venerdì 28 dicembre 2012

IL MULINO SULLA FLOSS (The mill on the Floss) - George Eliot



IL MULINO SULLA FLOSS 

George Eliot 





TRAMA 




Il mulino di Dorlcote sorgeva sulle rive della Floss, presso la cittadina di St. Ogg's. 

Oltre cento anni fa, al tempo di questa storia, esso apparteneva ai Tulliver già da quattro generazioni. In quella vecchia casa era nato Tom e, tre anni dopo, Maggie; per quei campi e su quelle rive tanti piccoli Tulliver avevano scorazzato per anni e anni, di generazione in generazione: Tom e Maggie ne ripetevano le gesta. 

A Maggie, per essere felice, bastava che Tom fosse contento di lei e le permettesse di partecipare a tutti i suoi giochi, di correre con lui sulle verdi rive del fiume. Era convinta che quella vita beata non potesse mutare mai. Solo sarebbero diventati grandi e non sarebbero più andati a scuola: proprio come nelle vacanze. 




Quando Tom compì tredici anni, fu mandato a studiare lontano da St. Ogg's, in casa del reverendo Stelling. Aveva un solo compagno di studi: Philip Wakem, uno dei più eminenti cittadini di St. Ogg's. 

Costui era l'avvocato del fattore Pivart, con il quale Tulliver era in lite per questioni "di acque" riguardanti il mulino. Se quel Pivart avesse vinto la causa, sarebbero stati guai seri per i Tulliver. 

Tom non riusciva a liberarsi dell'idea che si dovesse diffidare di Philip, figlio di "quel filibustiere"; anche l'aspetto fisico di Philip Wakem metteva Tom a disagio: Philip infatti era gobbo. 

Un giorno Maggie si recò a visitare Tom e in quella occasione conobbe Philip, il figlio di "quel perfido avvocato Wakem che faceva tanto arrabbiare papà". 

Il cuore di Maggie era colmo di tenerezza, che si riversava di solito sugli esseri più disgraziati e infelici. Quando Philip incontrò gli occhi di lei, vi lesse tutto lo slancio affettuoso che la fanciulla non sapeva esprimergli a parole. 

Divennero amici. La loro confidenza reciproca fu una cosa improvvisa e meravigliosa. In quei pochi giorni della permanenza di Maggie, Philip si sentì felice, forse per la prima volta in vita sua. 
Al momento di partire Maggie gli buttò le braccia al collo, con uno di quei suoi slanci affettuosi che la rendevano così cara. 
"Mi ricorderò sempre di voi, Philip - gli disse - e vi bacerò quando ci rivedremo, anche se sarà passato tanto tempo". 


Passò davvero tanto tempo e molte cose tristi accaddero al mulino di Dorlcote. Papà Tulliver, perduta la sua causa contro Pivart, si trovò carico di debiti e di ipoteche e non poté impedire che il mulino, la casa, la terra e perfino i mobili fossero venduti all'asta. L'avvocato Wakem diventò il padrone di Dorlcote: nella vendita all'incanto aveva offerto la somma più alta. Accettò che Tulliver rimanesse al mulino come suo gerente: lo sapeva onesto e si fidava.

Tulliver si ammalò dal dispiacere. 

Quando fu in grado di comprendere l'entità della sua rovina, si sentì uno straccio d'uomo. Rimaneva in lui un'unica scintilla vitale: il suo odio profondo e violento contro Wakem, che riteneva la causa prima delle sue disgrazie. Pure, si adattò a fargli da gerente, perché l'amore per la vecchia casa fu più forte della ribellione alla sua nuova condizione di "servo". 

Non poteva reggere al pensiero di lasciare il mulino, la terra, tutto ciò che per più di un secolo era appartenuto alla sua famiglia. 

Spinto dal suo odio per Wakem, fece scrivere a Tom queste terribili parole sulla Bibbia di casa... 


"Io, Thomas Tulliver, non dimenticherò mai quello che Wakem ha fatto a mio padre e glielo farò scontare, a lui e ai suoi". 

"Oh no, babbo, no! - gridò Maggie - Non devi far scrivere questo da Tom! Ti prego!" 

"Stà buona, Maggie" - disse Tom duramente - Io lo scriverò!" 


Da quel giorno in Tom si destò un'ambiziosa resistenza ai rovesci della sfortuna. Trovò un impiego e si mise a lavorare con accanimento, risparmiando su tutto: voleva aiutare suo padre a pagare i debiti, perché potesse ancora passare a testa alta per le strade di St. Ogg's. 


A vent'anni Tom sembrava già un uomo maturo, guardava alla vita con occhi che non si lasciavano annebbiare dal sentimento. 

Quando scoprì che Maggie aveva osato incontrarsi di nascosto con Philip Wakem, figlio del peggior nemico dei Tulliver, l'ira di Tom si scatenò e non risparmiò alla povera Maggie parole durissime, colme di rancore e di minaccia. 

L'amicizia di Philip era stata per Maggie un gran conforto durante quei lunghissimi mesi tetri, tutti uguali, senza un barlume di gioia né di serenità. A Philip lei poteva confidare tutti i suoi pensieri, poteva parlare delle sue lettere, poteva rivolgere mille domande, sicura di essere compresa al volo; come al tempo lontano del loro primo incontro, quando gli occhi di Philip, così ansiosi e belli nella loro richiesta di affetto, le aveva toccato il cuore. 

Maggie era diventata una splendida ragazza: tutto in lei era armonioso e nello stesso tempo fuor del comune. Sembrava un'esotica principessa, con quei suoi occhi neri, la pelle ambrata e le trecce folte e lucenti come l'ebano. Ignara della propria bellezza, si comportava con la semplicità di una bambina e ciò aumentava il suo fascino. 

