domenica 22 dicembre 2013

ARTE ETRUSCA - PITTURA - SCULTURA - ARCHITETTURA - ARTI MINORI (ETRUSCAN ART - Painting - Sculpture - Architecture - Arts Minor)

Cartina con i maggiori centri etruschi,
ed "espansione" della civiltà etrusca nel corso dei secoli
  
L'ITALIA ETRUSCA

Nonostante la civiltà etrusca sia stata studiata sin dal XVIII secolo ancor oggi si discute sulle origini di questo popolo: se ci domandiamo infatti chi fossero veramente gli Etruschi non sappiamo dare una risposta definitiva. Il fatto che fino a pochi anni fa la più grande civiltà preromana si presentasse a noi con il volto affascinante ma, al tempo stesso, cupo ed enigmatico del culto funebre, ha contribuito non poco ad alimentare quell'alone di mistero che da sempre grava sugli Etruschi. Solo in tempi recentissimi gli studi e le ricerche archeologiche hanno dissolto ogni dubbio sul presunto isolamento culturale in cui si credeva fosse vissuto questo popolo nell'Italia antica. I contatti spirituali, culturali e storici con altre popolazioni a loro contemporanee si sono fatti sempre più evidenti, cancellando così l'immagine del mondo etrusco venuto dal nulla e cresciuto in uno splendido e misterioso isolamento.

Fin dall'antichità sono fiorite numerose ipotesi circa l'origine degli Etruschi: alcuni sostenevano una loro provenienza dall'Asia Minore, dalla Lidia (Erodoto) o forse anche da regioni più interne; altri (Dionigi di Alicarnasso) li ritenevano invece originari del territorio nel quale abitavano. Largo credito tra gli etruscologi ha oggi l'opinione che questa civiltà sia stata il risultato del convergere di varie correnti di migrazione, fuse etnicamente con le realtà indigene.

Comunque sia, è certo che il popolo etrusco compare in Italia nell'VIII secolo a.C.: dopo aver occupato la regione del Lazio settentrionale e della Toscana, si spinge presto a sud, in Campania (Cuma e Pompei) . La presenza etrusca appare inoltre ben documentata anche in Umbria (Orvieto e Perugia), in Emilia-Romagna (Marzabotto, Bologna e Spina) e Lombardia (Mantova).
L' organizzazione politica degli Etruschi si articolava in città, rette da capi locali e legate tra loro da rapporti federativi e vincoli religiosi. La civiltà etrusca si dislocò quindi in numerosi centri urbani, ciascuno con un proprio territorio, caratterizzato da forme specifiche dell'attività artistica e culturale. 
Tipica è la collocazione di alcuni grandi abitati (Cerveteri, Tarquinia, Vulci) non affacciati direttamente sul mare, come le colonie fondate dai Greci, bensì posti nell'immediato entroterra, sicché ciascuno era servito da uno o più centri sussidiari di carattere portuale.

Un centro situato sulla costa era invece, più a nord, Populonia, particolarmente valorizzata, come mostrano le nuove scoperte, dall'attività mineraria connessa allo sfruttamento del ferro proveniente dall'isola d'Elba.

Le città, specie quelle dell'Etruria meridionale, che si sono rapidamente inserite nel flusso dei commerci marittimi, vedranno il periodo di maggior fioritura tra il VII e il VI secolo a.C.

La straordinaria scoperta a Pyrgi di tre lamine d'oro scritte in etrusco e in punico ci dimostra l'esistenza di uno stretto rapporto tra i due popoli. Alleati con i Cartaginesi, gli Etruschi manterranno per alcuni secoli il dominio del Tirreno infliggendo ai Greci un notevole scacco nelle acque corse di Alalia nel 540 a.C. La decadenza di questo popolo inizierà dopo la sconfitta navale di Cuma (474 a.C.) in parallelo alle prime vittorie dei Romani.

