martedì 29 giugno 2010

* IL MORGANTE - LUIGI PULCI


* LORENZO IL MAGNIFICO – Politico e poeta

LA SECONDA META’ DEL QUATTROCENTO




RITRATTO DI CARLO VII, RE DI FRANCIA (1444) - Jean Fouquet



RITRATTO DI CARLO VII, RE DI FRANCIA (1444)
Jean Fouquet
Pittore francese
Museo del Louvre a Parigi
Tavola cm 86 x 71



Secondo alcuni critici, quest'opera è forse uno dei primi dipinti dell'artista e ciò giustificherebbe l'assenza dello sfondo, come pure la rigidità e la simmetria dei tendaggi.
Questi elementi, che in effetti conferiscono alla tavola un carattere leggermente arcaico, sono del tutto assenti nel ritratto di “Guillaume Jouvenel des Ursins, che fa da pendant al “Ritratto di Carlo VII”, re di Francia al Museo del Louvre.
Jean Fouquet appare ancora legato alla tradizione ritrattistica fiamminga, riscontrabile nel realismo del viso del Sovrano reso, senza intenti celebrativi, con il suo sguardo sfuggente, le labbra grosse, le guance molli e gli occhi segnati da profonde occhiaie.
La semplicità della composizione, che dona al ritratto del Re l'aspetto di una rappresentazione araldica, è sottolineata dalla scelta dei colori bianco, rosso e verde della livrea reale.
L'austerità dell'opera viene tuttavia moderata dalla profondità dei toni e dalla ricchezza dei materiali raffigurati: il broccato, il velluto e la pelliccia abbelliscono il viso ingrato del Sovrano.


La biografia di Jean Fouquet è piuttosto incerta, ed incerta risulta anche la datazione di questa tavola.
Tuttavia, per comparazione, è possibile indicare come data approssimativa il 1444 e sostanzialmente per due motivi preminenti: la composizione presenta un carattere arcaico ed inoltre, in occasione del viaggio compiuto a Roma negli anni 1444-1446, gli era stato commissionato il ritratto di papa Eugenio IV e dei suoi nipoti, poiché era già conosciuto come l'esecutore del ritratto del Re di Francia.
Quest'opera, originariamente conservata nella Cappella Santa di Bourges, è entrata a far parte delle collezioni del Museo del Louvre nel 1838.


CARLO VII RE DI FRANCIA (1403-1461)

“Il `vittorioso re di Francia” (“Le très victorieux roi de France”, come è proclamato nella solenne iscrizione che incornicia il ritratto realizzato da Fouquet) nacque a Parigi nel 1403 e divenne re nel 1422.
Il trattato di Troyes, firmato nel 1420 da sua madre Isabella di Baviera, lo aveva escluso dalla successione al trono, a vantaggio di Enrico V d'Inghilterra.
La Francia si trovava allora in preda all'anarchia e Carlo VII con un embrione di governo a Bourges, aveva cercato di risollevare il sentimento nazionale e benché senza risorse, aveva intrapreso la riconquista del Paese.
Quando tutto sembrava perduto, sua suocera, Giovanna d'Aragona, favorì l'impresa di Giovanna d'Arco.
Questa restituì fiducia a Carlo, incoronato poi a Reims, e al Paese, con la liberazione di Orléans nel 1429, sacrificando la propria vita fino al martirio sul rogo nel 1431.
Dopo pochi anni il Re fu in grado di riprendere le redini del Paese e, nel 1435, firmò il trattato di Arras, con il quale Filippo il Buono, duca di Borgogna, rompeva la propria alleanza con l’Inghilterra, consentendo così a Carlo VII di procedere alla liberazione dell'intero territorio nazionale.

* Angiolo Ambrogini detto IL POLIZIANO (1454 - 1494)


domenica 27 giugno 2010

IL DOLCE STIL NUOVO - Come corteggiare una donna - Guido Cavalcanti

    
 
Guido Cavalcanti e la brigata godereccia - Miniatura del XV secolo


La nuova lirica, più che a Bologna dotta, trovò la sua continuazione in Firenze..., perché in Toscana, più e meglio che altrove, era sviluppato quel senso della forma e della misura, che sarebbe rimasto per secoli il carattere dell'arte di quella regione.
Qui più che altrove, anche per la costituzione democratica della città, la poesia popolare, ora gentile, ora fiera, ora amorosa, ora satirica, poteva confondersi con la poesia dotta e darle più vigore di immagini, più elevatezza di espressione.
Qui finalmente la poesia d'amore trovava strumento più adatto in un volgare, che, se non era l'illustre vagheggiato da Dante, si innalzava sugli altri per precisione, abbondanza, armonia.

