martedì 29 giugno 2010

RITRATTO DI CARLO VII, RE DI FRANCIA (1444) - Jean Fouquet



RITRATTO DI CARLO VII, RE DI FRANCIA (1444)
Jean Fouquet
Pittore francese
Museo del Louvre a Parigi
Tavola cm 86 x 71



Secondo alcuni critici, quest'opera è forse uno dei primi dipinti dell'artista e ciò giustificherebbe l'assenza dello sfondo, come pure la rigidità e la simmetria dei tendaggi.
Questi elementi, che in effetti conferiscono alla tavola un carattere leggermente arcaico, sono del tutto assenti nel ritratto di “Guillaume Jouvenel des Ursins, che fa da pendant al “Ritratto di Carlo VII”, re di Francia al Museo del Louvre.
Jean Fouquet appare ancora legato alla tradizione ritrattistica fiamminga, riscontrabile nel realismo del viso del Sovrano reso, senza intenti celebrativi, con il suo sguardo sfuggente, le labbra grosse, le guance molli e gli occhi segnati da profonde occhiaie.
La semplicità della composizione, che dona al ritratto del Re l'aspetto di una rappresentazione araldica, è sottolineata dalla scelta dei colori bianco, rosso e verde della livrea reale.
L'austerità dell'opera viene tuttavia moderata dalla profondità dei toni e dalla ricchezza dei materiali raffigurati: il broccato, il velluto e la pelliccia abbelliscono il viso ingrato del Sovrano.


La biografia di Jean Fouquet è piuttosto incerta, ed incerta risulta anche la datazione di questa tavola.
Tuttavia, per comparazione, è possibile indicare come data approssimativa il 1444 e sostanzialmente per due motivi preminenti: la composizione presenta un carattere arcaico ed inoltre, in occasione del viaggio compiuto a Roma negli anni 1444-1446, gli era stato commissionato il ritratto di papa Eugenio IV e dei suoi nipoti, poiché era già conosciuto come l'esecutore del ritratto del Re di Francia.
Quest'opera, originariamente conservata nella Cappella Santa di Bourges, è entrata a far parte delle collezioni del Museo del Louvre nel 1838.


CARLO VII RE DI FRANCIA (1403-1461)

“Il `vittorioso re di Francia” (“Le très victorieux roi de France”, come è proclamato nella solenne iscrizione che incornicia il ritratto realizzato da Fouquet) nacque a Parigi nel 1403 e divenne re nel 1422.
Il trattato di Troyes, firmato nel 1420 da sua madre Isabella di Baviera, lo aveva escluso dalla successione al trono, a vantaggio di Enrico V d'Inghilterra.
La Francia si trovava allora in preda all'anarchia e Carlo VII con un embrione di governo a Bourges, aveva cercato di risollevare il sentimento nazionale e benché senza risorse, aveva intrapreso la riconquista del Paese.
Quando tutto sembrava perduto, sua suocera, Giovanna d'Aragona, favorì l'impresa di Giovanna d'Arco.
Questa restituì fiducia a Carlo, incoronato poi a Reims, e al Paese, con la liberazione di Orléans nel 1429, sacrificando la propria vita fino al martirio sul rogo nel 1431.
Dopo pochi anni il Re fu in grado di riprendere le redini del Paese e, nel 1435, firmò il trattato di Arras, con il quale Filippo il Buono, duca di Borgogna, rompeva la propria alleanza con l’Inghilterra, consentendo così a Carlo VII di procedere alla liberazione dell'intero territorio nazionale.

domenica 27 giugno 2010

IL DOLCE STIL NUOVO - Come corteggiare una donna - Guido Cavalcanti

    
 
Guido Cavalcanti e la brigata godereccia - Miniatura del XV secolo


La nuova lirica, più che a Bologna dotta, trovò la sua continuazione in Firenze..., perché in Toscana, più e meglio che altrove, era sviluppato quel senso della forma e della misura, che sarebbe rimasto per secoli il carattere dell'arte di quella regione.
Qui più che altrove, anche per la costituzione democratica della città, la poesia popolare, ora gentile, ora fiera, ora amorosa, ora satirica, poteva confondersi con la poesia dotta e darle più vigore di immagini, più elevatezza di espressione.
Qui finalmente la poesia d'amore trovava strumento più adatto in un volgare, che, se non era l'illustre vagheggiato da Dante, si innalzava sugli altri per precisione, abbondanza, armonia.

Così accadde che, tra gli ultimi decenni del Duecento e i primi del Trecento, in Firenze fiorirono i rimatori di amore del "Dolce stil nuovo".
Ricordo qui pochi nomi: Gianni Alfani (che fa sentire talvolta le tristi note dell'esilio)..., Dino Frescobaldi, il più vicino alle estasi gioiose e malinconiche delle rime dantesche..., Lapo Gianni, notaio, che ricorda la freschezza dei rispetti popolari..., Guido Orandi..., Lapo degli Uberti..., Sennuccio del Bene..., e, fuori della Toscana, quel Guido Novello, signore di Polenta, che fu l'ospite ultimo di Dante.

L'amore di quei poeti ha carattere mistico.
La donna è anonima, o reca nomi simboleggianti le sue virtù o il suo potere.
Nessuna nota di concretezza femminile, di determinazione storica, intorno a lei.
Essa è un angelo che passa fugacemente sulla terra, per gioia e conforto degli uomini, ma è atteso nel cielo, dove presto ritornerà.
Il motivo dell'amore si termina o si confonde con quello della morte.
Per cotesto loro carattere irreale, si pensò che allegoriche siano le donne dei rimatori del "Dolce stil nuovo"..., e chi immaginò che fossero figura della filosofia, o della Rivelazione, chi della bellezza perfetta.
Ma forse ogni puro e verginale amore, come è quello di questi antichi rimatori, è così indefinito e così schivo di ogni nota della realtà prosaica.

Dei rimatori del "Dolce stil nuovo" tre spiccano sugli altri: uno è Dante..., l'altro, il maggiore amico della sua giovinezza e che morì prima di lui: Guido Cavalcanti..., il terzo, Cino da Pistoia, ché sopravvisse invece alla morte del poeta.

Guido Cavalcanti era un patrizio: genero del capitano ghibellino, che ai guelfi inflisse la sconfitta di Montaperti: Farinata degli Uberti.
Quando Firenze fu divisa in guelfi Bianchi e guelfi Neri, egli fu tra i Bianchi, cioè tra i simpatizzanti per i ghibellini.
Nel 1300, essendo Dante tra i priori della città, fu deliberato che i capi dei Bianchi e dei Neri si mandassero in esilio, perché la cittadinanza avesse pace.
Guido fu confinato a Sarzana, nella Lunigiana, dove lo colse una febbre malarica, che lo uccise poco dopo ritornato a Firenze, nell'agosto di quello stesso anno 1300.