Gli Etruschi, dopo aver perso l'accesso all'Italia meridionale, si ritirano nei territori del Nord: inizia così una fase di conversione dall'economia mercantilistica a quella agraria basata sul latifondo. Nel II - l secolo a.C. non vi sono più in Etruria città autonome; la civiltà etrusca verrà totalmente assorbita quando i capi delle famiglie ancora superstiti dopo le stragi di Silla a Chiusi e di Ottaviano a Perugia si trasferiranno a Roma. Qui si amalgameranno definitivamente ai Romani, accettandone la lingua, le leggi e il potere.
Si dissolve dunque anche quest'ultimo elemento del "mistero" etrusco, ossia la leggenda che vuole questo popolo scomparso nel nulla, mentre appare evidente che seguì il destino comune a molti altri gruppi etnici, confluiti nello Stato romano vincitore e unificatore della penisola italica.

Nostra principale fonte di conoscenza sugli Etruschi resta la produzione artistica ed artigianale che si caratterizza per la spiccata componente greca, specie nella prima fase, oltre che per l'apporto orientale e per l'elaborazione autonoma ed originale di vivace tono popolaresco. 
La pittura funeraria, la scultura a tutto tondo e a rilievo, la bronzistica, gli oggetti di oreficeria, la ceramica lavorata in forme varie e raffinate appaiono le più significative manifestazioni artistiche di questa civiltà.



La tomba del Guerriero a Tarquinia
1. pianta - 2. spaccccato - 3. prospetto dell'interno
  
LA PITTURA

Mentre le città di Vulci, Cere e Veio eccellono soprattutto nella scultura, Tarquinia si distingue per una scuola di pittura qualitativamente superiore a quella di tutti gli altri centri etruschi. 
Le celebri tombe di Tarquinia hanno un interesse artistico eccezionale: contengono infatti le uniche pitture antiche che possediamo degli Etruschi. Eseguite generalmente a fresco su di un sottile strato di intonaco (dopo la preparazione di un disegno a graffito), esse si sviluppano dal VI al I secolo a.C., dimostrando una forza vitale, un'arguzia, un senso decorativo e coloristico notevoli.

Le scene di vita domestica (Tomba del Triclinio, Tomba dei Leopardidi giochi e feste funebri (Tomba degli Auguri), di caccia e di pesca (Tomba della caccia e della pescaci restituiscono intatta la visione di un'esistenza gioiosa e serena. 
Allorché però l'orizzonte politico iniziò ad oscurarsi in relazione alla guerra con Roma anche il linguaggio pittorico espresse il senso di angoscia incombente, come ben appare nelle raffigurazioni della Tomba dell'Orco (lV secolo a.C.) e della Tomba del Tifone (ll - l secolo). 
Qui la concezione dell'aldilà diviene paurosa e terrificante, imperniata sulla mostruosità: compaiono sulle pareti demoni alati (Charun e Tuchulcha) e creature infernali, pronti a uccidere a proprio piacimento la vita umana, sottolineando così l'inesorabilità delle leggi che governano l'Ade.



La tomba dei Leopardi a Tarquinia - I temi delle pitture tombali etrusche erano tratti dalla vita reale; la tecnica era a fresco con ritocchi a tempera su intonaco secco
  
LA SCULTURA

L'unico artista etrusco di cui le fonti ci conservano il nome è Vulca, autore degli acroteri (elementi ornamentali del frontone) e delle statue di culto in terracotta del tempio capitolino a Roma e dei gruppi fittili del tempio di Portonaccio a Veio.
Queste terrecotte, oltre a confermare le antiche notizie sulla attività di una scuola particolarmente fiorente alla fine del VI secolo a.C., diedero per la prima volta la documentazione di una statuaria etrusca di grandi dimensioni.

Proveniente dal gruppo raffigurante Eracle in lotta con Apollo per il possesso di una cerva, originariamente collocato sulla trave centrale del tempio del Portonaccio, è la famosa statua di Apollo (510-490 a.C.). 
Di evidente derivazione da modelli greci (ionico-dorici), l'opera presenta elementi tipici del gusto etrusco come rivelano la straordinaria vitalità della dinamica falcata, lo scatto del polpaccio e l'espressione animalesca, quasi ferina, del viso.
La grande maestria degli scultori di Cere raggiunge una finezza eccezionale nei famosi Sarcofagi (in realtà urne cinerarie) cosiddetti degli Sposi, raffiguranti una coppia di coniugi sul letto da convito, di cui ci restano i due splendidi esemplari custoditi al Louvre (Parigi) e al Museo di Villa Giulia a Roma. 
In questo capolavoro della plastica fittile (cioè della scultura in argilla) del VI secolo sono evidenti gli intenti dell'artista impegnato a rendere gli straordinari contrasti tra le superfici levigate delle membra e della kline e il minuto gioco dei panneggi con le pieghe tubolari. 
Fanno spicco le teste, dal cranio allungato, i lineamenti spigolosi e le linee dure e taglienti degli occhi a mandorla e dei contorni del volto.