Maggie non riusciva a condividere l'odio dei suoi verso l'avvocato Wakem; non capiva come si potesse nutrire un rancore così violento. Amava suo padre e Tom, soffriva per le condizioni della famiglia, ma non si sentiva di rinunciare al suo affetto per Philip: nel cuore di Maggie non c'era davvero posto per l'odio. 

Tuttavia Tom la costrinse a promettergli di non rivedere più Philip e la minacciò di rivelare tutto al padre se avesse osato mancare alla promessa. Fu una scena dolorosa e crudele: Maggie non avrebbe mai potuto dimenticarla. Come sembrava lontana la loro infanzia felice! 
Eppure loro erano gli stessi: lo steso Tom e la stessa Maggie che tanti anni prima, tenendosi per mano, correvano spensierati sulle rive della Floss. 


Grazie ai guadagni di Tom, arrivò il giorno in cui papà Tulliver poté passare a testa alta per le vie di St. Ogg's, tenendosi ben ritto sul suo cavallo. Sul volto si leggeva una gioia trionfale: nessuno poteva più dirsi creditore dei Tulliver! 

In quello stato di esaltazione incontrò Wakem. E la gioia si mutò a un tratto in violento desiderio di rivalsa: Tulliver si precipitò sul suo nemico e lo picchiò col frustino, in una vera frenesia di vendetta. 

Richiamata dal rumore della rissa, Maggie accorse in tempo per trattenere dal peggio il padre impazzito. Tulliver non sopravvisse che poche ore alla violenza di tante emozioni. 

Poco prima di spirare riprese conoscenza e pronunciò ancora parole di odio... 

"Non gli perdono, no" Non posso amare un farabutto...". 

La vedova e gli orfani dovettero abbandonare la casa del mulino. 
La signora Tulliver si trasferì da sua nipote Lucy, rimasta orfana da poco: l'avrebbe aiutata nel governo della casa. 
Tom, legato al suo impiego, rimase a St. Ogg's e prese una camera in affitto. 
Maggie rifiutò l'ospitalità offertale dalle zie e accettò un posto di assistente in un collegio: voleva guadagnarsi da vivere e non essere di peso a nessuno. Incominciò una vita da reclusa, lontana dai suoi. Ritornò a St. Ogg's dopo due anni, per trascorrere un mese di vacanza in casa di Lucy, la cugina prediletta. 
Lucy Deane era una bella e dolce creatura, una incantevole damina dai tratti delicati e minuti, quasi ancora infantili. Proprio il tipo di deliziosa mogliettina che i giovanotti dabbene di St. Ogg's potevano desiderare. Nessuno quindi si stupì quando Stephen Guest, il partito più brillante della città, incominciò a corteggiarla assiduamente. Anche le ragazze più invidiose erano costrette a riconoscere che il ricco, bello e colto Stephen non avrebbe potuto fare una scelta migliore: la signorina Lucy non era criticabile, ahimé, da nessun punto di vista. 
Lucy era ansiosa di presentare Stephen, il suo quasi fidanzato, all'adorata cugina Maggie. Sperava con tutto il cuore che quei due esseri a lei tanto cari avrebbero simpatizzato. Nelle sue vesti dimesse e fuori moda, che non riuscivano però a mortificare la sua bellezza, Maggie sembrava una principessa in esilio: i capelli neri e lucenti le facevano corona. 
Il giorno che Stephen Guest la vide provò una strana sensazione, che non tentò di analizzare, perché si sentiva troppo turbato. 
Neppure Maggie rimase indifferente: quando incontrò gli occhi del giovane fu colta da un'indefinibile emozione. 
Pochi giorni dopo quel primo incontro, compresero entrambi di essere innamorati l'uno dell'altra. 
Ma Maggie avrebbe preferito morire piuttosto che cedere alla passione e tradire la fiducia dell'ingenua e buona Lucy. 
Per giorni e giorni soffrì in modo atroce, cercò tutte le scuse possibili per stare lontana da Stephen, il cui sguardo innamorato, colmo di disperazione, la perseguitava. Decise allora di ripartire al più presto: disse a Lucy che aveva trovato un nuovo posto di assistente in un collegio, lontano da St. Ogg's. 
La mattina precedente il giorno fissato per la partenza, Maggie ebbe un attimo di debolezza: non seppe dir di no a Stephen quando la pregò di salire in barca con lui, per una gita sul fiume. 
Tutto avvenne come in sogno. 
Stephen remava con forza e la guardava senza parlare; Maggie si accorgeva confusamente che il tempo passava e la barca scivolava sempre più lontano. I suoi occhi neri e profondi accoglievano lo sguardo di Stephen e non tentavano di sfuggirgli. Dopo molte ore Stephen abbandonò i remi e lasciò che la barca scivolasse sull'acqua, portata dalla corrente. 
Da un'ora si erano lasciati alle spalle l'ultimo villaggio. 
"Maggie, non possiamo più tornare a casa. Siamo ormai troppo lontani. - disse Stephen - Ogni cosa è accaduta senza che noi la cercassimo; ora nessuno deve più dividerci. Non torneremo a casa finchè non saremo sposati". 
Lei giunse le mani e scoppiò in pianto, come una bambina atterrita. 


Maggie non sposò Stephen: il pensiero del dolore di Lucy le impedì di obbedire all'impulso del suo cuore. Sentì che non poteva costruire la propria felicità sulla infelicità altrui. La sua rettitudine e lo spirito di sacrificio che l'avevano sempre sorretta le diedero la forza di lasciare Stephen e di ritornare a casa. Avrebbe spiegato ogni cosa: lei e Stephen non avevano commesso del male. Lucy avrebbe compreso e perdonato. 