Così accadde che, tra gli ultimi decenni del Duecento e i primi del Trecento, in Firenze fiorirono i rimatori di amore del "Dolce stil nuovo".
Ricordo qui pochi nomi: Gianni Alfani (che fa sentire talvolta le tristi note dell'esilio)..., Dino Frescobaldi, il più vicino alle estasi gioiose e malinconiche delle rime dantesche..., Lapo Gianni, notaio, che ricorda la freschezza dei rispetti popolari..., Guido Orandi..., Lapo degli Uberti..., Sennuccio del Bene..., e, fuori della Toscana, quel Guido Novello, signore di Polenta, che fu l'ospite ultimo di Dante.

L'amore di quei poeti ha carattere mistico.
La donna è anonima, o reca nomi simboleggianti le sue virtù o il suo potere.
Nessuna nota di concretezza femminile, di determinazione storica, intorno a lei.
Essa è un angelo che passa fugacemente sulla terra, per gioia e conforto degli uomini, ma è atteso nel cielo, dove presto ritornerà.
Il motivo dell'amore si termina o si confonde con quello della morte.
Per cotesto loro carattere irreale, si pensò che allegoriche siano le donne dei rimatori del "Dolce stil nuovo"..., e chi immaginò che fossero figura della filosofia, o della Rivelazione, chi della bellezza perfetta.
Ma forse ogni puro e verginale amore, come è quello di questi antichi rimatori, è così indefinito e così schivo di ogni nota della realtà prosaica.

Dei rimatori del "Dolce stil nuovo" tre spiccano sugli altri: uno è Dante..., l'altro, il maggiore amico della sua giovinezza e che morì prima di lui: Guido Cavalcanti..., il terzo, Cino da Pistoia, ché sopravvisse invece alla morte del poeta.

Guido Cavalcanti era un patrizio: genero del capitano ghibellino, che ai guelfi inflisse la sconfitta di Montaperti: Farinata degli Uberti.
Quando Firenze fu divisa in guelfi Bianchi e guelfi Neri, egli fu tra i Bianchi, cioè tra i simpatizzanti per i ghibellini.
Nel 1300, essendo Dante tra i priori della città, fu deliberato che i capi dei Bianchi e dei Neri si mandassero in esilio, perché la cittadinanza avesse pace.
Guido fu confinato a Sarzana, nella Lunigiana, dove lo colse una febbre malarica, che lo uccise poco dopo ritornato a Firenze, nell'agosto di quello stesso anno 1300.

Più nomi di donne amate appaiono nel suo canzoniere..., una Giovanna (detta Primavera), una Pinella di Bologna.
Durante un suo pellegrinaggio a Santo Jacopo di Compostella in Galizia, si innamorò, a Tolosa, di una Mandetta.
Di lui abbiamo canzoni, sonetti, ballate: forse sono suoi anche più di sessanta sonetti anonimi, che parlano del ben servire, cioè del come corteggiare la dama.
Giacché egli si intrattenne molto sulle questioni d'amore, che trattò la poesia provenzale..., e sulla origine e natura dell'amore scrisse una canzone delle meno felici e delle più famose ("Donna mi Prega", perch'io voglia dire").
Anche, a lui furono attribuite canzoni morali parecchie.
Ma il vero poeta è in non molte rime d'amore e di galanteria: in sonetti che dipingono l'apparizione della donna amata: in una ballata, di maniera provenzale, per la Mandetta di Tolosa: nelle rime, in cui egli analizza e ritrae a sé la sua tristezza d'amore: e in una celebre ballata ("Perch'io no spero") mandata dall'esilio alla sua donna, a cui essa ballata deve recare l'ultimo saluto del poeta.

Guido Cavalcanti mi interessa per la sua immediatezza, per la sua capacità a dire con grazia, con leggiadria, con individualità i concetti e le immagini della poesia del tempo.


VEDI ANCHE . . .

TRASFORMAZIONE DELLA LIRICA D'AMORE - GUIDO GUINIZELLI

CINO DA PISTOIA - Vita e opere

FRANCO SACCHETTI - Vita e opere

DE VULGARI ELOQUENTIA - Dante Alighieri

DE MONARCHIA - Dante Alighieri

IL CONVIVIO - Dante Alighieri

VITA NUOVA - Dante Alighieri

PAOLO E FRANCESCA - V Canto dell' Inferno - La Divina Commedia - Dante Alighieri

IL CANZONIERE - Dante Alighieri 

DIVINA COMMEDIA - Dante Alighieri
 
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sabato 26 giugno 2010

GIUDIZIO DI PARIDE (Judgement of Paris) - Pieter Paul Rubens


GIUDIZIO DI PARIDE (1638-1639)
Pieter Paul Rubens (1577-1640)
Pittore olandese
Museo del Prado - Madrid
Tela cm. 199 x 379



La composizione, tagliata orizzontalmente, presenta sulla destra tre dee, avvolte in trasparenti veli: Venere (riconoscibile grazie alla presenza di Eros che è aggrappato alle sue gambe e un amorino che le cinge il capo con una corona floreale) tra Minerva e Giunone.
Sulla sinistra è Paride che offre alla più bella (Venere) il pomo d'oro datogli da Mercurio, che, appoggiato su un albero in compagnia di un cane, assiste alla scena.
Alle spalle dei protagonisti si apre un incantevole paesaggio ricco di sfumature cromatiche che lasciano intendere che l'episodio si svolge al tramonto.