Tra le opere etrusche più celebrate e più belle si ricordano le due sculture bronzee della Lupa capitolina (Roma, Museo dei Conservatori, fine del VI secolo a.C,) e della Chimera di Arezzo (Firenze, Museo Archeologico, 380-350 a.C.).
Comune alle raffigurazioni dei due animali è un misto di realismo e stilizzazione (asciuttezza del corpo, ciocche schematiche della criniera), oltre ad una ricerca di forza espressiva rivelata dal minaccioso atteggiamento delle fiere.



Sarcofago delle Amazzoni (IV sec. a.C.) Tarquinia
   
ARTI MINORI

Fibule, collane, bracciali e altri splendidi gioielli provenienti da principeschi corredi funebri (eccezionale quello della tomba Regolini-Galassi, VII secolo) testimoniano un livello di civiltà elevatissimo e il lusso della classe benestante. 
La tecnica di lavorazione a rilievo e granulazione è detta anche a pulviscolotanti piccoli granuli d'oro accostati e saldati su di una lamina aurea a comporre figure e motivi di effetto ornamentale. 
Già conosciuta a Creta e nella Grecia d'età geometrica ed orientalizzante, questa tecnica acquista con gli artigiani etruschi particolare raffinatezza e suggestione. 
Colpisce lo stile barbarico di questi preziosi monili che, accanto a forme geometriche astratte, presentano anche elementi iconografici desunti da una fantasia zoomorfa (ossia da un repertorio di immagini leggendarie di animali) tipicamente orientale: grifi, mostri, pantere, leoni, sfingi, serpenti.

Allo stesso modo gli oggetti in avorio (dadi, manici di flabelli ecc.) confermano i contatti commerciali ha l'Etruria e I'Oriente.

Tipici della zona di Chiusi sono i canopi, così chiamati per la vaga somiglianza con gli omonimi recipienti egiziani contenenti i visceri del defunto. Si tratta di urne cinerarie (od ossari) in bronzo, in terracotta o in bucchero, chiuse da un coperchio a forma di testa umana.
Talvolta anche il vaso assume la forma di busto umano grazie all'applicazione di braccia mobili alle anse (manici con la tipica forma ad S).
Interessa notare soprattutto la stilizzazione potente con cui sono rese le fisionomie delle persone incinerate.



Pendaglio in oro - Tomba Regolini-Galassi (Cerveteri)
  
L'ARCHITETTURA

Di recente un insieme di scoperte sensazionali ha fatto emergere testimonianze relative alle città e ai palazzi in cui risiedevano gli Etruschi, contribuendo a gettare nuova luce su di un capitolo ancora sconosciuto o quasi della storia di questo popolo. 
Gli scavi compiuti a Murlo, Poggio Civitate (Siena), Acquarossa, Musarna (Viterbo), Satrico (Latina), Roselle (Grosseto) hanno fatto riemergere suppellettili e materiali architettonici e scultorei utili alla ricostruzione della struttura e dell'arredo delle case etrusche. 
Uscita finalmente dal buio dei sepolcreti, la civiltà di questo popolo inizia a rivivere negli aspetti più immediati dell'esistenza quotidiana. 
Per quanto concerne l'architettura religiosa, dalle descrizioni romane sappiamo che i templi etruschi erano simili al tempio greco prostilo e rivestiti di terrecotte colorate. 
Statue decorative di notevoli dimensioni erano poste sui montanti del frontone e sul culmine del tetto, molto largo, lungo la trave portante, appesantendo notevolmente l'intera struttura, poco elevata in altezza. 
Si trattava dunque di una architettura dalle proporzioni tozze e dalle coperture grevi. 
Il frontone, originariamente vuoto, venne chiuso con lastre decorate ad altorilievo solo a partire dal III secolo a.C., e in età ellenistica sarà completamente occupato da grandi composizioni unitarie in rilievo policromo. 
Le colonne etrusche, di tipo tuscanico derivante dal modello delle prime colonne doriche, presentano base rotonda, fusto non scanalato (ossia liscio, privo dei caratteristici incavi longitudinali) ed echino (parte del capitello dorico, a forma di cuscino) rigonfio.