Più nomi di donne amate appaiono nel suo canzoniere..., una Giovanna (detta Primavera), una Pinella di Bologna.
Durante un suo pellegrinaggio a Santo Jacopo di Compostella in Galizia, si innamorò, a Tolosa, di una Mandetta.
Di lui abbiamo canzoni, sonetti, ballate: forse sono suoi anche più di sessanta sonetti anonimi, che parlano del ben servire, cioè del come corteggiare la dama.
Giacché egli si intrattenne molto sulle questioni d'amore, che trattò la poesia provenzale..., e sulla origine e natura dell'amore scrisse una canzone delle meno felici e delle più famose ("Donna mi Prega", perch'io voglia dire").
Anche, a lui furono attribuite canzoni morali parecchie.
Ma il vero poeta è in non molte rime d'amore e di galanteria: in sonetti che dipingono l'apparizione della donna amata: in una ballata, di maniera provenzale, per la Mandetta di Tolosa: nelle rime, in cui egli analizza e ritrae a sé la sua tristezza d'amore: e in una celebre ballata ("Perch'io no spero") mandata dall'esilio alla sua donna, a cui essa ballata deve recare l'ultimo saluto del poeta.

Guido Cavalcanti mi interessa per la sua immediatezza, per la sua capacità a dire con grazia, con leggiadria, con individualità i concetti e le immagini della poesia del tempo.


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sabato 26 giugno 2010

GIUDIZIO DI PARIDE (Judgement of Paris) - Pieter Paul Rubens


GIUDIZIO DI PARIDE (1638-1639)
Pieter Paul Rubens (1577-1640)
Pittore olandese
Museo del Prado - Madrid
Tela cm. 199 x 379



La composizione, tagliata orizzontalmente, presenta sulla destra tre dee, avvolte in trasparenti veli: Venere (riconoscibile grazie alla presenza di Eros che è aggrappato alle sue gambe e un amorino che le cinge il capo con una corona floreale) tra Minerva e Giunone.
Sulla sinistra è Paride che offre alla più bella (Venere) il pomo d'oro datogli da Mercurio, che, appoggiato su un albero in compagnia di un cane, assiste alla scena.
Alle spalle dei protagonisti si apre un incantevole paesaggio ricco di sfumature cromatiche che lasciano intendere che l'episodio si svolge al tramonto.

I corpi opulenti delle donne rappresentano il pieno trionfo della carnalità, così come era intesa da Rubens, sempre pronto a raffigurare donne dall'armonica sensualità.
Certamente il suo ideale di bellezza doveva corrispondere a quello della giovane moglie Elena Fourment che qui posò per il marito assumendo le sembianze di Venere.

L'opera era parte del ciclo decorativo della Torre della Parada eseguito da Rubens per Filippo IV di Spagna, con la larga partecipazione della bottega a causa delle sue precarie condizioni di salute.
Stilisticamente siamo vicini al GIUDIZIO DI PARIDE e alle TRE GRAZIE, ambedue dipinti conservati nello stesso museo madrileno, anche se la posa delle tre donne trae origine da una famosa scultura antica nota a Rubens attraverso LE TRE GRAZIE (Musée Condée di Chantilly) di Raffaello.

Il dipinto doveva essere terminato già nel febbraio del 1639, perché a quella data il cardinale Infante scrisse una lettera al fratello Filippo IV, dove elogia l'opera anche se a suo parere...
"...le tre dee sono troppo nude".

Il GIUDIZIO DI PARIDE adornava il Palazzo del Retiro, e di lì, alla fine del Seicento, fu portato all'Accademia di San Fernando, insieme ad altri quadri di nudi.
Entrò al Prado il 5 aprile del 1827.
Esiste un altro quadro dello stesso soggetto realizzato da Rubens nel 1632, e che attualmente si trova alla National Gallery di Londra.



venerdì 25 giugno 2010

POESIE E POEMETTI - Sergej Aleksandrovic Esenin

POESIE E POEMETTI di Esenin



Sergej Aleksandrovic Esenin, figlio di contadini russi di Kostantinovo, un villaggio della provincia di Rjazan, ebbe tre amore..., Zinaida Rajich (più tardi moglie del regista teatrale Mejerchold che fece di lei un'attrice di talento)..., Sofia Andreevna (nipote di Tolstoi) ..., e Isadora Duncan.

La sua corrisposta passione per la grande ballerina americana scandalizzò Mosca degli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione d'Ottobre, Berlino, Vienna, Parigi e New York.

Tuttavia il suo primo e più tenero amore Esenin lo aveva nutrito per l'umile Russia contadina e, avendolo la vita allontanato dai luoghi e dalle persone che lo avevano fatto nascere e lo legittimavano, egli si era sentito come sradicato da se stesso ed ogni avventura che realizzasse (fosse amicizia o passione) non poteva non suggerirgli un impietoso rancore.

Anarchico tenuto in sospetto da una società rivoluzionaria che si vietava ogni allegria e disordine, poeta di slanci mistici giudicato con divertito scetticismo (più tardi, in Europa Occidentale e in America) da uomini che riconoscevano come religione soltanto quella degli affari, Esenin finì per sentirsi in esilio... nel mondo..., la notte del 27 dicembre 1925, dopo aver scritto con il sangue la sua ultima poesia, si impiccò in uno squallido albergo di Leningrado, L'Angleterre.

Gli ultimi versi di quest'ultima poesia scritta col sangue dicono...

"Morire non è nuovo sotto il sole...
ma più nuovo non è nemmeno vivere...".

Il distacco (l'alienazione) dal mondo della natura ha costituito per Esenin il Distacco (l'alienazione) dalla vita stessa.

La poesia pastorale è creazione tardiva, non classica del mondo antico..., eppure i suoi poeti non guardano mai alla natura in chiave puramente bucolica.
Essi continuano a guardarla, almeno in parte come fa Esenin, in chiave georgiana, secondo il corso delle stagioni, la vicenda delle opere e i giorni, gli alterni lavori dell'uomo.

Ma questo poeta nato da contadini, contempla la natura come un mondo di perfetta innocenza...
Ecco perché gli stessi animali vi sono visti come familiari, consanguinei o fratelli, non come mezzi di produzione...
Ecco perché le stesse piante vi appaiono come compagne dell'uomo.
Proprio per questo Esenin può cantare anche le malerbe..., e nessuno dei suoi alberi prediletti è fruttifero.
La natura è per lui un paesaggio vivente anche quando vi manchino le figure umane..., anima, anzi che semplice stato d'anima.

Ecco perché le sue poesie migliori sono quelle che celebrano la Russia (un paese come una dimensione del cuore) e i muzik (contadini), i poveri frequentatori delle bettole di Mosca e Pietroburgo e Pugacev, eroe sentimentale tradito dall'eccesso del suo stesso coraggio.