I corpi opulenti delle donne rappresentano il pieno trionfo della carnalità, così come era intesa da Rubens, sempre pronto a raffigurare donne dall'armonica sensualità.
Certamente il suo ideale di bellezza doveva corrispondere a quello della giovane moglie Elena Fourment che qui posò per il marito assumendo le sembianze di Venere.

L'opera era parte del ciclo decorativo della Torre della Parada eseguito da Rubens per Filippo IV di Spagna, con la larga partecipazione della bottega a causa delle sue precarie condizioni di salute.
Stilisticamente siamo vicini al GIUDIZIO DI PARIDE e alle TRE GRAZIE, ambedue dipinti conservati nello stesso museo madrileno, anche se la posa delle tre donne trae origine da una famosa scultura antica nota a Rubens attraverso LE TRE GRAZIE (Musée Condée di Chantilly) di Raffaello.

Il dipinto doveva essere terminato già nel febbraio del 1639, perché a quella data il cardinale Infante scrisse una lettera al fratello Filippo IV, dove elogia l'opera anche se a suo parere...
"...le tre dee sono troppo nude".

Il GIUDIZIO DI PARIDE adornava il Palazzo del Retiro, e di lì, alla fine del Seicento, fu portato all'Accademia di San Fernando, insieme ad altri quadri di nudi.
Entrò al Prado il 5 aprile del 1827.
Esiste un altro quadro dello stesso soggetto realizzato da Rubens nel 1632, e che attualmente si trova alla National Gallery di Londra.



venerdì 25 giugno 2010

POESIE E POEMETTI - Sergej Aleksandrovic Esenin

POESIE E POEMETTI di Esenin



Sergej Aleksandrovic Esenin, figlio di contadini russi di Kostantinovo, un villaggio della provincia di Rjazan, ebbe tre amore..., Zinaida Rajich (più tardi moglie del regista teatrale Mejerchold che fece di lei un'attrice di talento)..., Sofia Andreevna (nipote di Tolstoi) ..., e Isadora Duncan.

La sua corrisposta passione per la grande ballerina americana scandalizzò Mosca degli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione d'Ottobre, Berlino, Vienna, Parigi e New York.

Tuttavia il suo primo e più tenero amore Esenin lo aveva nutrito per l'umile Russia contadina e, avendolo la vita allontanato dai luoghi e dalle persone che lo avevano fatto nascere e lo legittimavano, egli si era sentito come sradicato da se stesso ed ogni avventura che realizzasse (fosse amicizia o passione) non poteva non suggerirgli un impietoso rancore.

Anarchico tenuto in sospetto da una società rivoluzionaria che si vietava ogni allegria e disordine, poeta di slanci mistici giudicato con divertito scetticismo (più tardi, in Europa Occidentale e in America) da uomini che riconoscevano come religione soltanto quella degli affari, Esenin finì per sentirsi in esilio... nel mondo..., la notte del 27 dicembre 1925, dopo aver scritto con il sangue la sua ultima poesia, si impiccò in uno squallido albergo di Leningrado, L'Angleterre.

Gli ultimi versi di quest'ultima poesia scritta col sangue dicono...

"Morire non è nuovo sotto il sole...
ma più nuovo non è nemmeno vivere...".

Il distacco (l'alienazione) dal mondo della natura ha costituito per Esenin il Distacco (l'alienazione) dalla vita stessa.

La poesia pastorale è creazione tardiva, non classica del mondo antico..., eppure i suoi poeti non guardano mai alla natura in chiave puramente bucolica.
Essi continuano a guardarla, almeno in parte come fa Esenin, in chiave georgiana, secondo il corso delle stagioni, la vicenda delle opere e i giorni, gli alterni lavori dell'uomo.

Ma questo poeta nato da contadini, contempla la natura come un mondo di perfetta innocenza...
Ecco perché gli stessi animali vi sono visti come familiari, consanguinei o fratelli, non come mezzi di produzione...
Ecco perché le stesse piante vi appaiono come compagne dell'uomo.
Proprio per questo Esenin può cantare anche le malerbe..., e nessuno dei suoi alberi prediletti è fruttifero.
La natura è per lui un paesaggio vivente anche quando vi manchino le figure umane..., anima, anzi che semplice stato d'anima.