Ricostruzione e pianta di un tempio etrusco. Costruito su un alto basamento, con basse colonne, evocava le forme del tempio dorico; ma era più largo che lungo ed era diviso in due parti, di cui I'anteriore aperta e porticata


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sabato 21 dicembre 2013

ESPRESSIONISMO - IL PONTE (Expressionism - The Bridge - Die Brücke)

Ernst Ludwig Kirchner - Mezza figura nuda con le braccia alzate - Frankfurt Städel

IL PONTE

Nel primo decennio del Novecento si affermano nuovi valori spirituali ed estetici: gli artisti prendono coscienza che l'arte non può più essere soltanto contemplazione ma comunicazione e impegno costruttivo nella volontà di incidere concretamente sulla situazione storica contemporanea. Le origini dell'espressionismo sono da ricercarsi già nelle opere di fine '800 di EnsorMunch, anche se i presupposti del movimento sono riscontrabili nella visione angosciata della realtà di Van Gogh che, avvertendo la crisi dell'unità spirituale del suo secolo, aprì la strada a quella larga corrente artistica di contenuto che è appunto l'espressionismo moderno.

Tra il 1904 e il 1905 si forma a Dresda il gruppo Die Brücke (Il Ponte) che, pur condividendo l'esigenza comune al fauves di intensa espressività, anticipa ed esprime con un più acuto senso di angoscia esistenziale il malessere profondo della società, destinato a sfociare negli eventi tragici della prima guerra mondiale e successivamente nell'avvento del nazismo. 

Questi artisti rendono quindi più denso di contenuti il proprio messaggio e, sul piano stilistico, accentuano fortemente la carica emotiva del segno. 
Animatore del gruppo fu Ernst Ludwig Kirchner (1880-1938) attorno al quale si creò un sodalizio di altri artisti come Erich Heckel (1883-1970), Karl Schmidt-Rottluff (1884-1976) ed Emil Nolde (1867-1956).

Nella loro pittura si possono cogliere due diversi atteggiamenti: l'uno di aperto e violento contrasto con la civiltà borghese dell'epoca, l'altro invece di distacco e rifiuto della realtà per rifugiarsi in un'arte d'evasione. Comune a questi due filoni è comunque la volontà di rappresentare non più il mondo esterno ma l'universo interiore dell'artista, il suo modo di sognare e di pensare. Per arrivare a ciò è necessario deformare violentemente la realtà, stravolgendone le immagini e comunicando attraverso un colore non naturale, ma denso d'implicazioni psicologiche, una intensa carica emotiva e simbolica, spesso portata sino al parossismo.

Gli espressionisti tedeschi cercano la liberazione dell'uomo dando pieno sfogo a quelle emozioni trasgressive, istintive ed irrazionali che la cultura del tempo tende a controllare e a schiacciare. Si battono pertanto contro il lavoro industriale, inesorabilmente predeterminato in ogni sua fase, poiché lo ritengono la causa prima dell'infelicità dell'uomo moderno.

Rappresentante dell'architettura espressionista fu Erich Mendelsohn (1887-1953) che si oppose alla tendenza razionalista e funzionalista, rifiutando ogni geometria. Nella sua Torre Einstern, a Potsdam, crea una drammatica contrapposizione di pieni e di vuoti, modellando l'edificio quasi come se fosse una scultura.

Appartengono al filone della pittura espressionista Oskar Kokoschka (1886-1980), Egon Schiele (Tulln 1890-Vienna 1918), George Grosz (Berlino 1.893-1959), Otto Dix (1891-1969) e Max Beckmann (1884-1950), riuniti questi ultimi nel gruppo della Nuova Oggettività (Neue Sachlichkeit) e autori di opere satiriche di drammatica denuncia della situazione sociale negli anni precedenti il nazismo.