A quest'ultimo Esenin ha dedicato un dramma storico in versi (PUGACEV..., appunto) in cui sono facilmente individuabili allusioni e travestimenti autobiografici..., Pugacev non fu un condottiero, ma un generale ribelle.
Era un Cosacco..., ai tempi di Caterina la Grande, fingendo, come il falso Dmitrij dopo il regno di Boris Godunov, di reincarnare lo zar Pietro III ucciso in una congiura di palazzo, aveva sollevato le tribù dei Calmucchi e dei Baschiri contro il trono di Pietroburgo.
Soffocata la rivolta nel sangue dal generale Michelson, aveva salito il patibolo.

TRASFORMAZIONE DELLA LIRICA D'AMORE - GUIDO GUINIZELLI

            
TRASFORMAZIONE DELLA LIRICA D'AMORE


La letteratura poetica, all'inizio del Trecento, non è ancora - o è sporadicamente e casualmente - arte.
Gli stessi rimatori della scuola siciliana, o imitassero i Provenzali, o porgessero l'orecchio alle voci della ingenua poesia popolare, erano più vicini all'artificio o alla rozzezza che non all'arte..., che è misura, proporzione, selezione.
Comunque, la prima poesia d'arte è pur sempre uno sviluppo di quella loro poesia d'amore, quando essa venne coltivata in ambienti di cultura e di vita, quali Bologna e la Toscana..., poiché senza il vigore di correnti che pervadano l'attività del pensiero e dell'opera, la poesia non può vivere che di vita fittizia, come fiore senza radice.

A Bologna, oltre la giuridica, era in fiore la cultura filosofica e teologica.
Ora, non è difficile a capire che la poesia d'amore, passando per di là dalle classi cortigiane alle colte, si colorasse, per così dire, di elementi filosofici: che l'amore fosse riguardato e studiato come una potenza dell'anima, e confuso con la stessa volontà: che la donna non fosse più la dama della poesia provenzale e siciliana, ma un'intermediaria di Dio, bellezza perfetta che si rivela all'uomo, o come grazia che tocca i cuori, o come verità che illumina l'intelletto.

Ma se la nuova scuola poetica sembrò tradurre l'amore in filosofia, in realtà lo rendeva più intimo: da omaggio lo convertiva in adorazione, da galanteria in passione, talvolta serena, più spesso dolorosa.
Dalle corti lo traeva nel sacrario dell'anima.
L'ispirazione era perciò il canone fondamentale della nuova poesia, che, con frase dantesca, fu chiamata del "Dolce stil nuovo" (Purgatorio, C. XXIV).


GUIDO GUINIZELLI

Di questo "Dolce stil nuovo" Dante e i suoi contemporanei rimatori d'amore sono i poeti veri.
Ma Dante stesso riconosce, nel Purgatorio, come suo "padre", e io direi precursore, nella poesia amorosa, un bolognese: Guido Guinizelli: dottore in giurisprudenza a Bologna, nato forse nel 1240, morto nel 1276.

Di lui ci sono arrivate canzoni, ballate, sonetti, quasi esclusivamente d'amore.
Incominciò imitatore di Guittone, e parecchie delle sue canzoni sono le solite galanterie e complimenti e lamenti disperati nella maniera provenzale o siciliana.

Ma in una canzone, che dovette fare l'impressione delle cose semplici e nuove ("Al cor gentil ripara sempre Amore"... che è il suo manifesto poetico), pose vigoroso il principio della equivalenza dell'amore e della nobiltà d'animo, e, andando più oltre, fece tutt'uno del femmineo e del divino..., giacché se Dio rimprovera il poeta di aver amato una donna più di Lui, il poeta risponde, difendendosi, che quella donna pareva un angelo del cielo.
In realtà, forse più di questa astrusa canzone, sono belli i sonetti esaltanti la pura bellezza beatificante della donna: dei quali si avvertono vestigi nelle rime di Dante.

Vivezza, delicatezza, concisione sono le virtù di quelle rime, ma la durezza è frequente, e si sente più spesso il travaglio del pensiero che l'impeto della passione.

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IL MONDO COME VOLONTÀ E COME RAPPRESENTAZIONE (The World as Will and Representation) - Arthur Schopenhauer

          



IL MONDO COME VOLONTÀ E COME RAPPRESENTAZIONE 

Arthur Schopenhauer (1788-1860)


Arthur Schopenhauer si considera il vero successore di Kant: anche lui vuol tenersi a contattò con il mondo dell'esperienza, e darne un'interpretazione, la quale dica "che cosa esso è", di là dall'apparenza in cui ci si mostra.
Ma il soddisfacimento di questo bisogno metafisico egli lo cerca al di fuori della sfera dell'attività concettuale del pensiero - nella quale Hegel aveva ricondotto la speculazione -, in un'intuizione geniale analoga a quella dell'artista.
Rivela con ciò, nel suo orientamento spirituale , un'innegabile affinità con quello - caratteristicamente romantico - di Fichte e di Schelling, che egli tuttavia coinvolge con Hegel in una uguale avversione acre e violenta.

Vero è che attraverso l'intuizione l'universo si presenta a Schopenhauer come con segno mutato rispetto a quello degli idealisti.
Dove questi vedevano profonda armonia e trasparente razionalità ed evolversi di un Logos eterno verso un più pieno e gioioso possesso di sé, Schopenhauer vede invece il dominio d'una cieca volontà irrazionale, che non sa quel che vuole, dispiegantesi senza meta di sorta, senz'altra legge che non sia quella di acuire sempre di più la sua perenne insoddisfazione e di aumentare il dolore che porta in sè.
Irrazionalismo contro razionalismo, pessimismo contro ottimismo, convinzione fredda di un immobile ripetersi di vicende nello stupido gioco della vita di contro a uno storicismo esaltante l'eterno progresso della realtà verso il bene.
Attraverso l'intuizione geniale - posta come organo del filosofare - è la personalità stessa del pensatore che si proietta nell'universo: e la personalità di Schopenhauer è coscienza viva di una dilacerazione interiore, che non saprebbe comporsi se non nell'estinzione dello stesso agire.

Schopenhauer dunque si professa kantiano nell'ammettere che il mondo quale ai offre alla nostra conoscenza è fenomeno: il mondo della conoscenza non è che una nostra rappresentazione.
Esso, più propriamente, è una serie infinita di rappresentazioni, legate tra loro dal principio di causa (l'unica legge, alla quale Schopenhauer ritiene siano riducibili tutte le forme a priori kantiane).
Fra le cose e noi si frappone un velo ingannevole - il velo di Maja, di cui parla, la sapienza indiana -, attraverso il quale noi - quasi per incantesimo - vediamo le cose come in sogno o come effetto di un'illusione ottica: apparenza vana e fuggitiva.

Ma se il mondo è rappresentazione del nostro intelletto, questo è alla sua volta, funzione del cervello (in questa affermazione Schopenhauer è sotto l'influenza della psicologia materialistica francese).
Il mondo della rappresentazione ci appare costituito così e non altrimenti, perchè il nostro organismo corporeo è conformato, nei suoi organi sensoriali, in modo da fornirsi quelle date qualità, sensibili e non altre, e, nel cervello, in modo da fornirci quei modi di connessione delle qualità stesse e non altre.
L'Essere in se non può manifestarsi come "coscienza rappresentativa", se non determinandosi in un prodotto, che, alla stessa coscienza rappresentativa, apparirà come un organismo corporeo.
In tal senso la coscienza, l'io si identifica col suo corpo (questo l'oggetto principale del primo libro del "Il mondo come volontà e rappresentazione, intitolato "Il mondo come rappresentazione").

