sabato 15 maggio 2010

* LA COLAZIONE (The Breakfast) - François Boucher


* LA SIGNORA BOUCHER SULLA CHAISE LONGUE (1743) - François Boucher

* I GIORNI DELLA NOSTRA VITA - Marina Sereni








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VERROCCHIO (Michele di Francesco di Cione) (Vita e opere - Life and Work)

Monumento di Bartolomeo Colleoni a Venezia


Andrea di Michele di Francesco di Cione, detto il Verrocchio (1435-1491) da giovinetto fa l'orefice nella bottega di Giuliano Verrocchio, e poi diviene scolaro di Donatello, del quale termina il lavabo nella sagrestia di San Lorenzo.

Alla morte del maestro, viene in favore dei Medici e comincia il gruppo di Cristo e San Tommaso (Firenze, Orsanmichele), compiuto tardi, nel 1433.

I due personaggi, vivamente uniti nell'azione, sono disposti su piani diversi..., l'apostolo incredulo, che gira il bel capo giovanile in direzione opposta alla gamba destra, il cui piede sfiora il gradino del tabernacolo, guarda commosso la piaga sul costato di Gesù, il quale lo esorta con la mano e con sospirosa malinconia preleornardesca.

I panni manosi si affaldano con complicata ampiezza, e le mani tese commentano nervosamente le parole.

Dopo aver costruita la tomba di Cosimo... "una cassa di porfido, retta da quattro cantonate di bronzo, con girali di foglie molto ben lavorate e finite con diligenza grandissima" e posta nell'apertura d'una finestra (sotterranei di S. Lorenzo), Andrea modella e fonde in bronzo il David (Firenze, Museo Nazionale).

Il profilo tagliente del giovane dalla folta capigliatura ricciuta si accorda con la nervosa magrezza del nudo..., la mano destra impugna la spada ritirandola obliqua, e la sinistra si appoggia al fianco.


Poco prima del 1470, fu modellato il fatticcio e vivace "Genietto con il delfino" (Firenze, Palazzo Vecchio), destinato ad una fontana della villa di Careggi..., ad esso seguirono gli espressivi bassorilievi del sepolcro di Francesca Tornabuoni (Firenze, Museo Nazionale), le due Madonne - l'una di terracotta e l'altra di marmo -, diverse di fattura e di ispirazione, della medesima collezione, che possiede anche il "Busto di gentildonna", raccolto ne' tratti e nel pensiero.


Nel 1479, Venezia commise al Verrocchio il "Monumento di Bartolomeo Colleoni", il capolavoro gettato da Alessandro Leopardi, che poteva contrastare il primato a Donatello.

Il condottiero, dai lineamenti irregolari, dallo sguardo grifagno, si pianta rigido sulle staffe, mentre il cavallo procede, e dà l'impressione di trainare un peso.

Tutto vibra, si tende nello sforzo, ma le bardature di parata non corrispondono all'attitudine aggressiva del cavaliere che vuol rendere vana un'insidia.


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BATTESIMO DI CRISTO - Verrocchio e Leonardo



IL MOLO CON IL PALAZZO DUCALE (Opera non datata) Luca Carlevarijs

IL MOLO CON IL PALAZZO DUCALE (Opera non datata)
Luca Carlevarijs (1663-1730
Pittore friulano
Galleria d'Arte Antica a Roma
Olio su tela cm 70 x 118
CLICCA IMMAGINE per un'alta risoluzione
Pixel 174 x 2500 - Mb 1,27



Finalmente parlo di un pittore della mia terra friulana.. Luca Carlevarijs di Udine.

Presento un suo dipinto eseguito ai primi del Settecento, ma non è certa la sua datazione.

La veduta offre un suggestivo scorcio del molo di Piazza San Marco, tagliato dalle due colonne e delimitato dalla parte terminale di Palazzo Ducale.

Sul molo si svolge una febbrile attività commerciale, colta nel suo maggior momento di frenesia: tutti sono intenti a discutere e a lavorare.

Come un'istantanea fotografica ogni particolare è reso tenendo conto della realtà oggettiva.

A dispetto di altre vedute dello stesso periodo, la figura è delineata con precisione, offrendo un vasto repertorio di pose e costumi.

La veduta, difficilmente databile, è uno dei capolavori di Carlevarijs, replicata in una versione oggi al Museo dell'Ermitage di San Pietroburgo, che differisce dall'originale per la più delicata cromia e una più esigua presenza di figure sul molo.