Per l'ampiezza di contenuti culturali, sociali e politici nonché per il carattere rivoluzionario, l'espressionismo si diffuse rapidamente in molti paesi d'Europa tra cui l'Italia.
In tal modo, più che un semplice "movimento artistico", divenne una chiave di interpretazione sofferta della realtà, che ritroviamo anche in alcuni artisti famosi dal secondo dopoguerra fino ai giorni nostri (Henry Moore, Graham Sutherland, Francis Bacon).


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SCRITTORI POLITICI DELL'800 ITALIANO - GIUSEPPE MAZZINI (Political writers of the nineteenth century Italian)


     
Trovo sia opportuno far conoscere anche scrittori più propriamente politici che, nella prima metà dell'Ottocento, agitarono il problema nazionale, o storicamente o filosoficamente; schiera copiosa e gloriosa: della quale non possiamo che ricordare pochi nomi. 
I più di questi scrittori discendono in linea retta dall'Alfieri, di cui hanno fatto propria l'italianità, e, talvolta, l'avversione alla Francia. Conquistare coscienza di popolo, era la prima condizione per la indipendenza e per la libertà. Ed era necessario che gli Italiani sentissero la grandezza del proprio passato, per poter costruire l'avvenire.

Tra i primi alfieriani si ricordano Santorre di Santarosa, torinese: che fu l'anima della rivoluzione piemontese del 1821: dopo l'esito infelice della quale emigrò in Inghilterra, e poi in Grecia; ove morì per la libertà di quel popolo, a Sfacteria, nel 1825. 
Del nobilissimo agitatore si sono pubblicate recentemente le Speranze degli Italiani.

Suo amico Cesare Balbo, anche lui torinese. Fu soldato e diplomatico; nel '21 sperò che il principe avrebbe data la costituzione: nel'48 fu presidente del Consiglio dei ministri: e si dimise dopo Novara. Morì nel 1853. Negli anni che precedettero la sua vita pubblica, egli si dette agli studi storici, che significarono per lui conoscenza dell'anima italiana e della missione
dell'Italia attraverso i secoli. 
Da quelle meditazioni uscirono i due volumi sulla Storia d'Italia, dal tempo della invasione longobardica: la Vita di Dante (1839), che è dei libri di più fervido e ragionevole ossequio a quel primo degli Italiani: il Sommario della Storia d'Italia (1846), libro di idee più che di notizie; in cui una visione soverchiamente simpatizzante per la Chiesa non consentì all'autore un'equa valutazione degli altri elementi della nostra civiltà. 
Due anni prima si erano pubblicate le Speranze d'Italia, che furono un evento nazionale. Per la prima volta il problema italiano era pubblicamente e concretamente trattato: e, al disopra delle congiure, stava, assai più efficace, la discussione.
In ciò fu l'importanza del libro, più che nelle tesi dell'autore: la prediletta delle quali era che l'Italia dovesse mirare ad ottenere dall'Austria spontaneamente la libertà e l'autonomia, per compenso degli aiuti che essa le offrirebbe in una impresa interessante la civiltà europea e cristiana: la guerra contro la Turchia.