E anzi questa identificazione dell'io - quale coscienza rappresentativa - col corpo, permette, secondo Schopenhauer di scoprire quella cosa in sè che dal velo di Maja ci è nascosta.
Se ognuno di noi non fosse che un puro soggetto sensoriale, una, coscienza rappresentativa, "una testa d'angelo alata senza corpo", noi non potremmo uscire dal mondo dei fenomeni.
Ma ognuno di noi è anche un corpo.
E la vita corporea ci si rivela direttamente come attività muscolare, come azione motrice.
Questo è ciò che distingue la, rappresentazione del nostro corpo da tutte le altre rappresentazioni, ciò per cui esso appare conte proprio di ognuno dì noi, come l'oggetto con cui l'io tende a identificarsi.
Attraverso il moto muscolare l'io ci mostra come due facce diverse, l'una esteriore - quella che appunto si offre, alla rappresentazione -, per cui esso appare corpo, l'altra interiore, per cui esso si rivela quale tendenza, sforzo, in una parola si rivela quale volontà.
Il movimento corporeo non è altro che lo sforzo volontario obiettivato, cioè divenuto oggetto di rappresentazione.
Tutto l'organismo non è che volontà oggettivata, volontà resa visibile, fenomenizzarsi della volontà.

La volontà è dunque la nostra realtà vera.

Possiamo allora estendere a tutte le altre cose della natura questa medesima spiegazione: il mondo è la "volontà universale" resa visibile.
La volontà è il nocciolo di ogni individuo e, nel tempo stesso, del mondo intero.
E' una stessa volontà, che appare in ogni forza cieca della natura come nell'operare riflesso dell'uomo: dalla gravitazione dei corpi ai processi molecolari, alla cristallizzazione, alla vegetazione, all'istinto animale, al volere cosciente dell'uomo, è una medesima essenza che differisce soltanto nel grado di apparire.
E una medesima "volontà" di vivere eterna e infinita, Volontà inconscia, senza scopo, assolutamente irrazionale, senza conoscenza, istinto cieco che non vuol altro che volere.

Il che non toglie tuttavia che nel suo modo di esplicarsi vi sia una profonda teleologia, veramente inconciliabile con la sua affermata irrazionalità e cecità..., teleologia rivelantesi appunto nella gerarchia dei gradi di manifestazioni, attraverso i quali la Volontà si obiettiva in forme che tendono alla coscienza, e culminano finalmente in essa.
E solo quando sorge la coscienza, ossia un soggetto rappresentativo, la, volontà stessa appare ad essa come un mondo di oggetti rappresentabili nella sfera dello spazio, del tempo e della causa (nel che il pensiero di Schopenhauer si mostra, assai vicino alla filosofia della natura d Shelling).

E vi ha di più: in questo processo di obiettivazione della volontà in una infinità di gradi bisogna distinguere come due stadi.
Nel primo l'essenza immutabile e eterna della Volontà sussiste intatta, pur determinandosi in tante gradazioni differenti quante silo le "specie" di cose della natura: immutabili ed eterne, anch'esse, nel mutare e succedersi degli individui, entità superindividuali non collocabili quindi nello spazio e nel tempo, corrispondenti a quelle che sono le idee platoniche.

Nel secondo stadio di oggettivazione poi si compie il passaggio dalle "idee tipiche" e universali agli individui, il rifrangersi dell'idea, unica in un numero infinito di esseri individuali.
Questo secondo stadio di obiettivazione dà, luogo al fenomenalizzarsi della cosa in sé..., la molteplicità degli individui è apparenza, dovuta alle leggi proprie della nostra coscienza.
Sono lo spazio e il tempo il "principium individuationis".

E appunto perché la Volontà universale è fuori del tempo e dello spazio e quindi indivisibile, numericamente una, essa è tutta intera così nelle singole idee come nei singoli individui di ogni idea, così nella pietra come nella querce come nell'uomo, così in una querce come in milioni di querce.
E se un essere, fosse pure il più piccolo del mondo, potesse venire interamente annientato, con esso perirebbe il mondo intero.
La volontà è indistruttibile.
Nasce e muore l'individuo, ma l'individuo è fenomeno, e il tempo è soggettivo.
Il passato come il futuro non sono che un sogno della nostra fantasia.
Nella realtà non c'è che la vita, e la vita è il presente, il presente che ci accompagna per tutta l'eternità, punto inesteso, meriggio eterno senza tramonto refrigerante.
Presente e vita stanno fermi, senza vacillare, come l'arcobaleno sulla cascata.


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martedì 22 giugno 2010

QUADRI DI ZSANETT









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LA FAMIGLIA DI MEZZETTINO (Gilles and his Family) Antoine Watteau


LA FAMIGLIA DI MEZZETTINO (1717)
Antoine Watteau (1684-1721)
Pittore francese
Wallace Collection di Londra
Olio su tela cm 26 x 20


Il mercante d'arte Sirois, amico di Watteau, è qui ritratto nelle vesti di Mezzettino, tipica maschera di servo-amatore del teatro francese del Settecento.

È noto che l'artista nel suo studio tenesse abiti e costumi del teatro francese, con particolare attenzione per quelli dei personaggi della Commedia dell'Arte.
Di questi si serviva per abbigliare i modelli (a volte si trattava di amici) da lui ritratti.

Nel corso del Settecento frequentemente gli artisti trassero spunti dal teatro, in particolar modo affascinati dalla Commedia dell'Arte, a quel tempo uno degli svaghi più popolari fra il ceto povero.

Sogni e miserie, umanità e denuncia sociale si mescolarono per dare vita alla più fedele rappresentazione della società europea.

In particolar modo in Italia e in Francia pittori famosi, fra cui ricordiamo oltre Watteau anche Chardin e Longhi, furono assidui frequentatori delle sale teatrali e fedeli cronisti di questi divertenti spettacoli.

Mezzettino, al centro della composizione, è circondato dai quattro figli maggiori abbigliati alla maniera dei commedianti italiani. Dei giovani ritratti sono state identificate solo le figlie Marie Anne Elisabeth, Anne Elisabeth e Marie Louise, avute da Sirois con la seconda moglie, morta nel 1709…, fino ad oggi è stato, invece, impossibile dare un nome al fanciullo con il capo appoggiato sul grembo della giovane donna con un cagnolino, a sinistra della composizione.

La vibrante atmosfera, resa con dense pennellate alla maniera di Rubens, suggerisce per il dipinto una cronologia abbastanza tarda: probabilmente intorno al 1717.
Tale datazione e l'identificazione del personaggio raffigurato trovano conforto dal fatto che il quadro fu fatto incidere da Sirois nel 1719.