Ecco perché le sue poesie migliori sono quelle che celebrano la Russia (un paese come una dimensione del cuore) e i muzik (contadini), i poveri frequentatori delle bettole di Mosca e Pietroburgo e Pugacev, eroe sentimentale tradito dall'eccesso del suo stesso coraggio.

A quest'ultimo Esenin ha dedicato un dramma storico in versi (PUGACEV..., appunto) in cui sono facilmente individuabili allusioni e travestimenti autobiografici..., Pugacev non fu un condottiero, ma un generale ribelle.
Era un Cosacco..., ai tempi di Caterina la Grande, fingendo, come il falso Dmitrij dopo il regno di Boris Godunov, di reincarnare lo zar Pietro III ucciso in una congiura di palazzo, aveva sollevato le tribù dei Calmucchi e dei Baschiri contro il trono di Pietroburgo.
Soffocata la rivolta nel sangue dal generale Michelson, aveva salito il patibolo.

TRASFORMAZIONE DELLA LIRICA D'AMORE - GUIDO GUINIZELLI

            
TRASFORMAZIONE DELLA LIRICA D'AMORE


La letteratura poetica, all'inizio del Trecento, non è ancora - o è sporadicamente e casualmente - arte.
Gli stessi rimatori della scuola siciliana, o imitassero i Provenzali, o porgessero l'orecchio alle voci della ingenua poesia popolare, erano più vicini all'artificio o alla rozzezza che non all'arte..., che è misura, proporzione, selezione.
Comunque, la prima poesia d'arte è pur sempre uno sviluppo di quella loro poesia d'amore, quando essa venne coltivata in ambienti di cultura e di vita, quali Bologna e la Toscana..., poiché senza il vigore di correnti che pervadano l'attività del pensiero e dell'opera, la poesia non può vivere che di vita fittizia, come fiore senza radice.

A Bologna, oltre la giuridica, era in fiore la cultura filosofica e teologica.
Ora, non è difficile a capire che la poesia d'amore, passando per di là dalle classi cortigiane alle colte, si colorasse, per così dire, di elementi filosofici: che l'amore fosse riguardato e studiato come una potenza dell'anima, e confuso con la stessa volontà: che la donna non fosse più la dama della poesia provenzale e siciliana, ma un'intermediaria di Dio, bellezza perfetta che si rivela all'uomo, o come grazia che tocca i cuori, o come verità che illumina l'intelletto.

Ma se la nuova scuola poetica sembrò tradurre l'amore in filosofia, in realtà lo rendeva più intimo: da omaggio lo convertiva in adorazione, da galanteria in passione, talvolta serena, più spesso dolorosa.
Dalle corti lo traeva nel sacrario dell'anima.
L'ispirazione era perciò il canone fondamentale della nuova poesia, che, con frase dantesca, fu chiamata del "Dolce stil nuovo" (Purgatorio, C. XXIV).


GUIDO GUINIZELLI

Di questo "Dolce stil nuovo" Dante e i suoi contemporanei rimatori d'amore sono i poeti veri.
Ma Dante stesso riconosce, nel Purgatorio, come suo "padre", e io direi precursore, nella poesia amorosa, un bolognese: Guido Guinizelli: dottore in giurisprudenza a Bologna, nato forse nel 1240, morto nel 1276.

Di lui ci sono arrivate canzoni, ballate, sonetti, quasi esclusivamente d'amore.
Incominciò imitatore di Guittone, e parecchie delle sue canzoni sono le solite galanterie e complimenti e lamenti disperati nella maniera provenzale o siciliana.

Ma in una canzone, che dovette fare l'impressione delle cose semplici e nuove ("Al cor gentil ripara sempre Amore"... che è il suo manifesto poetico), pose vigoroso il principio della equivalenza dell'amore e della nobiltà d'animo, e, andando più oltre, fece tutt'uno del femmineo e del divino..., giacché se Dio rimprovera il poeta di aver amato una donna più di Lui, il poeta risponde, difendendosi, che quella donna pareva un angelo del cielo.
In realtà, forse più di questa astrusa canzone, sono belli i sonetti esaltanti la pura bellezza beatificante della donna: dei quali si avvertono vestigi nelle rime di Dante.

Vivezza, delicatezza, concisione sono le virtù di quelle rime, ma la durezza è frequente, e si sente più spesso il travaglio del pensiero che l'impeto della passione.

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* IL MONDO COME VOLONTÀ E COME RAPPRESENTAZIONE (The World as Will and Representation) - Arthur Schopenhauer

          
Arthur Schopenhauer 




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martedì 22 giugno 2010

QUADRI DI ZSANETT









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LA FAMIGLIA DI MEZZETTINO (Gilles and his Family) Antoine Watteau


LA FAMIGLIA DI MEZZETTINO (1717)
Antoine Watteau (1684-1721)
Pittore francese
Wallace Collection di Londra
Olio su tela cm 26 x 20


Il mercante d'arte Sirois, amico di Watteau, è qui ritratto nelle vesti di Mezzettino, tipica maschera di servo-amatore del teatro francese del Settecento.