Un altro grande torinese fu l'abate Vincenzo Gioberti, la cui altissima speculazione filosofica non perde mai di vista il problema nazionale, anzi è come il presupposto alla sua soluzione.
Esule, dal 1833, a Parigi, e poi a Bruxelles, ove insegnò in un istituto e trovò tempo e fede per comporre le più fervide sue opere, accorse nel '48 a Torino, ove fu eletto presidente della Camera, poi ministro dell'istruzione pubblica nel gabinetto Collegno. Dopo Novara, Vittorio Emanuele lo volle nuovamente al governo. Il suo atteggiamento ostile a Mazzini lo rese odioso ai repubblicani, come ai clericali l'atteggiamento liberale. 
Mori nel 1852, a Parigi, poco più che cinquantenne; né fu estraneo alla morte prematura il gigantesco lavorio mentale. 
La produzione del Gioberti coincide quasi tutta cogli anni dell'esilio. Il Primato morale e civile degli Italiani  (pubblicato nel 1843) fu l'opera che lo rese a un tratto famoso. 
E' una esaltazione dell'Italia nel suo passato e nel suo presente: come della nazione che la provvidenza ha eletto a maestra e guida per un ritorno dell'Europa alla vita dello spirito. La salute d'Italia è per I'autore in una federazione dei vari Stati, sotto la presidenza del papato, la più italiana e più universale delle potenze. Ma il clero non rispose alla chiamata del Gioberti, che lo voleva parte viva nella rinnovazione morale e politica della nazione. I Gesuiti si opposero; e contro di essi il Gioberti scrisse il Gesuita moderno (1847), e poi I'Apologia del Gesuita moderno (1848). 
Dell'anno precedente la sua morte è Il Rinnovamento civile d'Italia: un esame degli avvenimenti del '48 e del'49, il quale conclude alla necessità della unificazione d'Italia sotto lo scettro di casa Savoia, contro l'idea federale espressa nelle opere anteriori. 
In tutt'altro campo dal politico, interessa il trattato Del Bello, strettamente connesso alla filosofia idealistica del Gioberti, che egli espose in varie opere: La protologia, o Scienza prima..., l'Introduzione allo studio della filosofia..., La teoria del soprannaturale. 
La critica gli riconosce oramai uno dei posti più eminenti nel pensiero contemporaneo.

Terenzio Mamiani della Rovere, da Pesaro, esule dopo i moti di Romagna del '31, richiamato e fatto ministro da Pio IX, nel 1860, col Cavour, ministro dell'istruzione, morto nel 1885, fu autore di Inni sacri, in versi sciolti, condotti nella maniera degli inni così detti omerici: e di molte scritti filosofici; tra cui il Rinnovamento della filosofia antica italiana (1834) è una celebrazione del pensiero e della cultura italiana di fronte al pensiero e alla cultura straniera.


GIUSEPPE MAZZINI

Ma il più eloquente ed inspirato degli scrittori politici del tempo, ed insieme il maggiore agitatore della coscienza nazionale, fu Giuseppe Mazzini. 
Nacque a Genova il 18055. La madre, austeramente religiosa, contribuì non poco all'alto senso di moralità e alle tendenze mistiche del figlio. Tra passione della poesia e della letteratura prese l'adolescente: ma, più forte, la passione dell'Italia. 
Affigliato alla Carboneria, fu arrestato e condotto nel carcere di Savona: passò poi in Corsica. La conoscenza della politica francese lo persuase sempre più della necessità che l'Italia facesse da sé. Si era già staccato dai Carbonari, francesizzanti; e fondò la Giovine ltaliasocietà di fervidi patrioti, il cui periodico di battaglia, dello stesso nome, correva, nelle più diverse e ingegnose guise, per tutta l'Italia: e in tutta I'Italia sorgevano le Congreghe. 
In Piemonte si scopersero i nuovi congiurati. Molti fucilati: Jacopo Ruffini, l'intimo del Mazzini, si uccise. Il Mazzini era a Marsiglia; tentò una spedizione in Savoia, attraverso la Svizzera (1834), fallita miseramente. 
Condannato a morte dal re di Sardegna, rimase alcuni anni in Svizzera: spiato continuamente dalla allora internazionale polizia austriaca, riparò nel '37 a Londra. Provò la miseria, e l'avvilimento; ma presto si riprese. Collaborò in giornali inglesi e fondò l'Apostolato popolareE di là suscitava i vari movimenti rivoluzionari italiani; di Bologna, del '43, dei fratelli Bandiera, del '44, (benché egli cercasse invano di dissuadere i temerari giovani dal tentativo); di Rimini, del'45. 
Spesso riusciva a comparire fra noi. Fu nel '48 a Milano, ove fondò l'Italia del popolo: nel '49 a Roma, triumviro, con l'Armellini e il Saffi, della gloriosa Repubblica difesa da Garibaldi e uccisa dalle armi francesi. Allora nuovamente riparò il Inghilterra e continuò ad eccitare le congiure: miserabile quella che condusse ai processi di Mantova e al patibolo i martiri di Belfiore (1851-53).
Penetrò in Milano nel '53, a rincuorarvi una insurrezione parimente infelice: e ancora era in Italia nel'57, e fomentava sommosse.a Genova, a Livorno, a Napoli. 
Ma se le congiure esprimevano la forma eroica dell'italianità, il continuo insuccesso di quelle persuadeva altra via: quella proclamata dal Balbo, dal Gioberti e dal D'Azeglio: di affermare apertamente i diritti dell'Italia, e di raccogliere intorno ad uno stato forte, come il Piemonte, le simpatie nazionali. Così alcuni mazziniani stessi abbandonarono il maestro. 
Alle Congreghe si sostituì la Società Nazionalefondata nel 1857 dal messinese Giuseppe La Farina, storico non degli ultimi. Il Cavour segretamente approvava. 
Così si venne alla fortunata guerra del '59, alla spedizione garibaldina del '60, e alle annessioni. Il Mazzini, tenace nelle sue idee di repubblicano unitario, apprezzatore del sacrificio anche più che del successo, rimase a poco a poco solo, e circondato da oblio e da calunnie.
Deputato di Messina nel '65, la sua elezione fu annullata dal Parlamento. L'Italia ufficiale lo riguardava ormai come un pericoloso nemico. Nel '70, nell'ultima sua venuta in Italia, fu arrestato a Gaeta. Morì a Pisa nel 1872 e fu sepolto a Genova, nel camposanto di Staglieno.