Il quadro apparve per la prima volta a Parigi nel 1793 in una vendita all'asta; fu acquistato per sessantacinque livres da Papillon de La Ferté che lo rivendette nel 1797.
Dopo diversi passaggi di proprietà approdò nella Collezione Wallace di Londra, oggi Museo pubblico.
Della composizione esistono un'incisione di H.S. Thomassin del 1729, una mediocre versione conservata al Metropolitan Museum of Art di New York, oggi unanimemente attribuita a Watteau, e svariati disegni preparatori, uno dei quali è al British Museum di Londra.


MEZZETTINO

Il personaggio di Mezzettino apparve a Parigi alla fine del Seicento, creato dall'italiano Angelo Costantini.
La nuova maschera si affermò prima come l'intrigante rivale di Arlecchino e, successivamente, oscurò la fama di Pierrot, maschera da sempre amatissima dai Francesi.
Il suo costume è rosso e bianco, assai simile a quello di Scapin, dotato di tabarro (largo mantello) e di un grande berretto.
Il successo di questa maschera in Francia è testimoniato dal fatto che Watteau ritrasse diversi personaggi nei panni di Mezzettino.


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IL PASSO FALSO ( The Faux Pas ) - Antoine Watteau

IL GIUDIZIO DI PARIDE - Antoine Watteau

L'IMBARCO PER CITERA - Antoine Watteau

GIOVE E ANTIOPE (1715 circa) - Antoine Watteau

LA PROPOSTA IMBARAZZANTE (1716 circa) - Antoine Watteau

I PIACERI DEL BALLO (The pleasures of the dance) Jean-Antoine Watteau


giovedì 17 giugno 2010

PIERRE E JEAN - Henri-René-Albert-Guy de Maupassant

    


Pierre e Jean, romanzo pubblicato nel 1888, con una prefazione in cui Maupassant dichiara di voler con questa sua opera fare un primo "romanzo naturalista".
Fedele al suo proposito, non esitò a scegliere un argomento piuttosto scabroso, il problema della illegittimità.
Pierre e Jean sono due fratelli, ma il minore di essi, Jean, non ha avuto per padre il Signor Roland, il padre di Pierre.
Il romanzo è la storia della lenta scoperta da parte di Pierre di questa verità terribile: alla fine egli non potrà più resistere nel chiuso ambiente familiare con il suo segreto che gli preme alle labbra e soprattutto alla coscienza, e accetterà di imbarcarsi , come medico su di un vapore che parte per un gran viaggio nei mari lontani.
Le pagine del romanzo, vibrano tutte di questa contenuta e pur straziante tristezza del protagonista, che ha avuto la sua vita distrutta dalla rivelazione della colpa della madre, e che è in definitiva il solo sacrificato, pur non essendo il vero colpevole: poiché suo fratello, rimasto presso la famiglia, penserà presto a sposarsi, e la vita con la sua logica inesorabile stenderà un velo di oblio su colui che è lontano....

Nelle ultime pagine, tutta la famiglia è riunita nella piccola cabina di Pierre, a bordo della nave su cui egli ha preso imbarco, per un ultimo saluto.
L'imbarazzo sembra essere la nota dominante di questo ultimo incontro: le cose profonde non si dicono, i sentimenti veri non vengono espressi, resta solo posto per le banalità quotidiane, le frasi fatte, i sentimenti di circostanza.
E tutti, nel segreto del loro cuore, affrettano l'ora della partenza: chi parte, per poter nuovamente assaporare il proprio cupo ma virile dolore, il senso amaro ed esaltante della propria solitudine, e chi resta, per poter tornare in pace alle occupazioni di sempre, con le quali si uccide la lenta noia del vivere....


Guy di Maupassant, nato in Normandia nella Francia del Nord, sulle coste della Manica nel 1850, è uno degli esponenti della scuola letteraria nota sotto il nome di "naturalista".
I naturalisti si opposero al romanticismo, reclamando una maggiore verità nell'osservazione dei fatti, e delle opere letterarie meno ricche di poesia e più ricche di verità.
Questo loro desiderio di riprodurre la verità semplice e cruda della vita li portò spesso ad essere pessimisti; ed il pessimismo è una delle caratteristiche più evidenti che presenti l'opera di Maupassant.

Ebbe una vita scialba e senza grandi avventure fino al momento in cui divenne celebre: soldato durante la guerra franco-prussiana del 1870, venne a Parigi dopo la smobilitazione e fu per qualche anno impiegato nel Ministero della Marina e in seguito al Ministero della Pubblica Istruzione.
Cominciò ben presto a soffrire del male terribile che doveva condurlo a morte, pazzo, a soli 43 anni di età, nel 1893.

L'interesse che suscita in me l'arte di Maupassant non è solamente di ordine storico - come ho già detto, egli ha molto contribuito a introdurre nella letteratura europea una nuova formula, che rappresenta un superamento del romanticismo..., Maupassant è un grande conoscitore del cuore umano, ed i suoi romanzi e le sue novelle illuminano con un ardire ed una crudezza di toni sconosciuti prima di lui i meandri più segreti del nostro spirito.
Soffrendo egli stesso di allucinazioni, ha saputo ritrarre con una penetrazione grandissima gli stati morbosi o paranormali in cui spesso si dibattono i malati, gli ossessionati o gli stessi sani di mente...,e ci ha dato inoltre, accanto ad essi, tutta una galleria di tipi e di personaggi curiosissimi, compresi e studiati con grande acume psicologico.

Un profondo, radicale pessimismo, unifica e confonde in sé i vari aspetti della sua creazione artistica: questo suo disperare senza scampo dell'uomo e della natura umana gli veniva forse in parte dalle sue precarie condizioni di salute psichica, ma rappresenta tuttavia la sua conquista più importante, come uomo e come artista.
Poiché vi è una segreta grandezza in questo suo vivere senza sperare più, in questo suo guardare con lucidità e senza indulgenze ai moventi e ai movimenti nascosti dell'animo: in questo suo accettare che il destino umano sia il soffrire, senza più protestare contro la potenza misteriosa che così ha voluto.


mercoledì 16 giugno 2010

I MALAVOGLIA - Giovanni Verga

        


"I Malavoglia" è il capolavoro di Giovanni Verga, che costituisce, insieme all'altro romanzo dello stesso autore "Mastro Don Gesualdo", un'autentica gloria della narrativa italiana.

Traccio brevemente la trama.

La famiglia dei Malavoglia è composta da padron 'Ntoni, il nonno, dal figlio questo, Bastianazzo, e dai nipoti 'Ntoni, Luca, Mena, Alessi e Lia, nati da Bastianazzo e da Maruzza detta la Longa.
Fanno i pescatori in un paesello della Sicilia, ad Aci Trezza, presso Catania, e possiedono una barca, la Provvidenza, ed una casa, detta del Nespolo, simbolo della religione che del focolare domestico hanno i Malavoglia e tutto il popolo siciliano.
Per raccogliere un gruzzolo ed accrescere il magro reddito della pesca, padron 'Ntoni acquista a credito, per mandarla a rivendere a Riposto, una partita di lupini: Bastianazzo parte, ma una tempesta inghiotte lui ed il carico di lupini.