È noto che l'artista nel suo studio tenesse abiti e costumi del teatro francese, con particolare attenzione per quelli dei personaggi della Commedia dell'Arte.
Di questi si serviva per abbigliare i modelli (a volte si trattava di amici) da lui ritratti.

Nel corso del Settecento frequentemente gli artisti trassero spunti dal teatro, in particolar modo affascinati dalla Commedia dell'Arte, a quel tempo uno degli svaghi più popolari fra il ceto povero.

Sogni e miserie, umanità e denuncia sociale si mescolarono per dare vita alla più fedele rappresentazione della società europea.

In particolar modo in Italia e in Francia pittori famosi, fra cui ricordiamo oltre Watteau anche Chardin e Longhi, furono assidui frequentatori delle sale teatrali e fedeli cronisti di questi divertenti spettacoli.

Mezzettino, al centro della composizione, è circondato dai quattro figli maggiori abbigliati alla maniera dei commedianti italiani. Dei giovani ritratti sono state identificate solo le figlie Marie Anne Elisabeth, Anne Elisabeth e Marie Louise, avute da Sirois con la seconda moglie, morta nel 1709…, fino ad oggi è stato, invece, impossibile dare un nome al fanciullo con il capo appoggiato sul grembo della giovane donna con un cagnolino, a sinistra della composizione.

La vibrante atmosfera, resa con dense pennellate alla maniera di Rubens, suggerisce per il dipinto una cronologia abbastanza tarda: probabilmente intorno al 1717.
Tale datazione e l'identificazione del personaggio raffigurato trovano conforto dal fatto che il quadro fu fatto incidere da Sirois nel 1719.


Il quadro apparve per la prima volta a Parigi nel 1793 in una vendita all'asta; fu acquistato per sessantacinque livres da Papillon de La Ferté che lo rivendette nel 1797.
Dopo diversi passaggi di proprietà approdò nella Collezione Wallace di Londra, oggi Museo pubblico.
Della composizione esistono un'incisione di H.S. Thomassin del 1729, una mediocre versione conservata al Metropolitan Museum of Art di New York, oggi unanimemente attribuita a Watteau, e svariati disegni preparatori, uno dei quali è al British Museum di Londra.


MEZZETTINO

Il personaggio di Mezzettino apparve a Parigi alla fine del Seicento, creato dall'italiano Angelo Costantini.
La nuova maschera si affermò prima come l'intrigante rivale di Arlecchino e, successivamente, oscurò la fama di Pierrot, maschera da sempre amatissima dai Francesi.
Il suo costume è rosso e bianco, assai simile a quello di Scapin, dotato di tabarro (largo mantello) e di un grande berretto.
Il successo di questa maschera in Francia è testimoniato dal fatto che Watteau ritrasse diversi personaggi nei panni di Mezzettino.


VEDI ANCHE...

IL PASSO FALSO ( The Faux Pas ) - Antoine Watteau

IL GIUDIZIO DI PARIDE - Antoine Watteau

L'IMBARCO PER CITERA - Antoine Watteau

GIOVE E ANTIOPE (1715 circa) - Antoine Watteau

LA PROPOSTA IMBARAZZANTE (1716 circa) - Antoine Watteau

I PIACERI DEL BALLO (The pleasures of the dance) Jean-Antoine Watteau


giovedì 17 giugno 2010

PIERRE E JEAN - Henri-René-Albert-Guy de Maupassant

    


Pierre e Jean, romanzo pubblicato nel 1888, con una prefazione in cui Maupassant dichiara di voler con questa sua opera fare un primo "romanzo naturalista".
Fedele al suo proposito, non esitò a scegliere un argomento piuttosto scabroso, il problema della illegittimità.
Pierre e Jean sono due fratelli, ma il minore di essi, Jean, non ha avuto per padre il Signor Roland, il padre di Pierre.
Il romanzo è la storia della lenta scoperta da parte di Pierre di questa verità terribile: alla fine egli non potrà più resistere nel chiuso ambiente familiare con il suo segreto che gli preme alle labbra e soprattutto alla coscienza, e accetterà di imbarcarsi , come medico su di un vapore che parte per un gran viaggio nei mari lontani.
Le pagine del romanzo, vibrano tutte di questa contenuta e pur straziante tristezza del protagonista, che ha avuto la sua vita distrutta dalla rivelazione della colpa della madre, e che è in definitiva il solo sacrificato, pur non essendo il vero colpevole: poiché suo fratello, rimasto presso la famiglia, penserà presto a sposarsi, e la vita con la sua logica inesorabile stenderà un velo di oblio su colui che è lontano....