Giuseppe Mazzini fu oggetto di tenaci amori e di ingenerosi odi. Oggi sta al disopra dei partiti. Si può ancora accusare come non pratica la sua politica. Non si può non ammirare !a sua rigida concezione morale, la sua fede nell'innato eroismo delle moltitudini, la sua religione del sacrificio, la sua volontà di una Italia grande innanzi tutto spiritualmente, e per la terza volta maestra di civiltà al mondo, la sua comprensione di ogni più delicato problema dello spirito, la sua religiosità. 
Gli scritti del Mazzini sono dettati in una prosa poetica, tutta fiamme di entusiasmo. Sono per lo più lunghi articoli, pubblicati nei periodici di cui fu collaboratore o direttore. Altri furono pubblicati dopo la morte, come le Note autobiografiche, interessantissime a conoscere la storia di quell'anima, i suoi propositi, i suoi entusiasmi e gli abbattimenti. 
Giovane, fu appassionato di letteratura; e lasciò saggi notevoli: quali Dell'amor patrio di Dante, ove riecheggiano le idee del Foscolo sul poeta: Della fatalità come elemento dranamatico, in cui preludia alla nuova tragedia, non più generata dal Destino, né dal Caso, ma dalla Provvidenza..., il Parallelo tra Byron e Goethe..., la Filosofia della musica
Degli scritti politici, che sono assai più, ricordiamo la Lettera di un italiano a Carlo Alberto di Savoia (1831); Lo Statuto della Giovine Italia; alcuni articoli fondamentali per la intelligenza del pensiero mazziniano, quali Dell'unità italiana (del 1833), la Lettera ai Siciliani a proposito della rivoluzione di Palermo del '48, la Lettera al Ministero francese, in difesa della Repubblica romana, I'Ammonimento ai giovani d'Italia del 1859, dopo la delusione del trattato di Villafranca, Italia e Roma..., la Questione morale..., Agli Italiani., programma dell'ultimo giornale da lui fondato, la Roma del popolo; il saggio sulla Rivoluzione francese
Tutta la sua predicazione contro il materialismo e I'individualismo, che egli considerava come i nemici maggiori del progresso e della dignità umana, e intorno alla necessità del sacrificio, egli concluse nel libretto I doveri dell'uomo, diretto agli operai. 
Le innumerevoli Lettere del Mazzini, raccolte dopo la sua morte, sono documenti di una spiritualità e di una sensibilità ricchissima.

Altri scritti e scrittori ci riconducono al Mazzini. Del Mazzini fu intimo, e collaboratore nell'Indicatore Livornese, Carlo Bini, da Livorno, morto giovane il 1842, autore del Manoscritto di un prigioniero, strano libro di tristezza e di ironia. 