Tom era da pochi giorni rientrato da padrone nella vecchia casa del mulino di Dorlcote. Lunghi anni di energico lavoro gli avevano finalmente concesso di esaudire il desiderio di suo padre: riavere intatta l'antica proprietà dei Tulliver. 

Ma non vi era in lui Né contentezza Né trionfo: pensava con amarezza al disonore che Maggie aveva recato al loro nome. 

"La tua visita mi è odiosa. Vattene!"... le disse appena la rivide. 

Maggie tentò inutilmente di spiegare ciò che le era accaduto; Tom fu inesorabile e si rifiutò di ascoltarla. 

La sua concezione del dovere lo rendeva duro e inflessibile: ai suoi occhi Maggie era venuta meno al senso dell'onore e non meritava indulgenza. Ella se ne andò disperata e cercò rifugio presso la famiglia di un amico d'infanzia. 

Dopo giorni e giorni di dolorosa solitudine, ricevette una strana lettera di Stephen: la supplicava di raggiungerlo, di diventare sua moglie. Aveva capito che senza di lei gli era impossibile continuare a vivere. 
Quella stessa notte la Floss ruppe gli argini e inondò le rive. 
Maggie vegliava nella sua stanzetta, piangendo e pregando: fu la prima ad accorgersi di quanto avveniva. L'axcqua già saliva paurosamente: no c'era un attimo da perdere. Svegliò i suoi amici, poi, senza il minimo tremito di paura, saltò su una barca; tentando di resistere alla furia della corrente, cercò di dirigersi verso il mulino, dove si trovava Tom, solo e privo di aiuto. 
Quando vi giunse, la vecchia casa era già pericolante. Maggie chiamò Tom disperatamente: egli udì e fu svelto a calarsi nella barca dalla finestra; l'acqua arrivava già al livello del primo piano. 
Tom guardò la sorella con un senso di riverenza e di vergogna: Maggie, quella stessa Maggie che aveva ingiuriato e scacciato, rischiava la vita per salvarlo! 
Un'emozione violenta fece impeto nel suo cuore: gli occhi gli si velarono e salì alle sue labbra, come un singhiozzo, il nomignolo infantile che da troppi anni non pronunciava più... Magsie! 
Pochi istanti dopo, guardando davanti a sé, egli vide una mostruosa massa di rottami che si precipitava verso di loro: era la fine. 
Strinse Maggie in un disperato abbraccio e insieme scomparvero nelle acque del "loro "fiume. 



COMMENTO 


"Se l'arte non estende le simpatie degli uomini, moralmente non ha alcun valore. L'unico effetto che io ardentemente bramo ottenere coi miei scritti è che i lettori divengano più capaci di immaginare e di sentire gli affanni e le gioie di coloro che differiscono da essi in tutto, fuorché nella generica qualifica di essere creature umane che lottano e che errano". 

Così dice George Eliot, esprimendo chiaramente il suo ideale artistico. Ella aspira a un'arte aderente alla realtà, che racconti le umane vicende senza cercare di far sembrare le cose migliori di quelle che sono. 

Poiché la vita è fatta di piccole e grandi cose, di sentimenti meschini e nobili, di brutture e di bellezze, si deve accettarla e conoscerla così com'è, tutta intera. 

La simpatia della scrittrice per le "piccole cose quotidiane", per i sentimenti e i problemi della povera gente di provincia, si rivela soprattutto ne IL MULINO SULLA FLOSS, pubblicato nel 1860. 

La storia di Maggie Tulliver vuole essere l'esempio di come un carattere ribelle alle convenzioni e avido di libertà possa imporsi, se vuole, una inflessibile regola morale e cancellare in sé ogni traccia di egoismo. 

Nell'infanzia di Maggie la scrittrice rivive la propria infanzia: gli stessi luoghi, persone e avvenimenti. Ella richiama alla sua memoria tutto un mondo che è stato ben vivo e importante e ora si è rivestito di una poetica luce di fiaba. Tutto ciò che circonda Maggie, cose e persone, è preso tale e quale dal pozzo profondo della memoria e riportato alla luce. Ne nasce una realistica rappresentazione della vita di provincia, chiusa e un po' gretta per gli infiniti pregiudizi che la governano. 
I personaggi minori sono descritti gustosamente, con ironia garbata: un fine sorriso tutto femminile. L'ambiente è quello tipico di una qualunque piccola città inglese sulle rive di un fiume, nella metà del Ottocento; ma è arricchito dal più variato campionario di esseri umani che si possa immaginare. La penna della Eliot ce li mostra con acutezza in tutte le loro particolarità, tanto che durante la lettura ci sembra di conoscere davvero tutti i personaggi con cui Maggie visse e soffrì. 




DUE NOTE BIOGRAFICHE 


Il vero nome della scrittrice era Mary Ann Evans. Forse ella scelse lo pseudonimo maschile in omaggio alla scrittrice George Sand, di cui fin dall'adolescenza era un'appassionata ammiratrice. 

Nacque in Inghilterra nel 1819 e passò tutta l'infanzia nella piccola città di Griff, in una graziosissima casetta coperta di edera. 

Fu quel periodo della sua vita e il ricordo struggente che le lasciò nell'animo a far nascere in lei, molti anni dopo, l'ispirazione del romanzo IL MULINO SULLA FLOSS. 

Mary Ann scelse di vivere "secondo il suo cuore", ma i contemporanei se ne scandalizzarono: non poterono mai perdonarle di vivere a fianco di un uomo che non poteva sposarla, perché legato da un precedente, infelicissimo matrimonio. 

Tuttavia, quell'unione durò venticinque anni e fu delle più felici. Ma quante amarezze per la scrittrice, che si vide messa al bando sia dalla sua famiglia sia dalla società alla quale si sentiva legata! 

