mercoledì 29 gennaio 2014

ARTE NEL PORDENONESE (Art in Pordenone)

ARTE NEL PORDENONESE

UN AFFRESCO VOTIVO A VALVASONE


Quando si considera il patrimonio culturale friulano, non si deve dimenticare che molta parte, per la sua esatta comprensione, hanno le manifestazioni d'arte minore, tra le quali posto di preminenza occupano gli affreschi devozionali che ancora numerosi sussistono, pur se quotidianamente - si può dire - assistiamo alla loro scomparsa.
Un bell'esempio della loro importanza era questo affresco di via Trento 16 a Valvasone (non so se esiste ancora), copia del XIX secolo di un dipinto del 1605 eseguito da Anzolo da Portogruaro e conservato nel duomo di Valvasone. Il Cristo in pietra è lavoro recente di Severino Botto. L'insieme raffigura la S. Croce tra S. Elena e l'imperatore Costantino.


IL PORTALE DELLA PARROCCHIALE DI S. GIOVANNI DI CASARSA


Potrà non piacere, in quanto rappresenta un gusto che da poco è andato in disuso, "vecchio" quindi, e non ancora "antico", ma la parrocchiale di S. Giovanni di Casarsa è un monumento di notevole interesse per la sua organicità, un esempio tra i meglio conservati del "neogotico" nostrano.
Molti artisti (scultori, decoratori, intagliatori, orefici, artisti del ferro) vi hanno lavorato: tra gli altri, il cordenonese Luigi De Paoli (1857-1947) scultore legato al mondo classico, autore del bassorilievo con il Battesimo di Gesù nella lunetta del goticheggiante portale.


UN DIPINTO DEL PORDENONE


Il 1984 è stato un anno importante per l'arte friulana del Rinascimento. In occasione del quinto centenario della nascita di Giovanni Antonio Pordenone è stata infatti allestita a Passariano una grande mostra dei dipinti del maestro e di altri pittori friulani operanti tra la fine del XV e la fine del XVI secolo. Tra le opere più apprezzate, questa "Conversione di Saul". 
E' una delle parti interne delle portelle dell'organo del duomo di Spilimbergo, risale al 1524 e mostra nell'impaginazione larga e negli scorci arditi prerubensiani una delle caratteristiche più stupefacenti della poetica "pordenoniana".



UN AFFRESCO DEL TIUSSI A MORSANO


Chiesa di S. Rocco a Morsano al Tagliamento
Tra il 1500 ed il 1575 vive il pittore Marco Tiussi, figlio del pittore Giampietro da Spilimbergo, artista (o artigiano) di modestissima levatura, riportato in luce dall'oblio in cui era caduto da Goi e Metz una quarantina d'anni fa. E l'antipordenone per eccellenza: tanto quello brilla di capacita inventive e tecniche (sì da porsi a capo della scuola friulana), tanto Marco abbassa a livello naif la sua pittura, evidenziando anche scarsissime cognizioni tecniche.
Sappiamo addirittura che un nobile, messer Troilo, nel 1544 voleva rompere il contratto stipulato con il Tiussi (che doveva affrescare una parte del castello di Spilimbergo) perché le sue pitture non duravano. Ciò nonostante molte furono le commissioni di lavoro per il Tiussi, che operò soprattutto lungo la fascia tilaventina. 
Uno dei suoi più complessi affreschi è quello che si trova nella chiesa di S. Rocco a Morsano al Tagliamento, eseguito nel 1558: rappresenta la Madonna con Bambino tra S. Rocco e S. Sebastiano; sulla destra jl donatore inginocchiato, sovrastato da una lunga scritta. E', in pratica, un ex voto su muro.



IL SARCOFAGO DI WALTERPERTOLDO



Nella suggestiva cripta del duomo di Spilimbergo (che nel 2014 celebra i settecentotrenta anni dalla fondazione) è stato collocato da qualche anno il sarcofago di Walterpertoldo (II di Zuccola e IV di Spilimbergo) che prima sì trovava nella piazza del duomo. 
Risale alla fine del XIV secolo (un'iscrizione ricorda la nomina di Walterpertoldo a cavaliere avvenuta a Roma nel 1354 ed il successivo incarico a Treviso dove morì nel 1382) ed ha splendidi capitelli lavorati e telamoni che sostengono il cassone su una delle facce del quale campeggia - in bassorilievo - lo stemma degli Spilimbergo.



