Gianfranco del Zotto da Socchieve (1450 circa - 1510), amava firmarsi "Gian Francesco da Tolmezzo".
Gli ultimi restauri eseguiti dalla Sopraintendedenza ai Monumenti nella chiesa di Provesano (Frazione di San Giorgio della Richinvelda - Pordenone), hanno rimesso in evidenza un particolare aspetto della formazione artistica di Gianfrancesco da Tolmezzo.
Nella fascia inferiore del grande affresco, che copre con una drammatica Crocifissione tutta la parete retrostante all'altare maggiore, il pittore ha ceduto al ghiribizzo di rappresentare una serie di scene macabre, le quali, benchè oggi appaiano assai deteriorate, mostrano chiaramente singolari affinità di concezione con la pittura demoniaca tedesca e fiamminga del tempo (sec. XV e XVI).
Che si tratti di un ghiribizzo vien fatto di pensare perchè queste rappresentazioni, prive di rapporto diretto e plausibile con il tema generale del dipinto e tutta via non distinte da esso mediante alcun cenno di riquadratura o di fascia divisoria, occupano pochi decimetri d'altezza immediatamente sopra il pavimento: quello spazio, cioè, che normalmente si ricopre con un finto zoccolo decorativo, appunto perchè esposto di continuo all'urto delle scarpe, alle carezze della scopa ed alle graffiature dei ragazzini.
La stessa esecuzione sommaria delle figure, che sono piuttosto disegnate alla brava col colore, che non dipinte, che mostrano caratteri sessuali accentuati, che sono collocate davanti ad uno sfondo attualmente indefinibile ed appena accennato a grandi pennellate, suggerisce il sospetto che l'artista non abbia attribuito molta serietà a questa parte del suo lavoro.
Non è facile dire che cosa Gianfrancesco abbia voluto esattamente rappresentare. A sinistra si vede uno scheletro umano con l'arco ancora teso in mano, che ha già abbattuto un giovane cavaliere..., poi c'è una turba di neri diavoli dal corpo semigigantesco, ma smilzo, senza ali, con teste orribili di lupo o di mostro bifronte, con corna caprine, con gambe d'uccello, con lunghe code serpentine, i quali trasportano o spingono e straziano turbe di figure nude e piangenti.
Ce n'è uno che, afferrato un dannato per la vita, lo pone sopra le spalle di un altro diavolo..., un terzo che, cavalcando una donna, reca a sua volta a cavalluccio sul collo una figura nuda con chierica, da frate..., altri ancora portano arrovesciate sul dorso scarne figure maschili o femminili, reggendole per le gambe.
Ci sono folle di dannati che piangono o attendono esterrefatti il loro turno, dietro una siepe di corna, di orecchie aguzze o di grinfie..., oppure, spinti avanti alla rinfusa, si stringono fra loro nella comune disperazione.
Non sono le consuete fantasie della tradizione italiana, che attinge al Tartaro dantesco o alla "Babilonia Infernale" di Giacomino da Verona e non è nemmeno ancora il surrealismo sfrenato di Hieronymus Bosch, di Pieter Brügel il Vecchio, di Mandyn, di Huis, di Grünewald.
Tuttavia siamo sensibilmente vicini a costoro: più vicini ancora al demonismo di un Stephan Lochner (1453) o di un Dierich Bouts (1420-1475), di poco anteriori a Gianfrancesco.
Ci sono invero negli affollati "Giudizi Universali" del Lochner e del Bouts alcune scene che presentano analogie - di contenuto, non di forma - così palesi con queste del Tolmezzino, da non potersi facilmente considerare fortuite.
Insomma, nelle rappresentazioni diaboliche di Provesano c'è il fantastico non ancora contaminato col comico, c'è il senso del deforme che nasce dalla commistione eterogenea di forme, c'è la suggestione dell'eccessivo.
Il demonio è la tentazione incarnata, il simbolo del peccato..., ed il peccato, nell'ambito dei sensi, è un illecito estendersi del sensibile, una 'inardinatio', cioè una sproporzione e quindi una deformazione.