A trentasette anni scrisse il suo primo racconto, cui seguì un gran numero di romanzi che ebbero molto successo e permettono ancora oggi di considerare George Eliot una delle figure più grandi della letteratura inglese dell'Ottocento. 
Morì a Londra, nel 1880.



ALTRE OPERE 


Fra i romanzi che compongono l'opera letteraria di George Eliot, segnalo quelli che maggiormente rivelano le sue doti di acuta osservatrice e narratrice abilissima. 


SCENE DI VITA CLERICALE (1858) - Il libro raccoglie alcune novelle, tra le prime della scrittrice, molto interessanti per la ricchezza di osservazioni psicologiche. 


ADAM BEDE (1859) - E' la storia di una bellissima ragazza, condannata per infanticidio e salvata alla fine per l'intervento del seduttore pentito. Il profondo studio dei caratteri fa di questo romanzo uno dei migliori della Eliot. 


SILAS MARNER, IL TESSITORE DI RAVELOE (1861) - Romanzo altamente drammatico, Il vero nome della scrittrice era Mary Ann Evans. Forse ella scelse lo pseudonimo maschile in omaggio alla scrittrice George Sand, di cui fin dall'adolescenza era un'appassionata ammiratrice. 
Nacque in Inghilterra nel 1819 e passò tutta l'infanzia nella piccola città di Griff, in una graziosissima casetta coperta di edera. 
Fu quel periodo della sua vita e il ricordo struggente che le lasciò nell'animo a far nascere in lei, molti anni dopo, l'ispirazione del romanzo IL MULINO SULLA FLOSS. 
Mary Ann scelse di vivere "secondo il suo cuore", ma i contemporanei se ne scandalizzarono: non poterono mai perdonarle di vivere a fianco di un uomo che non poteva sposarla, perché legato da un precedente, infelicissimo matrimonio. 
Tuttavia, quell'unione durò venticinque anni e fu delle più felici. Ma quante amarezze per la scrittrice, che si vide messa al bando sia dalla sua famiglia sia dalla società alla quale si sentiva legata! 
A trentasette anni scrisse il suo primo racconto, cui seguì un gran numero di romanzi che ebbero molto successo e permettono ancora oggi di considerare George Eliot una delle figure più grandi della letteratura inglese dell'Ottocento. 
Morì a Londra, nel 1880. pieno di vigore, ravvivato qua e là da scene veramente gustose di realismo campagnolo.


mercoledì 22 agosto 2012

Sandro di Mariano Filipepi detto BOTTICELLI


BOTTICELLI 
Cornini Guido
Giunti Editore * 2010
Collana - Dossier d'art
Pagine 52 illustrate




* La presente pubblicazione è dedicata a uno tra i più squisiti interpreti dell'arte fiorentina del Quattrocento: Sandro Botticelli, universalmente noto per la musicalità delle linee e per il fascino delle sue enigmatiche mitologie, dalla Primavera alla Nascita di Venere, dalla Pallade a Venere e Marte. Uno studio puntuale e documentato permette di leggere questi capolavori nelle loro strutture formali e nei loro significati simbolici, dedicando un ampio spazio a tutto l'arco della produzione del pittore. 





Sandro di Mariano Filipepi detto Botticelli (1444-1510) nasce a Firenze, e l'arte varia e voluttuosa di Filippo Lippi attrae l'intelligenza del giovane che non è indifferente né alla nobiltà del Verrocchio né alla vibrante risolutezza d'Antonio Pollaiolo. 

Botticelli si forma alla bottega del Verrocchio, dove viene a contatto con Leonardo, che segnerà sempre il percorso artistico del nostro. 

Disegnatore originale, traduce i tratti continui e le linee impulsive, che intaccano le superfici, in pennellate aspre, le quali ricercano i caratteri, le espressioni ed i movimenti. 
L'arido naturalismo di alcuni quattrocentisti toscani si raffina nella norma esclusiva della linea sottile e nervosa..., l'indole mobile e l'ardore dell'ingegno convengono a questo periodo di transizione. 
L'umanesimo dei Medici ristabilisce il culto e non la copia dell'antico: la poesia non ricalca modelli, e l'anima del vero artista interpreta le leggende religiose ed i miti pagani. 
All'intensità della fede non ripugnano i bei corpi femminili, lunghi e magri, dal viso affilato e dallo sguardo triste, come quello delle Madonne con gli occhi bassi e le labbra smorte. 
La curiosità e la finezza penetrano nell'allegoria ed appassionano l'azione con la violenza del contorno, specie quando i motivi si coordinano o turbinano attorno ad un punto di mezzo del quadro. 
Anche nei disegni in punta d'argento, che illustrano la "Divina Commedia", lo squisito idealista esclude dal suo lirismo pittorico i terribili effetti delle bufere e delle pene devastatrici.
  
Ritorno di Giuditta a Betulia - Botticelli
   
Nel "Ritorno di Giuditta a Betulia", che si trova nella galleria degli Uffizi a Firenze, dipinto nel 1472, domina un soffuso sentimento malinconico, espresso dalla qualità vibrante della luce, dall'intensa mobilità espressiva dei tratti e dalle fitte increspature delle vesti fluenti e arricciate, che accompagnano gli ondeggiamenti del corpo in movimento. 
La ripetizione ritmica delle linee morbide e la trasparenza velata delle vesti mettono in comunicazione la figura umana con la tremula luce del paesaggio. 
La "Primavera", dipinta nel I476-78, sita negli Uffizi di Firenze, evoca il sogno celebrato dal Poliziano nelle "Stanze". 
Al rezzo (luogo fresco ed ombroso) di un bosco di aranci, nella luce ambrata, che filtra fra i tronchi, Venere - casta e con il capo chino - sembra in atto di segnare il ritmo alla danza delle Grazie agili e coperte di veli. Accanto ad esse, Mercurio con il casco - è forse "il bel Julio" del poeta - alza la destra ai rami, ed il piccolo Amore, con gli occhi bendati, scendendo a volo, scaglia un dardo.., a sinistra, la Primavera cammina lieve ed ilare sui fiori, mentre Flora sfugge all'abbraccio di Zeffiro. 
  