Morto il sostegno più valido della famiglia, sulle spalle del vecchio nonno restano la Longa e i nipoti ancora giovinetti.
Padron 'Ntoni, sempre vigoroso e tenace ed animato dal senso primitivo ed integro dell'onestà, ha ora un solo pensiero : pagare il debito dei lupini e conquistare un certo benessere per sé e per i nipoti.
Fa perciò riparare la barca, ma un altro naufragio gliela rovina una seconda volta; e così le disgrazie e le tribolazioni si abbattono sul loro capo una dopo l'altra.
Luca muore nella battaglia di Lissa (1866) e la Longa rimane come inebetita dal dolore; la vecchia sacra casa del Nespolo viene pignorata a causa del debito dei lupini e poi venduta; anche la Provvidenza viene venduta e la famiglia si disperde: la Longa muore di colera, il maggiore dei nipoti, 'Ntoni, emigra nella speranza di fare fortuna in altri luoghi.
E quando ritorna ancora povero e più esasperato, si dà a vita inerte e dissipata, finché una notte, sorpreso a scaricare con altri compagni della merce di contrabbando, ferisce il brigadiere, che è anche suo rivale in amore, e viene arrestato.
Per farlo liberare dal carcere, il nonno vende ogni cosa, ma non può evitare la condanna del nipote; Lia allora abbandona la casa e si perde.
A nulla sono approdati gli sforzi tenaci di padron 'Ntoni che ha lottato e resistito per tenere unita la famiglia: distrutto dal peso degli anni e dal dolore egli va a morire all'ospedale, lontano dalle care mura della sua vecchia casa.

Dei Malavoglia resta solo Alessi, il più giovane, che la vita non ha travolto: egli si sposa e con la stessa volontà tenace del nonno riesce a riscattare la casa del Nespolo e può così ricomporre il culto del focolare domestico.
'Ntoni, intanto, scontata la pena, esce dal carcere con l'animo rinnovato e col desiderio di rifarsi una vita onesta.
E una sera si presenta nella vecchia casa, dove hanno vissuto e sofferto i suoi cari.
Non si sente, però, degno di restarvi: egli ha violato la religione della casa e parte, solo e stanco, per le vie dolorose del mondo.
- Qui non posso restarci - egli dice ad Alessi che lo invita a fermarsi.
- Addio, perdonatemi tutti.


Questa la breve trama del romanzo, nel quale il Verga coglie la vita di tutte le classi più umili, dei derelitti, dei diseredati.
I personaggi del Verga accettano la legge di dolore che incombe sul mondo, senza ribellarsi, con quella rassegnazione dei forti cui la lunga tradizione di una miseria millenaria ha insegnato a lottare per non farsi travolgere.
Ma sopra questa realtà dura e aspra di dolore e di fatica splende un motivo che anima di luce religiosa la lotta rassegnata di queste creature umili e semplici: il culto della famiglia e del focolare domestico e la legge dell'onore che non transige.
Solo uno dei Malavoglia ha voluto ribellarvisi, 'Ntoni, ed è stato vinto ed ha pagato.
Questa la luce e la verità che si irradia da padron 'Ntoni e da tutto il popolo minuto della Sicilia.


L'addio di 'Ntoni

Stupenda nei "Malavoglia" è la figura del nonno, un uomo che assiste, in un chiuso e dignitoso dolore, alla rovina di quel poco che era riuscito a costruire in anni di fatiche, ma tra le tante pagine mirabili (per cui scegliere diventa difficile), che Verga ha profuso nella sua opera, mi hanno particolarmente colpito quelle, struggenti, dell'addio di 'Ntoni.
Il giovane, perdutosi ormai nell'inseguire un sogno di emancipazione (è diventato contrabbandiere, ha accoltellato una guardia), rifiuta di tornare alla "casa del nespolo", pur sapendo di potervi trovare pace.
E torna a dire addio a quella casa, a quel mondo che egli ha abbandonato e che non é piú il suo.
Nelle pagine che chiudono "I Malavoglia" 'Ntoni ha scontato la sua pena ed esce dal carcere purificato dal dolore e dai ricordi.
E una sera, con la sporta sotto il braccio, coperto di polvere e colla barba lunga, torna alla casa del Nespolo, che il fratello minore, Alessi, ha riscattato, per vedere i suoi cari.
Il nonno è morto, solo, in uno squallido stanzone d'ospedale..., la Lia si è perduta: l'infelice non si sente degno ormai di stare nel focolare domestico, di cui ha infranto le leggi, e riparte.
Ma prima vuole fare un giro per la casa e gli aspetti e le voci di un tempo tornano al suo cuore come beni irrimediabilmente perduti: il letto e le lacrime della mamma, le belle chiacchierate, le acciughe salate, la Nunziata che spiegava gli indovinelli e il chiacchierare del paese che si sentiva da tutte le parti.
Poi, quando fu lontano, gli rimase compagna soltanto la voce amica del mare che brontolava la solita storia lì sotto, in mezzo ai faraglioni, perché il mare non ha paese nemmeno lui, ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare, di qua e di là dove nasce e muore il sole.


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martedì 15 giugno 2010

ROSSO MALPELO - Giovanni Verga

"Rosso Malpelo" è uno dei più forti racconti del Verga e della letteratura di tutti i tempi.

"Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi..., ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riescire un fior di birbone"....

Cosicché tutti nella cava di rena rossa dove lavorava lo chiamavano Malpelo.
Ed era cattivo perché l'abbrutimento e la cattiveria degli uomini gli avevano impedito di essere buono.
Quando gli altri operai, a mezzogiorno, smettevano il lavoro per andare a mangiare, riuniti in gruppo, la loro minestra, egli andava a rosicchiare il suo poco pane grigio appartato dagli altri.
Ed era "sempre cencioso e sporco di rena rossa, ché la sua sorella s'era fatta sposa, e aveva altro pel capo che pensare a ripulirlo".
Se lo caricavano peggio di un asino egli non si lagnava..., e se nella miniera accadeva qualche disgrazia, e la colpa non era quasi mai sua, egli si pigliava le busse senza protestare, tanto era vano.
Si sfogava però con l'asino grigio della miniera, caricandolo di legnate col manico della zappa, e con Ranocchio, un altro infelice ragazzo, più debole di lui, che egli aveva preso a proteggere: strana protezione, quella dì Malpelo, fatta di busse, di magnanimità e di tenerezza.
Avrebbe certamente preferito lavorare al sole, "fra i campi, in mezzo al verde, sotto i folti carrubi, e il mare turchino là in fondo, e il canto degli uccelli sulla testa".
Ma il suo destino era lavorare nella miniera e morirvi anche lui, come vi era morto suo padre.

