temperatura così rigida che i colori si gelavano nei tubetti.

Il freddo, in conclusione, ad alcuni dà fastidio, ad altri no.
Ma c'è un'altro aspetto della questione: la stagione rigida e inclemente ha anche essa un suo fascino?
Il cosiddetto “brutto tempo“ può essere bello?
Anche qui troviamo atteggiamenti discordi.
Del tutto esagerato ci sembra quello dello scultore francese Chateaubriand (1768-1848) che si fa legare all'albero della nave per potersi godere la visione di una furibonda tempesta di mare senza esser trascinato via dalle onde.
L'idea gli era venuta leggendo il passo di Omero in cui Ulisse si fa legare per non cedere ai richiami delle Sirene.
Il bello è che dopo un paio d'ore, fradicio d'acqua, il romantico scrittore esclamò scontento: “O tempesta, sei meno bella di come ti ha descritta Omero!”.

Forse per non andare incontro a delusioni simili pittore Meissonier (1815-1891) preparandosi a dipingere l'armata napoleonica in ritirata durante la campagna russa si costruì con molta pazienza, perdita di tempo e spesa un modello della neve impastando parecchi sacchi di farina e di sale con argilla e altri ingredienti.
Soddisfattissimo del risultato ne parlò ad un amico, il quale osservò: “Con quello che hai speso potevi andare sul posto a dipingere la neve dal vero”.
“Già, - disse il pittore, ma sapessi a viaggiare come mi annoio”.

A proposito di nevicate, attenti a non esagerare.
Un vecchio uomo politico, quando un marsigliese gli raccontò che nella sua città era caduta più di un metro di neve, chiese: “In larghezza?”.

Certo, una bella nevicata fece fare a Eginardo un buon matrimonio.
Era andato a trovare di nascosto la figlia di Carlo Magno, entrando dalla finestra, e la mattina quando si affacciò vide il terreno ricoperto di neve caduta durante la notte.
Per andarsene avrebbe dovuto lasciare ben visibili le orme, ciò che voleva dire far scoprire tutto: d'altra parte non poteva restare a lungo nella camera della ragazza.
Fu quest'ultima a trovare una via d'uscita: sarebbe scesa lei per prima, e avrebbe portato in salvo il giovane sulle spalle; le sue impronte naturalmente non avrebbero destato sospetti.
Così fecero, ed ebbe inizio la difficoltosa traversata.
Sembrava che il tentativo fosse riuscito: ma purtroppo qualche volta le cure dell'impero danno dei pensieri agli imperatori; così Carlo Magno, insonne, si affacciò all'improvviso.
Figurarsi i poveri innamorati: d'un lampo si videro già legati, chini sul ceppo, con le due teste mozzate da un sol colpo di scure.
Invece Carlo Magno, da quel politico che era, ordinò che si affrettassero le nozze.
In tal modo il giovane Eginardo trovò una sistemazione.

Se col freddo vi capita un raffreddore di testa non ditelo.
Qualche maligno potrebbe commentare come a suo tempo il commediografo Sacha Guitry:
“Nulla di strano. Il raffreddore si attacca sempre alle parti più deboli”.

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domenica 19 dicembre 2010

Paolo di Dono detto l'Uccello


La battaglia di San Romano (1435)
Paolo Uccello (1396-1475)
Galleria degli Uffizi di Firenze



Paolo di Dono detto l'Uccello (1396-1475) coadiuva il Ghiberti nell'eseguire la seconda porta del Battistero…, a Venezia (1425-32), restaura mosaici, e a Padova dipinge in terretta verde gli scomparsi giganti di casa Vitaliani, che indicano, con il solo ricordo, l'aspirazione al grandioso, coltivata (le poche opere rimaste ce lo confermano) dalle insistenti ricerche di spazio e, di volume.
I contorni secchi e gli scorci audaci appiattiscono le figure come in un lavoro di commesso…, le fabbriche si complicano nelle prospettive…, i paesaggi si fanno piú profondi con i duri diagrammi scientifici…, i colori sono distesi, nitidi, e in faccia alla natura l'artista proclama la sua assoluta indipendenza.

Paolo è il primo pittore di combattimenti - dacché non si possono stimare saggi di tal genere i miseri affreschi di Spinello Aretino in Sena -, e della Battaglia di S. Romano (1432) si conservano tre tavole negli Uffizi, nel Louvre di Parigi e nella Galleria Nazionale di Londra (Battaglia di S. Egidio).

I pesanti cavalli s'impennano o scalciano, e le lance s'incrociano o si drizzano nel tumulto…, i contrasti prospettici aumentano con gli animali caduti, che ingombrano la linea di terra…, gli ornamenti di stucca luccicano, come le terse corazze, tra gli elmi piumati ed i pennoni, e larghe zone d'ombra e di luce animano gli scontri.