Nascita di Venere - Botticelli
  
Nel 1478 fu eseguita la "Nascita di Venere", che si trova sempre agli Uffizi di Firenze: un altro capolavoro. 
La dea, trasportata sulla conchiglia dal soffio dei Venti, è malinconica, e, quasi tocca da un'ombra di misticismo medioevale, non si accorge della ninfa che vuol metterle il manto rosso a fiori verdi. 
  
Le tentazioni di Cristo e la Purificazione del lebbroso - Botticelli
   
Fra il 1481 e 1482, furono affrescati nella Cappella Sistina la "Le tentazioni di Cristo e la Purificazione del lebbroso" - che ricorda la carità di Sisto IV, fondatore di un ospedale -, la "Giovinezza di Mosé" ed "Aaron che scaccia i ribelli", monumentale e mosso....., la novità di quest'ultima composizione si collega con la più tarda "Calunnia d'Apelle" (Firenze, Uffizi). 
Fra i tondi non si deve dimenticare l'ispirata "Madonna del Magnificat" (Firenze, Uffizi), specie per il contrasto fra la Vergine, umile e raccolta, ed il Bambino che leva la testa e vede l'infinito. 

Dei singolari ritratti, i più psicologici sono "Simonetta Vespucci" (1476 circa) e "Giuliano de' Medici" (1478 circa) che si trovano oggi nel Museo di Berlino.
   
Madonna dell'Eucarestia - Botticelli (VEDI SCHEDA)
  
Negli ultimi anni, di fronte all'inasprirsi della crisi politico-religiosa a Firenze, e amareggiato per il confronto con Leonardo, fautore di una pittura antitetica ai suoi gusti, perchè fondata sull'immagine della natura e sull'osservazione diretta, Botticelli esaspera il suo pessimismo e la totale sfiducia nel progresso storico, riflettendo la sua angoscia nella scompaginazione dei valori spaziali e prospettici della "Natività mistica" e nei ritmi compositivi laceranti delle "Storie di San Zanobi".


VEDI ANCHE . . .

SANDRO BOTTICELI - Vita e opere

LA PRIMAVERA - Botticelli 

MADONNA DEL MAGNIFICAT - Botticelli

MADONNA DELL'EUCARESTIA - Botticelli


domenica 12 agosto 2012

PIETRO TACCA - Un manierista del Seicento

Fontana in Santissima Annunziata - Firenze

Pietro Tacca, nato a Carrara nel 1577 e morto a Firenze nel 1640,  è un artista di grande virtuosismo e abilità tecnica,  e si trasferisce presto a Firenze, dove lo troviamo quindicenne  discepolo e fonditore del Giambologna, del quale termina la statua del granduca di Toscana, Ferdinando I de' Medici (1615-1624)..., il monumento equestre di Enrico IV, mandato poi in Francia nel 1612, quello di Filippo III, inviato a Madrid nel 1616..., e la statua di Cosimo II (1624-1634) che si trova nella Cappella dei Principi
in San Lorenzo a Firenze. 

Successore alla corte medicea del Giambologna dal 1609, continuò l'insegnamento del maestro con originalità realizzando opere legate ai moduli compositivi e formali manieristi. 
  
Monumento equestre a Filippo IV di Spagna (1634-40; Madrid, Plaza de Oriente
    
Nel Monumento di Filippo IV, re di Spagna, il Tacca ardisce di rappresentare il cavallo impennato, e alla passione della forza aggiunge il senso moderno della grandezza. 
  
Monumento dei quattro mori a Ferdinando I de' Medici (1626) - Livorno 


I quattro mori incatenati sul piedistallo della statua di Ferdinando I, eretta in Livorno da Giovanni dell'Opera, hanno attinenza con i fiumi della fontana della Scrofa eseguita dal fiammingo nel giardino di Boboli, ma li sorpassano nel realismo e nella sicurezza del modellato. 

Il busto di Giambologna nel Louvre a Parìgi è un lavoro semplice e pacato, che attesta la versatilità dell'ingegno e la vivezza della tecnica, qualità lodate da Gian Lorenzo Bernini.


PIETRO TACCA
M. Tommasi
Editore ETS
Genere - Arti plastiche, Scultura
Formato - Libro illustrato 

Conclusione: Un libro con non molte opere, ma eccelsamente ben illustrato....

* LEONARDO DA VINCI - Vita e opere (Life and works)








* * * * *



* LETTERE SCELTE - Cicerone (Letters choices - Cicero)


   



giovedì 26 luglio 2012

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martedì 27 marzo 2012

LA MORALE NELL'ANTICA GRECIA (Morality in Ancient Greece)