La veduta dipende dagli esempi dell'olandese Gaspar Van Wittel (italianizzato in Vanvitelli), primo artista a ritrarre dal vero gli angoli più suggestivi della città.

Carlevarijs fu il suo più diretto seguace e, fedele all'interesse per la pura realtà che si faceva largo nel pensiero illuminista, dedicò tutta la sua attività a questo genere pittorico.


Il dipinto è conservato presso la Galleria Nazionale d'Arte Antica di Palazzo Corsini a Roma, e arricchisce la cospicua raccolta di vedute settecentesche pervenute al Museo grazie alla collezione del cardinale Neri Corsini, nipote di Clemente XII.

Il prelato aveva una particolare predilezione per questo tema e incoraggiò i molti paesaggisti attivi a Roma.


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LUCA CARLEVARIJS (1663-1730) - Pittore friulano

LUCA CARLEVARIJS (1663-1730 - Pittore friulano


Luca CARLEVARIJS (1663-1730


Oggi, domenica, 21 marzo, primo giorno di primavera, solo alcune parole per l'artista friulano che anticipò la pittura dei vedutisti veneti del Settecento e soprattutto quella del Canaletto.....


Luca Carlevarijs nacque il 20 gennaio 1663 ad Udine da Leonardo Carlevaris, famoso pittore locale, ma attivo particolarmente a Venezia, fu maestro del più famoso Canaletto.

Dopo la morte del padre il giovane, insieme alla sorella Cassandra, si trasferì a Venezia.

È possibile che intorno al 1685-1690 per motivi di studio si recasse a Roma (viaggio non documentato).

Nel 1669 sposò Giovanna Succhietti, figlia di un orefice, dalla quale ebbe quattro figli.

L'inizio della sua attività pittorica risale al 1709, quando è documentato per la prima volta iscritto nella Fraglia dei pittori veneziani.

Il Carlevarijs fu uno dei più interessanti vedutisti del primo Settecento veneziano.

La sua formazione fu segnata dal soggiorno a Roma a contatto con le suggestive rovine del passato, l'incontro con la lucida realtà pittorica dei vedutisti olandesi, in particolar modo di Van Wittel (italianizzato in Vancvitelli), e la conoscenza dei paesaggi di Van Bloemen.

Nel 1703 Carlevaris pubblicò "Le fabbriche e vedute di Venezia, disegnate, poste in prospettiva ed intagliate", centoquattro acqueforti su cui si esercitarono gli artisti della generazione successiva, e in particolar modo Canaletto, che fu il suo miglior allievo.

Proprio il grande successo ottenuto da quest'ultimo decretò il tramonto della popolarità del Carlevarijs, che si spense a Venezia il 12 febbraio 1730 per un attacco apoplettico.


Di questo artista friulano ho da poco postato una opinione su un suo dipinto, un olio su tela... IL MOLO CON IL PALAZZO DUCALE, che è un'opera non datata e si trova nella Galleria d'Arte Antica a Roma.


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IL MOLO CON IL PALAZZO DUCALE (Opera non datata) - Luca Carlevarijs


* CRISTO PORTACROCE (Christ Carrying the Cross) - Giorgione

* RITRATTO DI MADAME TRUDAINE (1792) - Jacques Louis David


* RITRATTO DI PIO VII (1805) - Jacques-Louis David

  

LORENZO VIANI - Pittore e scrittore

LORENZO VIANI

Pittore e scrittore

Viareggio 1882

Lido di Ostia, Roma 1936














Lorenzo Viani si staccò dai macchiaioli per passare ad una pittura meno accademica e più consona ai modi espressivi di Goya e di Daumier e all'espressionismo tedesco, per quel senso tragico e disperato che permeò tutta la sua produzione, dalla gamma cromatica dei bruni delineati da espressive linee strutturali nere.
Esordì nell'ambito del realismo sociale, approdando a modi espressionisti che risentivano dei "fauves" e dei "nabis".
Sviluppò con linguaggio graffiante i temi delle marine, dei lavoratori versiliesi e dei paesaggi apuani, affiancando ala produzione pittorica quella letteraria, anche essa contrassegnata dal gusto bozzettistica versiliese.
Dal temperamento anarcoide, fu attratto dalla politica e si formo una singolare cultura, che si riflette in alcune sue opere di carattere narrativo e autobiografico, dove è illustrata tutta un'epopea popolaresca della Versilia.