Nel monumento pittorico di Giovanni Acuto (Hawkwood), ”cautissimus et rei militaris peritissimus”
(Firenze, Santa Maria del Fiore) il solido cavallo, per il quale si dimentica il vero e la norma classica della sta tua equestre di Marco Aurelio, alza simultaneamente la zampa anteriore e posteriore dalla stessa parte, ed il capitano mostra l'incisività d'un rilievo di bronzo.

Il refettorio di Santa Maria Novella in Firenze conserva vestigia del tragico Diluvio e del Sacrificio di Noé, eroico risultato della tendenza prospettica, cui si subordinano i volumi coloristici.


VEDI ANCHE . . .



* BEATO ANGELICO - Fra' Giovanni da Fiesole (Guido di Pietro Trosini)


Affresco del Beato Angelico nella Cappella Nicolina - Vaticano
Consacrazione di San Lorenzo come diacono







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giovedì 16 dicembre 2010

SCRITTI ECONOMICI (The Economic) - William Petty


SCRITTI ECONOMICI

The Economic

Scritti di Sir William Petty [1662]

Editore - Kessinger Publishing, Stati Uniti

Data di pubblicazione - 2007

Lingua - Inglese

Pagine 392






Le considerazioni dei primi economisti sulla natura della ricchezza condussero necessariamente i loro immediati successori ad affrontare il problema fondamentale dell'economia politica, ossia il problema del valore.
Infatti una volta affermato che la ricchezza di un dato paese è costituita non dall'oro e dall'argento, ma dalle merci e quindi dalle risorse umane (il lavoro) e naturali (la terra) disponibili, una volta sottolineato che l'oro e l'argento monetati svolgono la duplice funzione di mezzo di pagamento e di misura dei valori, resta evidentemente da sapere che cosa sia questo valore cui continuamente si fa riferimento.

I primi accenni ad una vera e propria teoria del valore si trovano, verso la fine del XVII secolo, sparsi nelle opere di William Petty, il medico-economista che Karl Marx definì “padre dell'economia politica”.
Il fatto che tali accenni sembrino in certo qual modo accidentali, nulla toglie al loro interesse, dato il nesso organico da cui sono legati e che dà loro il carattere unitario d'una teoria.

Ed ecco come Wiliam Petty definisce, nel suo “The Economic Writings Of Sir William Petty V2: Together With The Observations Upon The Bills Of Mortality” (1662), il valore - o come egli dice, il “prezzo naturale” - delle merci…

« Supponiamo che, per estrarre dalle miniere del Perù e recare a Londra un'oncia d'oro, un uomo -metta tanto tempo quanto è necessario per la produzione d'uno staio di grano: l'oncia d'oro sarà il prezzo naturale del grano.
Supponiamo ora che, in seguito alla aumentata produttività della miniera, due once d'oro richiedano lo stesso tempo già necessario per una sola: ne deriva che, a parità di condizioni, il grano non costerà in realtà più caro, ora che il suo prezzo è di 10 scellini lo, staio, di quanto non costasse prima, a 5 ».

In sostanza si dice (e il Petty più volte ritorna sulla questione) che il valore delle merci è dato dal lavoro necessario a produrle e che lo stesso si misura in quantità di tempo.


Quanto poi al “prezzo naturale” del lavoro, egli si esprimeva nei seguenti termini, dai quali è facile comprendere che per lui il valore del lavoro è dato dai mezzi di sussistenza necessari:

« La legge non dovrebbe accordare all'operaio che quanto gli è necessario per vivere: se gli si accorda il doppio, egli non esegue che la metà del lavoro di cui é capace e che senza ciò avrebbe fornito.
Ne risulta quindi per la società la perdita di un'eguale somma di lavoro ».


Sulla base di queste due premesse era inevitabile che la rendita della terra apparisse al Petty in forma non molto dissimile da quello che il socialismo scientifico chiamerà “pluvalore”.
Si prenda il caso di una terra coltivata a grano: il valore del grano è determinato dal tempo di lavoro richiesto per produrlo.
Ora se vi è una rendita, essa deve esser eguale al prodotto totale meno i salari e le sementi (se la si vuole esprimere in termini di prodotto)…, uguale alla quantità totale di lavoro meno quello che corrisponde al valore del lavoro e delle sementi (se la si vuole esprimere in termini di lavoro, anzi, come direbbe Marx, di “sopralavoro”).


Leggo qualche riga di William Petty…

« Supponiamo che un individuo possa eseguire con le sue stesse mani, su una terra di grandezza data, tutti i lavori agricoli indispensabili ... e che disponga delle sementi necessarie.
Quando egli avrà dedotto dal raccolto il grano per te sementi, per il suo consumo, nonchè quanto egli spende per procurarsi dei vestiti e soddisfare gli altri suoi bisogni naturali, il resto del grano costituisce, per l'anno in corso, la rendita fondiaria... ».