  
Il problema morale della antichità 

Dopo la metà del IV sec. a.C. la cultura greca dispone di un'ampia problematica morale, articolata in dottrine molteplici e dotata di un rispettabile apparato concettuale. Soprattutto le teorie morali di Platone e Aristotele, attingendo a una grande tradizione filosofica, politica, storica e retorica, hanno elaborato una tavola delle virtù, una teoria dei fini dell'azione umana, una descrizione delle funzioni psicologiche dell'uomo, una classificazione dei generi di vita individuali e collettivi. La teoria morale diventa uno strumento per descrivere l'ordinamento naturale della vita propriamente umana, per indicare come dovrebbero essere le azioni degli uomini, per stabilire le relazioni tra i comportamenti umani e i fini individuali e collettivi. Nell'apparato concettuale di queste complesse costruzioni dottrinali vengono accolti, e trasformati in concetti generali, contenuti morali, precetti pratici, programmi politici che la tradizione aveva elaborato e trasmesso; ma nei confronti della tradizione, filosofi come Platone e Aristotele fanno appello al sapere, alla sua validità e attendibilità come sapere, per raccomandare i contenuti morali che quelle dottrine contengono.
D'altra parte posizioni filosofiche eredi di un certo naturalismo di tipo sofistico o anassagoreo, o di un certo radicalismo socratico, come il cinismo, contestano alle dottrine di tipo platonico-aristotelico la possibilità di assorbire nella teoria filosofica e di giustificare con discorsi generali tanti contenuti della morale tradizionale. In fondo, come dicevamo nella puntata precedente, Platone e Aristotele non avevano mai dubitato della corrispondenza tra vita privata e vita pubblica, della polis come unico tipo di organizzazione della vita pubblica, del fatto che per ragionare dei comportamenti individuali si debba far riferimento alla vita pubblica e alle sue strutture. Questo nesso è proprio quello che salta verso la fine del IV sec.
Alle grandi ambizioni che sorreggono le costruzioni dottrinali nate nelle scuole di Platone e di Aristotele, e che pretendono di abbracciare il cielo e la terra, si oppongono forze socio-culturali molteplici. Da un lato una forma di cultura tradizionalistica guarda sempre con sospetto l'appello al sapere, che preferisce il richiamo ai buoni tempi antichi, magari nel nobile linguaggio del retore Isocrate, ma che non manca, per esempio con un personaggio come Senofonte, di scoprire aspetti importanti della vita sociale ed economica, talvolta trascurati dalle grandi sintesi dottrinali. D'altra parte tutta una schiera di filosofi sottili, che dominano in pieno il IV sec., che si richiamano a una certa interpretazione dell'insegnamento socratico, alla sua ignoranza metodica, sempre buttata in faccia a chi pretende di sapere troppo, rimproverano, forse soprattutto ad Aristotele, il tentativo di costruire un sapere capace di dare tante indicazioni tanto attendibili. Le implicazioni morali di una posizione teoretica di questo genere costituiscono il rifiuto della dottrina morale che tenta di aderire alle tavole tradizionali delle virtù, magari correggendole, o che progetta città nuove, che tuttavia presentino le stesse strutture di quelle antiche. Finiscono con l'essere, queste, conclusioni che collimano con quelle della scuola cinica, anche se hanno motivazioni diverse, e forse implicano più un distaccato accettamento delle consuetudini che un rifiuto polemico di tutte le tradizioni in blocco. Per i filosofi della cosiddetta scuola megarica che, fondata da Euclide scolaro di Socrate, durerà fino ai primi decenni del III sec., il discorso morale fatto per assorbire le tradizioni e gli istituti delle città è del tutto arbitrario, sicché l'auto sufficienza personale è l'unica norma attendibile di vita. Per Antistene, altro scolaro di Socrate, qualsiasi tentativo di costruire un discorso scientifico molto elaborato è illusorio: l'unico discorso valido è quello pratico e morale, che metta in luce la vanità, il carattere ingannevole, l'ingiustizia della cultura umana e delle strutture sociali che la reggono, esaltando la fatica, la povertà, l'autosufficienza del saggio. Ad Aristippo di Cirene, anche egli membro della cerchia socratica, si fa risalire la scuola cirenaica, che vede nel perseguimento del piacere l'unico fine della vita umana: è anche questo un rifiuto opposto all'etica dottrinale, che pretende di regolare e di assorbire le spinte e le esigenze che provengono dall'interno dell'uomo.
La polis aveva condannato Socrate. Platone rispondeva progettando un'altra polis, governata da uomini che sarebbero stati gli eredi di Socrate. Aristotele pensa che una polis ben regolata, lontana dagli eccessi della democrazia ateniese potrebbe evitare quegli errori. Ma i megarici, i cinici, i cirenaici non credono più nella polis: per loro il rifiuto di Socrate è un rifiuto globale verso la vita politica e culturale, e il saggio non deve fare affidamento sulla polis e sulla sua cultura. Del resto al momento della morte di Alessandro il quadro politico che era stato assunto nell'apparato concettuale delle grandi dottrine morali, era tramontato o stava per tramontare. Non solo le conquiste di Alessandro avevano avvicinato l'Oriente alla cultura greca in modi del tutto nuovi, ma le vecchie gerarchie politico-sociali stavano trasformandosi.
Se già nella Grecia pre-alessandrina stava sviluppandosi una società militare, certamente l'egemonia macedone aveva portato a maturazione questo processo, e per giunta gli aveva dato l'aspetto del predominio di una stirpe greca sulle altre. Dopo la morte di Alessandro, i suoi successori avevano fondato regni che si reggevano su un apparato militare-burocratico: e nei confronti di essi i greci si trovavano ora in posizioni diverse, secondo che appartenessero all'area della civiltà greca originaria, o alle nuove città fondate da Alessandro e dai suoi successori in Oriente, nelle quali essi entravano come coloni-soldati o come commercianti. In questo nuovo quadro storico-politico si sviluppano il commercio e l'artigianato, in città fiorenti, che hanno spesso serbato le forme amministrative delle antiche poleis; tuttavia entro la struttura burocratica rigida dei nuovi regni si profilano conflitti e angosce sociali, tipici di un'economia che sta avviandosi verso un regime di produzione schiavistica. In questa situazione, e assunzioni di Platone e di Aristotele perdono credibilità, e il vecchio ideale del sapere, come coronamento e guida della vita cittadina, diventa sempre meno attendibile. Non solo l'ideale del sapere in sé, la possibilità stessa di costruire un sapere sufficientemente complesso subisce critiche radicali nelle scuole socratiche delle quali abbiamo parlato, ma gli eredi delle dottrine platoniche e aristoteliche si vedono costretti ad abbandonare gli ideali che avevano ispirato i maestri.
La scuola platonica romperà il sottile equilibrio di Platone e finirà con lo sviluppare una forma di moralismo religioso, che nel culto degli astri e nella contemplazione dell'ordine celeste troverà la via di scampo a un discorso troppo chiuso in strutture storicamente finite. Il Peripato aristotelico, politicamente legato alla politica macedone in Atene, ispiratore dell'amministrazione oligarchica della città, cara appunto ai macedoni, diventa un centro di ricerche storiche e naturalistiche rigorose e agguerrite, e da esso escono studi e descrizioni attente della vita morale e politica nelle sue strutture elementari. Teofrasto, lo scolaro e successore di Aristotele, lasciò in questo genere un'opera, i Caratteri, che descrivono appunto i costumi dei membri di una comunità in generale. La vita morale tende a diventare una sezione della vita reale, una categoria di comportamenti che hanno la loro giustificazione nella struttura della società e dell'anima individuale, che già di fatto rispettano certe leggi. L'apparato concettuale, con il quale l'etica di Aristotele cercavà di proporre una certa morale facendo appello alle strutture reali del mondo psicologico individuale e del mondo sociale, diventa lo strumento per descrivere quella che si ritiene la realtà, con le sue armonie già realizzate, il suo funzionamento abbastanza soddisfacente a livello dei piccoli rapporti quotidiani. La scienza, che per Platone e Aristotele era lo strumento per cogliere anche gli aspetti più drammatici della realtà e per porvi rimedio, ora diventa la semplice descrizione della realtà sociale, che appare già divisa e organizzata secondo gli schemi stessi della scienza. La scienza morale ora è non uno strumento per cambiare in una certa direzione la realtà sociale, ma la conoscenza del settore morale della realtà umana. Del resto nel Peripato la scienza sta diventando sempre più uno strumento di conoscenza esatta e di classificazione.