L'arte somma del Verga scava nell'animo di questo ragazzo e ne coglie tutti i sentimenti con un verismo che appare impersonale, ma che invece nasconde tanta pena ed ha momenti di alta e commossa poesia.
Si nota nelle righe virgolettate la soffocata aspirazione di Malpelo che avrebbe anche preferito un lavoro più umano sotto il sole "lungo le belle strade di campagna" come il carrettiere, o "cantando sui ponti, in alto, in mezzo all'azzurro del cielo" come il manovale, "o meglio ancora.... fare il contadino, che passa la vita fra i campi, in mezzo al verde, sotto i folti carrubi, e il mare turchino là in fondo, e il canto degli uccelli sulla testa".

Interessante è il brano che rappresenta Malpelo quando accarezza i pantaloni di fustagno, tolti al cadavere del padre estratto dalla rena, e contempla le scarpe che erano state del morto...

" ....Se li lisciava sulle gambe quei calzoni di fustagno quasi nuovi, gli pareva che fossero dolci e lisci come le mani del babbo che solevano accarezzargli i capelli.... E le scarpe.... la domenica se le pigliava in mano, le lustrava e se le provava..., poi le metteva per terra, l'una accanto all'altra, e stava a contemplarsele coi gomiti sui ginocchi, e il mento nelle palme per delle ore intere, rimuginando chi sa quali idee in quel cervellaccio".

VEDI LA NOVELLA COMPLETA

Giovanni Verga nacque a Catania nel 1840.
Tranne brevi soggiorni, durante la gioventù, a Firenze e a Milano, trascorse la sua vita semplice e modesta a Catania, dove morì nel 1922.
Verga è il maggior rappresentante del nostro verismo e si può considerare, accanto al Manzoni, il più grande narratore italiano.
La sua grandezza, più che nelle prime opere, legate ancora ad un romanticismo vago e sentimentale (I carbonari della montagna, Una peccatrice, Storia di una capinera, Eva, Tigre reale), si trova nelle raccolte di novelle "Vita dei campi" e "Novelle rusticane" e nei due romanzi, che sono degli autentici capolavori, "I Malavoglia" e "Mastro don Gesualdo".
In queste ultime opere il Verga ritrae il paesaggio e i personaggi nettamente, come egli stesso dice, "coi colori adatti, tale da dare la rappresentazione della realtà com'è stata".
Protagonista è il popolo minuto di Sicilia con gli stenti, i dolori, le virtù, le passioni, le tragedie che lo accompagnano; quel popolo umile ed eroico di diseredati, che nella dura lotta per l'esistenza "levano le braccia disperate e piegano il capo sotto il piede brutale dei vincitori".
Il Verga, nel rappresentare questi cuori primitivi, che lottano senza speranza e senza luce di consolazione, non introduce mai commenti o considerazioni..., ma sotto la tecnica verista, che sembra arida e cruda, c'è la sua stessa anima che vibra di commozione di fronte alla miseria di quell'umile gente che la vita di stenti logora giorno per giorno e che si trascina nel dolore senza ribellarsi..., accettando la realtà amara e desolata che non spera di mutare.


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venerdì 11 giugno 2010

ROMANZI e NOVELLE - Giovanni Verga

 

GIOVANNI VERGA nacque a Catania il 31 agosto 1840.
A ventun anni pubblicò un romanzo storico I CARBONARI DELLA MONTAGNA..., ma la sua carriera letteraria cominciò veramente con LA PECCATRICE, apparsa nel 1866, quand'egli, dalla isola nativa, era passato a Firenze, dove restò circa un decennio.
Seguirono nel 1871 la famosa STORIA DI UNA CAPINERA, nel 1873 EVA e TIGRE REALE, tutti romanzi d'amore, come più tardi, nel 1875, EROS.
Con questi suoi libri il Verga non raggiunse ancora la sua originalità di narratore, sebbene, a tratti, la facesse presentire.
Qui per molta parte i suoi personaggi si assomigliano ai tanti eroi della letteratura romanzesca e romantica di Francia.
Ma già nel 1874 il bozzetto siciliano NEDDA aveva annunziato un più originale Verga.
Ecco che lo scrittore, il quale si trova più a suo agio in temi brevi (come avvenne, del resto, anche al Mupassant) ha cominciato a scrivere novelle che attingono alla materia della nativa Sicilia.

Nel 1876 appare il volume PRIMAVERA ed altri racconti che poi nel 188o riapparirà col titolo NOVELLE.
Lo scrittore maturo ha concepito le brevi narrazioni di VITA NEI CAMPI che vedono la luce nel 188o.
Ecco "Cavalleria rusticana"..., "La Lupa"..., "Ieli il pastore"..., "Rosso Malpelo"..., ecc., i fragranti capolavori del Verga.
Son dure e cupe vicende cagionate da passioni elementari, vendette anche esse elementari contro chi violò la santità della casa e l'onore della famiglia.

E mentre continua a svolgere i suoi temi di Novelle, con un tono che ormai è sollevato ad una originalità potente, ecco che nel 1881 il Verga scrive il vasto romanzo I MALAVOGLIA, considerato da molti come la sua opera maggiore, e la cui trama può dirsi essenzialmente una serie armoniosa di novelle siciliane.

Poi IL MARITO DI ELENA che appare nel 1882, sembra riprendere per una parte i temi dei romanzi giovanili..., ma per parecchi anni il Verga sarà sempre fedele alla materia siciliana in novelle e drammi, di rapida concentrazione.

Ancora nel 1882 esce PANE NERO che poi, nell'anno seguente, sarà compreso nella raccolta delle NOVELLE RUSTICANE, ove si leggono fra le altre "La roba" e "Malaria", nuovi capolavori.
Nel 1883 appare PER LE VIE, nel 1884 CAVALLERIA RUSTICANA, scene popolari, e DRAMMI INTIMI. Poi, nel 1887 escono le novelle di VAGABONDAGGIO.
Quindi nel 1888 un nuovo e vigoroso romanzo, MASTRO DON GESUALDO, appariva nella NUOVA ANTOOLOGIA, e riapparve l'anno seguente in una riveduta redazione.

Più tardi, nel 1891, vedono la luce I RICORDI DEL CAPITANO D'ARCE..., poi nel quindi nel 1896 i drammi "La Lupa"..., "In portineria"... ecc.
Finalmente nel 1902 escono I bozzetti scenici "La caccia al lupo"..., "La caccia alla volpe"..., e nel 1905 sulla NUOVA ANTOLOGIA il romanzo DAL MIO AL TUO, che in forma di dramma era già apparso sulle scene, nel 1903, a Milano.

Giovanni Verga morì il 27 gennaio 1922.