LA CRISI DELLA SOCIETÀ ITALIANA NELLA PITTURA DI VIANI

La costa livornese, dopo Fattori, ha dato i natali a due altri grandi artisti: Modigliani e Lorenzo Viani.
Modigliani però fu completamente assorbito da Parigi, su Viani invece la capitale di Francia ebbe ben poca presa, benchè vi giungesse presso a poco alla stessa epoca dì Modigliani.
Anche egli come Amedeo Modigliani, come Chaïm Soutine e Marc Chagall, abitò alla Ruche, un edificio del quartiere di Vaugirard riservato agli ateliers dei pittori, ma in nessun modo gli riuscì di prendere un tono parigino.
A differenza di Modigliani, Viani aveva un'autentica radice plebea.

I testi di Bakunin e di Marx, insieme con i versi anarchici di Gori, esaltavano in lui risentimenti e passioni radicali.
L'amarezza per il tradimento degli ideali risorgimentali, che aveva invelenito gli ultimi anni dei vecchi macchiaioli e di Fattori in particolare, il loro anticlericalismo, insieme con l'infiammata predicazione del primo socialismo libertario, che portava un soffio di redenzione sociale tra le genti più misere, conquistarono Viani tutt'intero.
Da Savona a Livorno, allora, il litorale ligure-toscano brulicava di anarchici: erano l'espressione più immediata e primitiva della rivolta contro l'ingiustizia.
Viani, prima di iscriversi, nel 1900, all'Istituto di Belle Arti di Lucra, diventò capo del gruppo anarchico viareggino "De lenda Chartago".
Anarchici furono anche Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, Enrico Pea, Giuseppe Ungaretti, tutti legati, insieme con Viani, in un gruppo denominato "Manipolo dell'Apua".
Negli stanzoni della Camera del Lavoro inarco-sindacalista di Viareggio, Viani ebbe il suo prima studio.

Questi fatti non sarebbero importanti se non facessero corpo con l'arte di Viani.
Il suo spirito di refrattario, il ribellismo, il suo furioso amore per i diseredati, i poveri diavoli, la gente di mare, i vagabondi, lo portavano ad aderire anche ai loro umori, ai loro gusti, ai loro modi.
Egli non solo ne aveva sposato la causa, ma anche la maniera di pensare e di parlare, il dialetto, il gergo.
E' questa gente che egli dipinge.
Ma come fare a dipingere questi personaggi coi modi compiti, accademici che ormai stavano avendo, come la pittura di Sartorio, il consenso della cultura ufficiale?

Viani aveva ripugnanza di questa arte celebrativa, come, del resto, non capiva la tendenza figurativa di ispirazione socialista deamicisiana.
Egli sentiva il bisogno di un linguaggio rotto, rozzo, truculento, sgrammaticato, sgorbiato via con la stessa violenza e brutalità con cui la vita aveva deformato e vilipeso i suoi personaggi, i suoi amici di dolore quotidiano.
Quindi è qui che Viani s'impunta, testardo, torvo, rancoroso.
Egli conosce Daumier, Toulouse-Lautrec, Steinlen, Forain, ha sotto gli occhi i disegni satirici, polemici e politici del Galantara, del "Simplicissimus": e su queste tracce tenta la sua strada, a strappi, a impennate, in disordine, ma sempre fisso allo scopo: esprimere un mondo di sofferenza e di ribellione.
Di fronte ai temi che egli vuole rappresentare non tergiversa, va sempre dritto dall'emozione all'espressione; scorciando sino al minimo la distanza tra i due momenti.
Per questo Viani, alla fine, si è fatto un linguaggio che ha più del dialetto che della lingua.
Non ha certo la coerenza formale degli esempi francesi che egli amava.
E' un linguaggio che spesso esce dai gangheri, che procede per energici anacoluti, per contrazioni e improperi.
Spesso infatti Viani non ha misura, si lascia andare, esagera..., ma anche in questo conserva, quasi sempre, l'autenticità della sbracatura popolaresca, forte e diretta.
Il fatto è che egli non aveva per gli uomini che disegnava e dipingeva un amore letterario, ma l'amore del compagno di sventura, del fratello legato alla medesima sorte.