Qui voglio subito avvertire chi legge queste pagine che il Petty considera la rendita come la forma tipica di ogni plusvalore e che ad essa riconduce anche l'interesse del capitale.
E' questo un punto di vista che, come vedremo in seguito, ha avuto molta importanza nel pensiero economico del secolo successivo, soprattutto presso i Fisiocrati.


Tralascio qui gli altri numerosissimi spunti che si possono rintracciare nelle opere del Petty su questioni di vario interesse, per soffermarmi invece su una questione di metodo.
Il Petty infatti, non solo ha il merito di aver affrontato il problema del valore con rara coerenza, ma ha anche il grandissimo pregio di aver concepito l'economia politica come una scienza vera e propria, sul tipo delle scienze, naturali: egli infatti introduce nello studio dei fatti economici quella che egli chiama “aritmetica politica”, ossia l'analisi quantitativa dei fenomeni sociali.
Da questo punto di vista egli è anche il precursore della statistica ( * ).
Ma quel che soprattutto conta è il fatto che nei suoi scritti i fatti economici sono considerati al di fuori di ogni preconcetto metafisico e che d'altro canto ci si eleva al di sopra del mero empirismo dei pratici.
Quindi anche sotto questo profilo, il Petty merita lo appellativo di “padre dell'economia politica”.



* LA STATISTICA: SUA FUNZIONE E SUOI LIMITI

Premessa utile per una migliore comprensione della opinione.


La statistica è una scienza sociale che studia i fatti che hanno carattere collettivo, di massa; e li studia dal punto di vista della loro “quantità”.
A seconda del carattere dei fatti di cui questa disciplina si occupa, all'interno di essa si sono venute formando diverse branche, la più importante delle quali è costituita dalla statistica metodologica che studia in generale, indipendentemente dall'oggetto specifico dell'indagine, gli strumenti logico matematici necessari allo studio dei fenomeni di massa, al fine di offrire una visione riassuntiva di essi, che permetta di individuarne le relazioni, regolarità, leggi: come studiare, ad esempio, il movimento dei prezzi di un determinato paese, o il variare della statura di una certa popolazione, o l'aumentare o il diminuire della produzione.

Per studiare le variazioni intervenute nella statura degli uomini in un certo paese, ad esempio, si trova comodo utilizzare i dati forniti ogni anno dagli uffici della leva militare.
Ma questi dati ci dicono solo che la recluta Tizio era alto m. 1,68, la recluta Caio, m, 1,84 e così via.
Per procedere allo studio della statura devo ordinare ed elaborare questi dati: posso, ad esempio, fare una media aritmetica ponderata agendo in questo modo: se le reclute fossero per ipotesi 4000 così suddivise: 100 alte m. 1,58…, 1000 - alte m. 1,60…, 2000 alte m. 1.64…, 500 alte m. 1,70…, 400 alte m. 1,80, posso moltiplicare questi dati tra loro (1,58 x 100 =158…, 1,60 x 1000 = 1600 e così via)…, poi sommo questi risultati e divido il dato così ottenuto per 4000 che è il numero delle reclute: ottengo in questo caso una statura media di m. 1.65.
Questo è un dato sintetico che rappresenta tutti i dati in mio possesso e mi permette di fare dei confronti.
In questo modo si è venuti a sapere, ad esempio, che la statura media, alla leva, dei nati nell’anno 1855, in Italia, era di m. 1,62 …, mentre quella dei nati nell'anno 1927 era di m. 1,67.
A seconda che i metodi statistici elaborati dalla statistica metodologica vengano applicati a questo o a quel campo di indagine, si differenziano le varie branche di questa disciplina.
Si ha così una statistica demografica (che ha per oggetto la popolazione in generale, analizzandone la composizione, le cause di morte, la vita media specie con l'ausilio dei periodici censimenti), la statistica economica e finanziaria (che ha per oggetto la produzione, gli scambi, i prezzi, i salari il reddito nazionale ecc.) la statistica sociale (che riguarda l'amministrazione della giustizia, i culti, il lavoro, la previdenza, le elezioni ecc.).

Va però osservato che in rapporto con il decadere della scienza economica capitalistica, si è pervenuti da parte di alcuni statistici a posizioni radicalmente sbagliate nell'uso del metodo statistico e nella interpretazione dei risultati.
Si è pensato, ad esempio, da taluni, che la statistica si fosse tanto sviluppata da poter pervenire, da sola, attraverso la raccolta e la elaborazione dei dati riguardanti l'economia nazionale, a formulare le leggi di sviluppo.