Le vicende dei peripatetici

Protetto prima da Antipatro, luogotenente di Alessandro e suo successore in Macedonia, poi dal figlio di Antipatro, Cassandro, il Peripato è la culla della politica filo-macedone, impersonata da Demetrio Falereo, stratego di Atene. Ma quando la dinastia di Antipatro fu minacciata da quella di Antigono, un altro dei generali successori di Alessandro, e il regime di Demetrio Falereo cadde, ancora una volta i peripatetici si sentirono in pericolo ad Atene. Dopo la sua caduta (307 a.C.) Demetrio si recò ad Alessandria alla corte del re d'Egitto Tolomeo I, dove organizzò il Museo, un istituto di ricerca scientifica per scienziati che vivevano negli appartamenti della scuola, e la celebre biblioteca.
Con Stratone di Lampsaco, successo nel 287 a.C. a Teofrasto nella direzione della scuola aristotelica, il Liceo praticamente si trasferì ad Alessandria: la scienza si trasformava in un'opera di ricerca matematica, naturalistica, filologica all'ombra di un sovrano divinizzato, che in parte imponeva ai sudditi il comportamento, in parte si affidava alla forza delle tradizioni e al buon ordine che è garantito da un'organizzazione sociale nella quale la classe dominante è forte e prospera.
A Pirrone di Elide gli scienziati e gli eruditi di Alessandria sembravano uccelli in gabbia. Pirrone era un personaggio-simbolo, nato poco prima della metà del IV sec.: aveva partecipato alle spedizioni di Alessandro, aveva conosciuto i saggi indiani, e ora in Grecia proponeva il silenzio, cioè il rifiuto di qualsiasi impegno verso ogni forma di credenza, e l'imperturbabilità come forme ideali di vita. Nel III sec. il suo scolaro Timone di Fliunte porterà ad Atene il messaggio del maestro che non aveva scritto nulla, e in fortunate composizioni poetiche irriderà la tradizione filosofica colta della Grecia: sarà un insegnamento che la cultura greca del III sec. e dei successivi accoglierà subito, facendone un indirizzo filosofico importante, lo scetticismo.
Comunque, in un modo o nell'altro, la cultura greca si avviava, sotto le spoglie asciutte della scienza descrittiva o con i toni irridenti dello scetticismo, ad accettare la nuova realtà politico-sociale, a rinunciare alle grandi costruzioni etiche. Eppure, al di là dell'apparato descrittivo, qualcosa restava del piedistallo sul quale la scienza etica era stata costruita. C'era ancora spazio per un sapere che orientasse e valutasse le conseguenze del comportamento globale dell'individuo: un sapere sul quale si potesse costruire un'arte del vivere, magari individuale, capace di orientare l'uomo, anche se le vecchie strutture sociali, riferendosi alle quali la vecchia etica faceva i propri ragionamenti, non esistevano più.