Nelle ultime pagine, tutta la famiglia è riunita nella piccola cabina di Pierre, a bordo della nave su cui egli ha preso imbarco, per un ultimo saluto.
L'imbarazzo sembra essere la nota dominante di questo ultimo incontro: le cose profonde non si dicono, i sentimenti veri non vengono espressi, resta solo posto per le banalità quotidiane, le frasi fatte, i sentimenti di circostanza.
E tutti, nel segreto del loro cuore, affrettano l'ora della partenza: chi parte, per poter nuovamente assaporare il proprio cupo ma virile dolore, il senso amaro ed esaltante della propria solitudine, e chi resta, per poter tornare in pace alle occupazioni di sempre, con le quali si uccide la lenta noia del vivere....


Guy di Maupassant, nato in Normandia nella Francia del Nord, sulle coste della Manica nel 1850, è uno degli esponenti della scuola letteraria nota sotto il nome di "naturalista".
I naturalisti si opposero al romanticismo, reclamando una maggiore verità nell'osservazione dei fatti, e delle opere letterarie meno ricche di poesia e più ricche di verità.
Questo loro desiderio di riprodurre la verità semplice e cruda della vita li portò spesso ad essere pessimisti; ed il pessimismo è una delle caratteristiche più evidenti che presenti l'opera di Maupassant.

Ebbe una vita scialba e senza grandi avventure fino al momento in cui divenne celebre: soldato durante la guerra franco-prussiana del 1870, venne a Parigi dopo la smobilitazione e fu per qualche anno impiegato nel Ministero della Marina e in seguito al Ministero della Pubblica Istruzione.
Cominciò ben presto a soffrire del male terribile che doveva condurlo a morte, pazzo, a soli 43 anni di età, nel 1893.

L'interesse che suscita in me l'arte di Maupassant non è solamente di ordine storico - come ho già detto, egli ha molto contribuito a introdurre nella letteratura europea una nuova formula, che rappresenta un superamento del romanticismo..., Maupassant è un grande conoscitore del cuore umano, ed i suoi romanzi e le sue novelle illuminano con un ardire ed una crudezza di toni sconosciuti prima di lui i meandri più segreti del nostro spirito.
Soffrendo egli stesso di allucinazioni, ha saputo ritrarre con una penetrazione grandissima gli stati morbosi o paranormali in cui spesso si dibattono i malati, gli ossessionati o gli stessi sani di mente...,e ci ha dato inoltre, accanto ad essi, tutta una galleria di tipi e di personaggi curiosissimi, compresi e studiati con grande acume psicologico.

Un profondo, radicale pessimismo, unifica e confonde in sé i vari aspetti della sua creazione artistica: questo suo disperare senza scampo dell'uomo e della natura umana gli veniva forse in parte dalle sue precarie condizioni di salute psichica, ma rappresenta tuttavia la sua conquista più importante, come uomo e come artista.
Poiché vi è una segreta grandezza in questo suo vivere senza sperare più, in questo suo guardare con lucidità e senza indulgenze ai moventi e ai movimenti nascosti dell'animo: in questo suo accettare che il destino umano sia il soffrire, senza più protestare contro la potenza misteriosa che così ha voluto.


mercoledì 16 giugno 2010

I MALAVOGLIA - Giovanni Verga

        


"I Malavoglia" è il capolavoro di Giovanni Verga, che costituisce, insieme all'altro romanzo dello stesso autore "Mastro Don Gesualdo", un'autentica gloria della narrativa italiana.

Traccio brevemente la trama.

La famiglia dei Malavoglia è composta da padron 'Ntoni, il nonno, dal figlio questo, Bastianazzo, e dai nipoti 'Ntoni, Luca, Mena, Alessi e Lia, nati da Bastianazzo e da Maruzza detta la Longa.
Fanno i pescatori in un paesello della Sicilia, ad Aci Trezza, presso Catania, e possiedono una barca, la Provvidenza, ed una casa, detta del Nespolo, simbolo della religione che del focolare domestico hanno i Malavoglia e tutto il popolo siciliano.
Per raccogliere un gruzzolo ed accrescere il magro reddito della pesca, padron 'Ntoni acquista a credito, per mandarla a rivendere a Riposto, una partita di lupini: Bastianazzo parte, ma una tempesta inghiotte lui ed il carico di lupini.