Viceversa la sola raccolta ed elaborazione dei dati statistici non può portare a risultati siffatti.
In questi casi, si perde di vista il movimento reale della società.
Il ragionare “statisticamente” per medie statistiche, è utile, anzi indispensabile, ma anche pericoloso ove non ci sia la necessaria circospezione e un adeguato spirito critico.
Non è infrequente il caso che statistiche le quali sembrano rigorose e aggiornatissime (e che magari anche lo sono) diano un quadro falso di una situazione economica, inducendo a giudizi errati.
Faccio un esempio: la produzione di un anno in un determinato paese rivela in media un incremento rispetto all’anno precedente.
Si è subito tentati di parlare di ascesa economica di quel paese.
Ma può darsi invece che la situazione sia in realtà peggiorata, come nel caso che ad un forte aumento di certe produzioni non specializzate, ad esempio quella granaria, faccia riscontro una sia pur meno sensibile flessione nella produzione di acciaio, il che può significare una prospettiva di contrazione delle basi stesse dell'economia.

Bisogna poi armarsi di diffidenza di fronte all'uso che le classi dominanti, i loro governi e i loro “uffici-studi” fanno delle statistiche economiche.
A parte i casi di manipolazione e falsificazione vera e propria, spesso le statistiche sono redatte in modo tale da mettere in rilievo ciò che interessa mettere in rilievo, e da nascondere ciò che interessa tenere in ambra (“addomesticamento” delle statistiche).
Così pure: si sente spesso vantare un aumento del “reddito nazionale”…, ma nel computo di esso non si è tenuto conto, per esempio, del contemporaneo aumento della popolazione e, cosa ancor più significativa, non si fa sapere in che modo l'aumento di reddito si è ripartito tra cittadini o tra i principali gruppi sociali.
Ci si limita di solito a parlare di reddito nazionale complessivo e di reddito nazionale per abitante, ottenuto dividendo il reddito complessivo per il numero degli abitanti.
Troppo facile in verità e, soprattutto, troppo comodo!



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mercoledì 8 dicembre 2010

Amo te - Vasco Rossi


Quando sento il tuo piacere che si muove lento ....





E...
Vuoi da bere
Vieni qui
Tu per me
Te lo dico sottovoce
Amo te
Come non ho fatto in fondo
con nessuna
resta qui un secondo

E...
se hai bisogno
e non mi trovi
cercami in un sogno amo te
quella che non chiede mai
non se la prende
se poi non l'ascolto

E... uo... e....
sei un piccolo fiore per me
e l'odore che hai
mi ricorda qualcosa
va bè...
non sono fedele mai
forse lo so

E...
quando sento
il tuo piacere che si muove lento
ho un brivido
tutte le volte che il tuo cuore
batte con il mio
poi nasce il sole...

E... uo... e....
ho un pensiero che parla di te
tutto muore ma tu
sei la cosa più cara che ho
e se mordo una fragola
mordo anche te

uo... E...
sei un piccolo fiore per me
e l'odore che hai
mi ricorda qualcosa
va bè...
non sono fedele mai
ora lo so

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MATISSE - Museo di Santa Giulia (Brescia) - 11 febbraio/12 gugno 2011

Mostra MATISSE - video di presentazione








VEDI ANCHE ...

IL VIOLINISTA ALLA FINESTRA - Henri Matisse

LA TRISTEZZA DEL RE - Henri Matisse

LUSSO, CALMA E VOLUTTÀ (1904 - 1905) Henri Matisse

FIGURA DECORATIVA SU SFONDO ORNAMENTALE - Henri Matisse


martedì 23 novembre 2010

ARTE - LA SCUOLA FERRARESE (Art - La Ferrara school)

ANNUNCIAZIONE (1469) Particolare
Cosmé Tura
- Museo del Duomo, Ferrara
Tempera su tela cm 138 x 113
(dipinto totale cm 349 x 305 )


A Ferrara, culla d'una scuola insigne, lavorano Piero della Francesca ed il Mantegna, e le due correnti si fondono tanto in un'accentuazione di valori cromatici, gemmei e profondi, quanto nella persistenza del plasticismo.
Le vecchie consuetudini sono contraddette con singolari prove d'indipendenza date non già da BONO, austero squarcionesco, fiorito intorno al 1460, ma da tre grandi iniziatori.
Cosmé TURA (1430 circa - 1495), lodato dal Filarete nella “Sforziate” e da Giovanni SANTI nella “Cronaca rimata”, importa a Ferrara acute impressioni mantegnesche, che rielabora con lo spirito irrequieto e con gli smalti translucidi del colore.
I suoi paesi sembrano tagliati nel cristallo, e le ossute figure (su cui si ribattono le vesti metalliche), con facce spesso contratte, hanno una coerenza estetica e una sofferenza morale che la rude e tortuosa individualità del maestro placa in opere ragguardevoli, come la fantastica e rilevata “Allegoria” (Londra, Galleria Nazionale), come la classica pala del Museo di Berlino e come la intarsiata “Annunciazione” (Ferrara, Duomo).


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