Zenone di Cizio e la scuola stoica

Zenone di Cizio, un fenicio di Cipro sulla trentina, si era messo a tener scuola ad Atene nel Portico (Stoà) dipinto, sicché i suoi seguaci furori chiamati stoici. Si era intorno al 300 a.C., e Zenone affascinò subito gli ateniesi; ma avrebbe poi anche conquistato la simpatia del re macedone Antigono Gonata, presso il quale lo stoico Perseo diventò una figura importante. Zenone oppose alla Repubblica di Platone un proprio progetto politico, che come tutte le sue opere è andato perduto, e del quale non sappiamo quasi nulla. Ma il principio ispiratore doveva essere la tesi che tutti gli uomini e tutti i popoli devono avere un'uníca legge, che la vita della comunità è come la vita dell'anima individuale, e deve realizzare le medesime virtù. La concordia tra gli uomini è in sostanza il frutto delle virtù individuali, che consistono in una disciplina delle emozioni. Anche Platone aveva pensato a una comunità che realizzasse le stesse virtù dei singoli; senonché mentre per Platone la virtù individuale ha come presupposto l'organizzazione della comunità politica, per Zenone la vera comunità politica è il risultato delle virtù che si realizzano come disciplina individuale. Per Zenone le virtù sono quattro: saggezza, giustizia, coraggio e temperanza, e tutte sono forme di saggezza nelle diverse circostanze della vita, perché in sostanza la virtù è l'esercizio della ragione individuale, la sua fermezza nei confronti delle emozioni. Tutto questo si può dire con una sola regola: vivere secondo natura. Il sapere che orienta la vita, la tecnica o l'arte del vivere si regola sulla natura, e la comunicazione dell'uomo con la natura avviene attraverso l'anima. Vivere secondo natura vuol dire regolarsi secondo la ragione, e regolarsi secondo la ragione vuol dire esercitare il dominio delle emozioni, perché le emozioni nascono quando l'anima è troppo turbata, e oscilla qua e là verso quelli che non sono che beni apparenti, cioè non sono le virtù. Perché per Zenone è bene solo la virtù e male solo il vizio; quello che sta in mezzo, come i beni materiali, è indifferente. Ora gli sbattimenti dell'anima derivano dai beni falsi che sono sottoposti alle oscillazioni, e sono i beni sociali; a differenza della natura che ha lunghi corsi, la società offre vicende brevi e imprevedibili. Il sapiente sa essere staccato da questi beni, non cercarli; e questa è la condizione migliore per la concordia sociale. Accanto ai sapienti ci sono gli stolti, e tutto ciò che essi fanno è male, mentre tutto ciò che il sapiente fa è bene, anche se commette atti che dal punto di vista tecnico possono sembrare errori, anche se deve sopportare o fare cose che possono sembrare discutibili: una volta posto come fine la pratica della virtù si può fare o sopportare tutto ciò che porta a questo fine. Questa serie di atti che sono mezzi rispetto alla virtù si chiamano appunto il dovere, un termine a quanto pare introdotto da Zenone.


Il dovere

L'etica insegnata da Zenone è in sostanza una disciplina individuale che ha come presupposto la vecchia teoria dell'anima come sostegno della gerarchia tra i tipi di comportamento umano; ma questa volta l'anima viene messa in relazione con la natura, e non con la comunità cittadina. La natura è il corso degli eventi relativamente costanti, o che variano per lunghi cicli, sui quali la ragione può fare affidamento: essi perciò non provocano rapidi movimenti contrastanti dell'anima, perturbazioni. Tra l'anima e la natura esiste la società, con i suoi beni, le sue gerarchie, le sue ansie. Nella società sono mescolati sapienti e sciocchi, in tutte le posizioni sociali; ma i sapienti costituiscono una specie di società universale, perché sono concordi senza bisogno di istituzioni, leggi, disciplina: essi sono virtuosi, cioè non interessati ai beni che scatenano le competizioni. Tutti possono essere sapienti, i poveri come i ricchi, i governanti come i governati.


Stoicismo ed ellenismo

In un certo senso nell'etica stoica si esprimeva la società aperta dell'ellenismo, la società cosmopolitica, che abbatteva le vecchie barriere tra le poleis e all'interno della polis. Ma questo aspetto di apertura e libertà si rispecchiava nel carattere individualistico della nuova etica. Il mondo ellenistico aveva le sue gerarchie sociali, le sue barriere, e in esso la servitù della gleba e la schiavitù andavano prendendo l'aspetto di fenomeni sociali sempre più estesi. L'etica stoica non fa leva su queste differenze, perché ne disconosce l'importanza. Una volta tolta importanza ai fatti e ai beni sociali, la posizione sociale non conta, e chiunque può diventare sapiente.


Morale e natura

Caduto il complesso impianto della scienza e della scienza etica in particolare, costruito da Platone e da Aristotele, sentito il bisogno di costruire un sapere relativamente semplice e sicuro, privo delle complessità logiche rimproverate a Platone e ad Aristotele, libero dai riferimenti troppo stretti a una certa società politica, gli stoici elaborano un sapere morale fondato sui lunghi corsi sicuri della natura, una morale il cui contenuto è in sostanza un monito verso i beni sociali, che sono sottoposti a vicende più brevi e meno attendibili. Eppure la società ellenistica fu a modo suo una società opulenta e operosa, amante dei beni economici e della loro esibizione. Ma, come abbiamo visto, l'etica tende sempre a costituirsi come una scienza che in qualche modo vuol correggere certi comportamenti e mettere in guardia nei confronti di certi aspetti della realtà, facendo leva su altri; e quando ha successo finisce per diventare uno strumento per descrivere la realtà che essa stessa ha prodotto. Si dice spesso che la società nata dal mondo unificato da Alessandro Magno conosce una vasta e operosa borghesia cosmopolita. Il concetto di borghesia è un concetto difficile, spesso usato in modo vago. Ma nella misura in cui quell'affermazione è vera, si può dire che molti tratti della società borghese anche moderna hanno avuto origine nella morale stoica: basti pensare all'etica del dovere, alla morale intesa come disciplina dolorosa, al suo carattere rinunciatario, all'interpretazione della stessa produzione dei beni come un dovere penoso. Nella ricca Atene della prima metà del III sec. Zenone ebbe molto successo, forse proprio perché insegnava la liberazione da beni sociali e materiali abbondanti e apprezzati, cioè perché metteva in circolazione un bene raro e del quale in qualche modo si sentiva il bisogno. Ed era forse anche la liberazione dall'orizzonte ormai angusto della città che aveva perso l'antico primato, il collegamento con una natura che ha un respiro ampio, per cicli assai più lunghi di quelli, brevi, della città.
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