Morto il sostegno più valido della famiglia, sulle spalle del vecchio nonno restano la Longa e i nipoti ancora giovinetti.
Padron 'Ntoni, sempre vigoroso e tenace ed animato dal senso primitivo ed integro dell'onestà, ha ora un solo pensiero : pagare il debito dei lupini e conquistare un certo benessere per sé e per i nipoti.
Fa perciò riparare la barca, ma un altro naufragio gliela rovina una seconda volta; e così le disgrazie e le tribolazioni si abbattono sul loro capo una dopo l'altra.
Luca muore nella battaglia di Lissa (1866) e la Longa rimane come inebetita dal dolore; la vecchia sacra casa del Nespolo viene pignorata a causa del debito dei lupini e poi venduta; anche la Provvidenza viene venduta e la famiglia si disperde: la Longa muore di colera, il maggiore dei nipoti, 'Ntoni, emigra nella speranza di fare fortuna in altri luoghi.
E quando ritorna ancora povero e più esasperato, si dà a vita inerte e dissipata, finché una notte, sorpreso a scaricare con altri compagni della merce di contrabbando, ferisce il brigadiere, che è anche suo rivale in amore, e viene arrestato.
Per farlo liberare dal carcere, il nonno vende ogni cosa, ma non può evitare la condanna del nipote; Lia allora abbandona la casa e si perde.
A nulla sono approdati gli sforzi tenaci di padron 'Ntoni che ha lottato e resistito per tenere unita la famiglia: distrutto dal peso degli anni e dal dolore egli va a morire all'ospedale, lontano dalle care mura della sua vecchia casa.

Dei Malavoglia resta solo Alessi, il più giovane, che la vita non ha travolto: egli si sposa e con la stessa volontà tenace del nonno riesce a riscattare la casa del Nespolo e può così ricomporre il culto del focolare domestico.
'Ntoni, intanto, scontata la pena, esce dal carcere con l'animo rinnovato e col desiderio di rifarsi una vita onesta.
E una sera si presenta nella vecchia casa, dove hanno vissuto e sofferto i suoi cari.
Non si sente, però, degno di restarvi: egli ha violato la religione della casa e parte, solo e stanco, per le vie dolorose del mondo.
- Qui non posso restarci - egli dice ad Alessi che lo invita a fermarsi.
- Addio, perdonatemi tutti.


Questa la breve trama del romanzo, nel quale il Verga coglie la vita di tutte le classi più umili, dei derelitti, dei diseredati.
I personaggi del Verga accettano la legge di dolore che incombe sul mondo, senza ribellarsi, con quella rassegnazione dei forti cui la lunga tradizione di una miseria millenaria ha insegnato a lottare per non farsi travolgere.
Ma sopra questa realtà dura e aspra di dolore e di fatica splende un motivo che anima di luce religiosa la lotta rassegnata di queste creature umili e semplici: il culto della famiglia e del focolare domestico e la legge dell'onore che non transige.
Solo uno dei Malavoglia ha voluto ribellarvisi, 'Ntoni, ed è stato vinto ed ha pagato.
Questa la luce e la verità che si irradia da padron 'Ntoni e da tutto il popolo minuto della Sicilia.


L'addio di 'Ntoni

Stupenda nei "Malavoglia" è la figura del nonno, un uomo che assiste, in un chiuso e dignitoso dolore, alla rovina di quel poco che era riuscito a costruire in anni di fatiche, ma tra le tante pagine mirabili (per cui scegliere diventa difficile), che Verga ha profuso nella sua opera, mi hanno particolarmente colpito quelle, struggenti, dell'addio di 'Ntoni.
Il giovane, perdutosi ormai nell'inseguire un sogno di emancipazione (è diventato contrabbandiere, ha accoltellato una guardia), rifiuta di tornare alla "casa del nespolo", pur sapendo di potervi trovare pace.
E torna a dire addio a quella casa, a quel mondo che egli ha abbandonato e che non é piú il suo.
Nelle pagine che chiudono "I Malavoglia" 'Ntoni ha scontato la sua pena ed esce dal carcere purificato dal dolore e dai ricordi.
E una sera, con la sporta sotto il braccio, coperto di polvere e colla barba lunga, torna alla casa del Nespolo, che il fratello minore, Alessi, ha riscattato, per vedere i suoi cari.
Il nonno è morto, solo, in uno squallido stanzone d'ospedale..., la Lia si è perduta: l'infelice non si sente degno ormai di stare nel focolare domestico, di cui ha infranto le leggi, e riparte.
Ma prima vuole fare un giro per la casa e gli aspetti e le voci di un tempo tornano al suo cuore come beni irrimediabilmente perduti: il letto e le lacrime della mamma, le belle chiacchierate, le acciughe salate, la Nunziata che spiegava gli indovinelli e il chiacchierare del paese che si sentiva da tutte le parti.
Poi, quando fu lontano, gli rimase compagna soltanto la voce amica del mare che brontolava la solita storia lì sotto, in mezzo ai faraglioni, perché il mare non ha paese nemmeno lui, ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare, di qua e di là dove nasce e muore il sole.