Il romagnolo Felice Orsini, affigliato alla Giovine Italia, difensore di Venezia nel '48 e di Roma nel '49, fu condannato a morte a Mantova, e poi andò esule in Inghilterra, finché, in Francia, attentò alla vita di Napoleone III, perché ancora non si era mosso in aiuto dell'Italia: e fu suppliziato il 1859. Lasciò le sue Memorie politiche (1856). 

Un pio sacerdote, monsignor Luigi, Martini, che accompagnò al patibolo quasi tutti i martiri di Belfiore, narrò le ultime giornate di quei fervidi mazziniani, in un libro semplice e commovente, cui pose il nome di Confortatorio, così era chiamata la cella della fortezza, ove i condannati si preparavano alla morte. 

Ma dei martiri precedenti narrò nobilmente la vita i pistoiese Atto Vannucci, morto il 1883, nell'opera I martiri della libertà  italiana dal 17944 al 1848.


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giovedì 19 dicembre 2013

ESPRESSIONISMO - IL FAUVISME (Matisse, Derain, Vlaminck) Expressionism - Fauvism

Henri Matisse (1869-1954):Odalisca.
Opera della piena 
maturità, unisce la lezione coloristica
dei fauves ad 
un'organizzazione dello spazio geometrica e rigorosa


FAUVISME

Nel 1905 un gruppo di artisti indipendenti, in polemica con la cultura del loro tempo, diedero vita al movimento del Fauvisme.
L'epiteto ironico di "fauves" (belve) venne loro attribuito dal critico d'arte Louis Vauxcelles, impressionato dai colori molto violenti e contrastanti che comparivano nelle tele dl questi artisti d'avanguardia. Il loro linguaggio, massimamente aggressivo, si basava su di un'intensa passionalità, un esasperato soggettivismo e la totale libertà del colore. 
La figura più importante del gruppo fauve fu Henri Matisse (1869-1954) attorno al quale si riunirono altri pittori francesi come Maurice Vlaminck (1876-1958), André Derain (1880-1954), Raoul Dufy (7877-1953). 
Li univa la mancanza di una linea politica e di un programma prestabilito, oltre che una spregiudicata indifferenza per il tema da dipingere.

Per Matisse il fine principale della pittura è il raggiungimento di un'armonia cosmica, cui partecipano uomo e natura, visti in un continuo ritmico divenire. Attraverso l'andamento elegante e musicale della linea, tutta ampie e morbide curve, e la fluidità del colore, puro, steso a tinta piatta, capace di generare lo spazio, Matisse rivela uno slancio vitale, una "gioia di vivere" espressi al massimo grado proprio nel quadro intitolato Gioia di vivere (1905-06).
L'ideale di Matisse era di fare dell'opera pittorica un organismo autonomo che si articolasse attraverso l'armonico equilibrio di colore, linea e forma.



Giardini a Chatou - Maurice Vlaminck 

Tra gli altri esponenti fauves Vlaminck è forse il più vicino agli espressionisti tedeschi per la spiccata passionalità del temperamento. I suoi paesaggi (Giardini a Chatou del 1904) sono tutta accensione cromatica e scatto emozionale.
Quanto Matisse è meditativo e logico, tanto Vlaminck appare focoso ed istintivo, fautore di una totale identità tra arte e vita. Il suo è un colore vitale, denso di energia; il segno immediato, rotto; le pennellate veloci e serpeggianti, alla Van Gogh, l'unico suo riferimento.



Ponte di WestminsterAndré Derain 

Derain, invece, pur scomponendo le forme nell'intensità dei colori puri, colloca costruttivamente figure ed oggetti nello spazio. L'arbitrarietà cromatica delle larghe pennellate, pastose e libere, mostra come il colore possa essere un elemento puramente espressivo anziché un mezzo per raffigurare la realtà.
Nel celebre Ponte di Westminster (1905) il paesaggio è totalmente reinventato (strada verde, alberi scarlatti, fiume e cielo giallo-oro) nella sua veste cromatica, ottenendone un'inedita e smagliante interpretazione visiva. Pur abbandonandosi alla gioia immensa del colore di pura invenzione, Derain non viene meno ad uno scrupolo di rigore costruttivo sconosciuto agli altri fauves


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