"Io disegnavo - egli ha confessato - quelle scabre ed estreme figure di lavoratori e di plebe da cui trassi origine e che amai e che amo con devozione di figlio... mani anchilosate, piedi suppliziati, teste inebetite, uomini veduti con occhi fisici ma attraverso un amore spirituale e una ferma fede di concetti ".

Dal 1908 al 1915 egli dipinge alcune delle sue opere giù inquietanti: "I derelitti"..., "Il nano Andrea"..., "Il filosofo"..., "Il venditore di pane"..., "Il clinico"..., "La Carnera del Lavoro"..., "Il chierico"..., la serie dei "Peritucco"..., "Lo spiritato"..., il "Comizio anarchico".
Sono immagini di collera, di tragedia, di minaccia, immagini ben diverse da quelle di Munch: là emerge un'angosciata libidine, un livido terrore di spettri, qui una pietà rabbiosa, un rancore motivato.
In Viani non ci sono scompensi psicologici, c'è solo una furia sommaria contro i nemici dei poveri è un amore spinoso e scontento per essi.

E' già stata notata l'esistenza di uno stretto nesso tra le numerose pagine letterarie di Viani e la sua opera figurativa: la stessa drastica maniera di sbozzare le figure, lo stesso dialettismo e lo stesso gusto di trovare il modo "impressionante".
Insomma, non c'è quasi divario fra Viani pittore e Viani scrittore..., anche i temi sono gli stessi: ciò che Viani ha descritto con la penna, Viani ha dipinto.
Si veda questo ritratto di Tatorino, preso dal suo primo libro, che reca il titolo "Gli ubriachi" ed è del 1923...

"Un grande berretto basco infradiciato gli copriva la testa grossa e massiccia come quella di un cignalotto..., il viso butterato dal vaiolo pareva impallinato di fresco.
Era mostruoso.
Il petto largo e peloso era avvolto in una camicia marsigliese, bleu e nera, congegnata con un muscello incatramato..., alle spalle tarchiate l'attorcigliatura delle ascelle era così stretta che il vagabondo camminava a braccia slargate.
Con un manone, che impolpato d'acqua gli si era gonfiato come un boddone, teneva ben stretto un pezzo di ramo di salcio, che aveva ancora dei piccoli rami con delle fogliette.
L'uomo, tozzo e possente, che ansimava come una bestia sotto un carico troppo peso, veniva certo da molto lontano.
Si fermò davanti al casotto della guardia: dalle narici dilatate gli usciva un fumo biancastro come quello di un bove..., un occhio era crivellato dai chicchi di vaiolo e l'altro, dilatato, era iniettato di sangue".

Forse non è inutile sottolineare un fatto, e cioè che questo gruppo di intellettuali anarchici della costa livornese costituì in pieno clima dannunziano un'isola di cultura estremamente viva. La loro adesione alla plebe, al popolo, permise loro di trovare un linguaggio non aulico, non ufficiale, per esprimere verità e sentimenti più concreti e reali.
Da questo gruppo uscirono talune poesie di Roccatagliata Ceccardi forse non inutili a Montale, il "Moscardino" di Pea, il primo Ungaretti, anche se nella sua formazione ulteriore fu decisivo il contatto francese.
Ma certo, Viani, di tutti, fu quello che tale esperienza portò più a fondo.
Per più di un aspetto egli riesce anche a rompere i limiti dell'anarchismo post-risorgimentale di provincia e ad avvertire la crisi che ha investito la Europa.
La protesta che dalle sue tele si diffonde sorge quindi da una coscienza sia pure confusa dello svolgimento storico.
I suoi personaggi, in particolare sino al 1925, sono così segnacoli viventi della crisi in atto nella società italiana ed europea.

Viani, negli ultimi anni della sua vita, assunse atteggiamenti contradditori e di compromesso, anche nei confronti del fascismo, atteggiamenti che erano il frutto di confusione ideologica e di assenza di principi.
Ciò non toglie che la sua opera abbia il valore e il significato che ho cercato di spiegare.


ALTRE OPERE DI VIANI

Verso il paese lontano (1912)
Carcerati (1927)
I vagèri (1926)
Angiò, uomo d'acqua (1928)
Il Bava (1932)
Le chiavi del pozzo (1935)
Barba e capelli (1939)

Autore del saggio "Roccatagliata" (1928), scrisse anche poesie (La palla nel pantano - 1935)


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