VEDI ANCHE ...










martedì 15 giugno 2010

ROSSO MALPELO - Giovanni Verga

"Rosso Malpelo" è uno dei più forti racconti del Verga e della letteratura di tutti i tempi.

"Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi..., ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riescire un fior di birbone"....

Cosicché tutti nella cava di rena rossa dove lavorava lo chiamavano Malpelo.
Ed era cattivo perché l'abbrutimento e la cattiveria degli uomini gli avevano impedito di essere buono.
Quando gli altri operai, a mezzogiorno, smettevano il lavoro per andare a mangiare, riuniti in gruppo, la loro minestra, egli andava a rosicchiare il suo poco pane grigio appartato dagli altri.
Ed era "sempre cencioso e sporco di rena rossa, ché la sua sorella s'era fatta sposa, e aveva altro pel capo che pensare a ripulirlo".
Se lo caricavano peggio di un asino egli non si lagnava..., e se nella miniera accadeva qualche disgrazia, e la colpa non era quasi mai sua, egli si pigliava le busse senza protestare, tanto era vano.
Si sfogava però con l'asino grigio della miniera, caricandolo di legnate col manico della zappa, e con Ranocchio, un altro infelice ragazzo, più debole di lui, che egli aveva preso a proteggere: strana protezione, quella dì Malpelo, fatta di busse, di magnanimità e di tenerezza.
Avrebbe certamente preferito lavorare al sole, "fra i campi, in mezzo al verde, sotto i folti carrubi, e il mare turchino là in fondo, e il canto degli uccelli sulla testa".
Ma il suo destino era lavorare nella miniera e morirvi anche lui, come vi era morto suo padre.

L'arte somma del Verga scava nell'animo di questo ragazzo e ne coglie tutti i sentimenti con un verismo che appare impersonale, ma che invece nasconde tanta pena ed ha momenti di alta e commossa poesia.
Si nota nelle righe virgolettate la soffocata aspirazione di Malpelo che avrebbe anche preferito un lavoro più umano sotto il sole "lungo le belle strade di campagna" come il carrettiere, o "cantando sui ponti, in alto, in mezzo all'azzurro del cielo" come il manovale, "o meglio ancora.... fare il contadino, che passa la vita fra i campi, in mezzo al verde, sotto i folti carrubi, e il mare turchino là in fondo, e il canto degli uccelli sulla testa".

Interessante è il brano che rappresenta Malpelo quando accarezza i pantaloni di fustagno, tolti al cadavere del padre estratto dalla rena, e contempla le scarpe che erano state del morto...

" ....Se li lisciava sulle gambe quei calzoni di fustagno quasi nuovi, gli pareva che fossero dolci e lisci come le mani del babbo che solevano accarezzargli i capelli.... E le scarpe.... la domenica se le pigliava in mano, le lustrava e se le provava..., poi le metteva per terra, l'una accanto all'altra, e stava a contemplarsele coi gomiti sui ginocchi, e il mento nelle palme per delle ore intere, rimuginando chi sa quali idee in quel cervellaccio".

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Giovanni Verga nacque a Catania nel 1840.
Tranne brevi soggiorni, durante la gioventù, a Firenze e a Milano, trascorse la sua vita semplice e modesta a Catania, dove morì nel 1922.
Verga è il maggior rappresentante del nostro verismo e si può considerare, accanto al Manzoni, il più grande narratore italiano.
La sua grandezza, più che nelle prime opere, legate ancora ad un romanticismo vago e sentimentale (I carbonari della montagna, Una peccatrice, Storia di una capinera, Eva, Tigre reale), si trova nelle raccolte di novelle "Vita dei campi" e "Novelle rusticane" e nei due romanzi, che sono degli autentici capolavori, "I Malavoglia" e "Mastro don Gesualdo".
In queste ultime opere il Verga ritrae il paesaggio e i personaggi nettamente, come egli stesso dice, "coi colori adatti, tale da dare la rappresentazione della realtà com'è stata".
Protagonista è il popolo minuto di Sicilia con gli stenti, i dolori, le virtù, le passioni, le tragedie che lo accompagnano; quel popolo umile ed eroico di diseredati, che nella dura lotta per l'esistenza "levano le braccia disperate e piegano il capo sotto il piede brutale dei vincitori".
Il Verga, nel rappresentare questi cuori primitivi, che lottano senza speranza e senza luce di consolazione, non introduce mai commenti o considerazioni..., ma sotto la tecnica verista, che sembra arida e cruda, c'è la sua stessa anima che vibra di commozione di fronte alla miseria di quell'umile gente che la vita di stenti logora giorno per giorno e che si trascina nel dolore senza ribellarsi..., accettando la realtà amara e desolata che non spera di mutare.


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