Nella mente dei pittori teologi nordici, il bello si identifica col buono e col vero: perciò la tentazione non si presenta mai - come spesso nell'arte italiana - sotto aspetti seducenti..., ma aggredisce e tenta di abbattere con il misterioso fascino dell'orribile, che trae fuori dalla mente, che paralizza l'attività razionale, che disarma lo spirito scindendone l'unità con le sue apparenze pluriformi, con i suoi smembramenti del reale.
Tentazioni di Sant'Antonio
Miniatura del Codice Antonita
Biblioteca Laurenziana di Firenze
(scuola fiamminga - 1435 circa)
Sarebbe difficile dire che Gianfrancesco da Tolmezzo abbia potuto conoscere di persona qualcuno dei pittori mistici tedeschi, svizzeri o fiamminghi suoi contemporanei (Bosch, Wellens, Fries, Grünewald, Met de Bles, Fatinir, ecc.) o vedere i lavori di quelli della generazione precedente (Schóngauer, Bouts, van der Broeck, van der Goets, ecc.).
Nè questo suo unico saggio di pittura demoniaca basta per rivelare s'egli avesse inteso l'intimo spirito delle loro rappresentazioni o conosciute le loro fonti remote, che vanno ricercate negli scritti mistici di Ruysbroeck, di Scuse, di Tauler, di Gerlac Petersz, ecc.
Ma non è difficile credere che egli abbia attinto ad una tradizione di concetti e di modi già largamente diffusa oltremonti.
Thomas von Villach, i cui rapporti con Gianfrancesco meriterebbero uno studio attento (che potrebbe modificare sostanzialmente le conclusioni raggiunte circa la dipendenza del Tolmezzino dal Bellunello) mostra, anche negli affreschi di Thörl, evidenti legami con le correnti mistiche svizzere e tedesche in ciò che riguarda la raffigurazione del demoniaco.
Forse ciò potrebbe giovare a chiarire il problema più largo dell'evidente germanismo nella pittura di Gianfrancesco.
Gli ultimi restauri eseguiti dalla Sopraintendedenza ai Monumenti nella chiesa di Provesano (Frazione di San Giorgio della Richinvelda - Pordenone), hanno rimesso in evidenza un particolare aspetto della formazione artistica di Gianfrancesco da Tolmezzo.
Nella fascia inferiore del grande affresco, che copre con una drammatica Crocifissione tutta la parete retrostante all'altare maggiore, il pittore ha ceduto al ghiribizzo di rappresentare una serie di scene macabre, le quali, benchè oggi appaiano assai deteriorate, mostrano chiaramente singolari affinità di concezione con la pittura demoniaca tedesca e fiamminga del tempo (sec. XV e XVI).
Che si tratti di un ghiribizzo vien fatto di pensare perchè queste rappresentazioni, prive di rapporto diretto e plausibile con il tema generale del dipinto e tutta via non distinte da esso mediante alcun cenno di riquadratura o di fascia divisoria, occupano pochi decimetri d'altezza immediatamente sopra il pavimento: quello spazio, cioè, che normalmente si ricopre con un finto zoccolo decorativo, appunto perchè esposto di continuo all'urto delle scarpe, alle carezze della scopa ed alle graffiature dei ragazzini.
La stessa esecuzione sommaria delle figure, che sono piuttosto disegnate alla brava col colore, che non dipinte, che mostrano caratteri sessuali accentuati, che sono collocate davanti ad uno sfondo attualmente indefinibile ed appena accennato a grandi pennellate, suggerisce il sospetto che l'artista non abbia attribuito molta serietà a questa parte del suo lavoro.
Non è facile dire che cosa Gianfrancesco abbia voluto esattamente rappresentare. A sinistra si vede uno scheletro umano con l'arco ancora teso in mano, che ha già abbattuto un giovane cavaliere..., poi c'è una turba di neri diavoli dal corpo semigigantesco, ma smilzo, senza ali, con teste orribili di lupo o di mostro bifronte, con corna caprine, con gambe d'uccello, con lunghe code serpentine, i quali trasportano o spingono e straziano turbe di figure nude e piangenti.