Il tono del Verga è di un accoramento virile, di fronte alla tristezza faticosa del vivere, quale egli scorge nelle anime semplici, curve sotto un religioso senso di dovere, di onore, di lavoro.
Quando questi uomini e queste donne peccano, quando si rivoltano contro il loro destino, c'è pur sempre in essi un oscuro riconoscimento delle leggi che hanno infrante, e talora una rassegnazione come ad un castigo la cui ragione è misteriosa e fatale.
Uno sbigottimento, che solo l'abitudine ha fatto sereno, è nella sapienza dei loro proverbi, che son le verità e i comandi tramandati dai padri.
Questa gente per la quale il Verga mostra la sua maschia tenerezza (e che cosa è la loro vita se non il sentimento stesso che il Verga ha delle cose ?) quest'umile gente, in tutte le sue veementi passioni, come nelle quotidiane fatiche, ha paura di godere, o per lo meno rattiene la troppa gioia, come per un nativo pudore e per un lontano terrore.

Tale appare il Verga maggiore, quello soprattutto dei MALAVOGLIA e delle grandi novelle della maturità.
Pensate la vicenda desolata e accorata dei MALAVOGLIA: quella famiglia di pescatori segnata da un doloroso destino: paron 'Ntoni e il figlio Bastianazzo, e la nuora e i cinque nipoti: Bastianazzo travolto dal mare con la barca dei lupini che non furono pagati e che l'impegno dell'onore comanda di pagare: e l'uno dei nipoti che sarà sviato dalla città dove fece il soldato e finirà in carcere, e l'altro che cade alla battaglia di Lissa, e la giovinetta che fuggirà dalla casa e andrà a perdersi: infine il capo dì quella gente, paron 'Ntoni, che ha ceduto anche la casa "del nespolo", per assolvere il debito, e morire all'ospedale.
E' la vita corale di tutto un paese siciliano nei primi tempi dell'unità italiana..., ma è sentita nelle passioni semplici la cui vita profonda e intensa riflette ingenuamente l'universo, anzi la dolorosa fatica dell'universo nel bene e nel male.

E se in MASTRO DON GESUALDO il Verga aduna, per così dire, il mondo dei suoi primi romanzi nelle figure della moglie e della figliola del protagonista, questi che è l'uomo dei campi giunto alla ricchezza, rappresenta quella vita dell'umile gente siciliana, nel profondo di sé medesima, dominata dalle stesse leggi faticose, travagliata da un medesimo destino.

L'arte del Verga aderisce a questo mondo da lui rappresentato, con una sua serenità accorata, con una musicalità rattenuta e schiva, e appunto per questo più intima, con una forza di rilievo e di ritmo che non deforma né sforza le varie figure.

Pure avviene talora che il Verga limiti il suo vasto respiro artistico nell'orizzonte mentale delle sue umili creature, mentre tutto un più ampio cielo, in una infinità di moti e di idee, è presente al suo spirito. Allora egli costringe e raggela l'espressione in una specie di gergo popolano, in proverbi, frasi comuni, rozze immagini dialettali: come se un cittadino, giunto in campagna, pretendesse parlare come parlano i contadini senza accorgersi che fatalmente ne falsa l'accento.
Allora il Verga traduce sé stesso in una lingua dialettale: e nega così quella sua virtù lirica e musicale in cui meglio consiste la potenza del suo maschio e sobrio stile. E nasce allora la sua monotonia.

Ma nei suoi momenti più liberi, anche nei romanzi il Verga dispiega la sua incomparabile forza espressiva: quella specie di nenia malinconica e melodiosa che passa negli accenti e nelle pause della sua dimessa prosa.
Pensate il principio, quasi dicevo il preludio della novella LA ROBA...

"Il viandante che andava lungo il Biviere di Lentini, steso là come un pezzo di mare morto, e le stoppie riarse della Piana di Catania, e gli aranci sempre verdi di Francoforte, e i sugheri grigi di Resecone, e i pascoli deserti di Passaneto e di Passinatello, se domandava, per ingannare la noia della lunga strada polverosa, sotto il cielo fosco dal caldo, nell'ora in cui i campanelli della lettiga suonano tristamente nell'immensa campagna e i muli lasciano ciondolare il capo e la coda, e il lettighiere canta la. sua canzone malinconica per non lasciarsi vincere dal sonno della malaria:- Qui di chi è? -, sentiva rispondersi:- Di Mazzarò -.
E passando vicino a una fattoria grande quanto un paese, coi magazzini elle sembrano chiese, e le galline a stormi accoccolate all'ombra del pozzo, e le donne che si mettevano la mano sugli occhi per vedere chi passava:- E qui? Di Mazzarò -.
E cammina e cammina, mentre la malaria vi pesava sugli occhi, e vi scuoteva all'improvviso l'abbaiare di un cane, passando per una vigna che non finiva più, e si allargava sul colle e sul piano, immobile, come gli pesasse addosso la polvere, e il guardiano sdraiato bocconi sullo schioppo, accanto al vallone, levava il capo sonnacchioso, e apriva un occhio per vedere chi fosse:- E qui? - Di Mazzarò -.
Poi veniva un uliveto folto come un bosco, dove l'erba non spuntava mai, e la raccolta durava fino a marzo. Erano gli ulivi di Mazzarò.
E verso sera, allorché il sole tramontava rosso come il fuoco, e la campagna si velava di tristezza, si incontravano le lunghe file degli aratri di Mazzarò, che tornavano, adagio adagio, dal maggese, e i buoi che passavano il guado lentamente, col muso nell'acqua scura; e si vedevano nei pascoli lontani della Sansiria, sulla pendice brulla, le immense macchie biancastre delle mandre di Mazzarò; e si udiva il fischio del pastore echeggiare nelle gole, e il campanaccio che risuonava ora sì ed ora no, e il canto solitario perduto nella valle. - Tutta roba di Mazzarò -.
Pareva che fosse di Mazzarò perfino il sole che tramontava, e le cicale che ronzavano, e gli uccelli che andavano a rannicchiarsi col volo breve dietro le zolle, e il sibilo dell'assiolo nel bosco".

Questo è un esempio insigne degli spiriti e delle forme di Giovanni Verga.
In questo ampio ritmo si ritrova, con caratteri del tutto differenti, quella "poesia in prosa" come quella del Carducci.
Una narrazione di diritto alla storia della poesia.


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Vita e opere di GIOVANNI VERGA

ROMANZI e NOVELLE - Giovanni Verga

TIGRE REALE - Giovanni Verga

CAVALLERIA RUSTICANA - Giovanni Verga

CAVALLERIA RUSTICANA (Opera teatrale) - Giovanni Verga

ROSSO MALPELO - Giovanni Verga

I MALAVOGLIA - Giovanni Verga

MASTRO DON GESUALDO - Giovanni Verga

L'ASINO DI SAN GIUSEPPE - Giovanni Verga

JELI IL PASTORE (Vita nei campi) - Giovanni Verga

NOVELLE RUSTICANE - LIBERTA' - Giovanni Verga

LA LUPA - Film di Gabriele Lavia (Tratto dalla novella di Giovanni Verga)



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