Ce n'è uno che, afferrato un dannato per la vita, lo pone sopra le spalle di un altro diavolo..., un terzo che, cavalcando una donna, reca a sua volta a cavalluccio sul collo una figura nuda con chierica, da frate..., altri ancora portano arrovesciate sul dorso scarne figure maschili o femminili, reggendole per le gambe.
Ci sono folle di dannati che piangono o attendono esterrefatti il loro turno, dietro una siepe di corna, di orecchie aguzze o di grinfie..., oppure, spinti avanti alla rinfusa, si stringono fra loro nella comune disperazione.
Non sono le consuete fantasie della tradizione italiana, che attinge al Tartaro dantesco o alla "Babilonia Infernale" di Giacomino da Verona e non è nemmeno ancora il surrealismo sfrenato di Hieronymus Bosch, di Pieter Brügel il Vecchio, di Mandyn, di Huis, di Grünewald.
Tuttavia siamo sensibilmente vicini a costoro: più vicini ancora al demonismo di un Stephan Lochner (1453) o di un Dierich Bouts (1420-1475), di poco anteriori a Gianfrancesco.
Ci sono invero negli affollati "Giudizi Universali" del Lochner e del Bouts alcune scene che presentano analogie - di contenuto, non di forma - così palesi con queste del Tolmezzino, da non potersi facilmente considerare fortuite.
Insomma, nelle rappresentazioni diaboliche di Provesano c'è il fantastico non ancora contaminato col comico, c'è il senso del deforme che nasce dalla commistione eterogenea di forme, c'è la suggestione dell'eccessivo.
Il demonio è la tentazione incarnata, il simbolo del peccato..., ed il peccato, nell'ambito dei sensi, è un illecito estendersi del sensibile, una 'inardinatio', cioè una sproporzione e quindi una deformazione.
Nella mente dei pittori teologi nordici, il bello si identifica col buono e col vero: perciò la tentazione non si presenta mai - come spesso nell'arte italiana - sotto aspetti seducenti..., ma aggredisce e tenta di abbattere con il misterioso fascino dell'orribile, che trae fuori dalla mente, che paralizza l'attività razionale, che disarma lo spirito scindendone l'unità con le sue apparenze pluriformi, con i suoi smembramenti del reale.
Tentazioni di Sant'AntonioMiniatura del Codice Antonita
Biblioteca Laurenziana di Firenze
(scuola fiamminga - 1435 circa)
Sarebbe difficile dire che Gianfrancesco da Tolmezzo abbia potuto conoscere di persona qualcuno dei pittori mistici tedeschi, svizzeri o fiamminghi suoi contemporanei (Bosch, Wellens, Fries, Grünewald, Met de Bles, Fatinir, ecc.) o vedere i lavori di quelli della generazione precedente (Schóngauer, Bouts, van der Broeck, van der Goets, ecc.).
Nè questo suo unico saggio di pittura demoniaca basta per rivelare s'egli avesse inteso l'intimo spirito delle loro rappresentazioni o conosciute le loro fonti remote, che vanno ricercate negli scritti mistici di Ruysbroeck, di Scuse, di Tauler, di Gerlac Petersz, ecc.
Ma non è difficile credere che egli abbia attinto ad una tradizione di concetti e di modi già largamente diffusa oltremonti.
Thomas von Villach, i cui rapporti con Gianfrancesco meriterebbero uno studio attento (che potrebbe modificare sostanzialmente le conclusioni raggiunte circa la dipendenza del Tolmezzino dal Bellunello) mostra, anche negli affreschi di Thörl, evidenti legami con le correnti mistiche svizzere e tedesche in ciò che riguarda la raffigurazione del demoniaco.
Forse ciò potrebbe giovare a chiarire il problema più largo dell'evidente germanismo nella pittura di Gianfrancesco.