AFFRESCHI A TAURIANO



Durante i restauri effettuati dalla Soprintendenza agli affreschi del coro della parrocchiale di Tauriano di Spilimbergo e riaffiorata una scritta con la data 1502 ed il nome del pittore: Giampietro da Spilimbergo. E' così stato possibile dare paternità esatta ad un bel ciclo d'affreschi, con Dottori della Chiesa, Storie di San Nicola e della vita di Cristo. 
In essi Giampietro si mostra artista bloccato e convenzionale nell'impaginazione e nell'uso di cupi colori nella volta, e fresco e ingenuo narratore, calligrafico e sgrammaticato, dove può dispiegare le scene in spazi più ampi.



IL PILACORTE NEL DUOMO DI SPILIMBERGO



Giovanni Antonio Pilacorte da Carona, sul lago di Lugano, venne in Friuli poco dopo il 1480 e fisso la sua dimora a Spilimbergo. Artista estremamente prolifico, diffuse l'amore per I'intaglio della pietra in tutto il Friuli: fu imitato (e talora copiato) da una larga schiera di lapicidi. 
A Spilimbergo molte opere gli vengono attribuite, non sempre a ragione. I lavori di più alto impegno sono quelli che a varie riprese condusse nel duomo: il fonte battesimale, l'altare del Carmine, quello di San Giovanni, ricchissimi di intaglio. 
Soprattutto splendida e la balaustra che dà accesso alla cappella del Carmine, in cui perfetta è la fusione dei motivi ornamentali con la struttura architettonica. Sopra di essa sono posti quattro angeli reggicandelabro che rappresentano una delle più felici realizzazione del maestro. 
La grazia dell'espressione, la classica compostezza, l'inanellare i boccoli, il tenue chiaroscurare derivano certamente dall'arte veneziana di Pietro e Tullio Lombardo, ma il Pilacorte riesce a far suoi i motivi appresi ed a conferire loro una provinciale plastica serenità.


UN VESPERBILD A SACILE

Chiesetta della Pietà - Sacile
Tra la scultura dei Quattrocento in Friuli merita un particolare rilievo il folto gruppo dei Vesperbilder (o Pietà: raffigurazioni delIa Madonna addolorata che tiene sul grembo il corpo inanimato del Cristo) esistenti nella regione: una dozzina, dei quali - in provincia di Pordenone - a Sesto al Reghena, S. Vito al Tagliamento, Castel d'Aviano e Sacile (chiesetta della Pietà).
Quest'ultimo, databile alla f ine del'Quattrocento, può essere assegnabile ad un artista che "traduce" in ritmo e modi italiani il modello salisburghese dal quale tutte queste sculture derivano.



RITRATTI DEL FISCHER


Ritratto della contessa Irene Altan di Spilimbergo
Il pittore lsacco Fischer di Augusta (1630-1706), trasferitosi giovane ancora in Friuli si dedicò prevalentemente al ritratto: in essi si dimostrò abile nella ricerca delle notazioni somatiche, nell'uso del colore, nell'amore per i particolari, ma freddo e convenzionale nell'insieme. Numerosi sono i ritratti eseguiti soprattutto per le nobili famiglie Maniago e Altan. 
Di lui rimangono anche pale d'altare, tra le quali una nel duomo dì Maniago (1660) ed un'altra nella parrocchiale di Porcia (1674).


IL DUOMO DI AVIANO



La presenza in Udine nel 1778 e poi ancora nell'89-90 del trevigiano Francesco Riccati (1781-1791) appartenente ad una famiglia di studiosi di matematica, letteratura, musica, architettura, ha non poca incidenza sul trapasso dell'architettura friulana dalle forme barocche (pur blande e misurate) dell'inizio del secolo a quelle neoclassiche e contribuisce a vivacizzare l'ambiente culturale nel quale, almeno a livello speculativo, i pittori mostrano di essere al passo con i tempi.
Delle molte ville progettate dal Riccati di cui parlano le carte, non una finora è stata identificata; rimangono invece l'altare delle Reliquie (1790) nel duomo di Udine e, soprattutto, il duomo di Aviano (iniziato nel 1777), ad unica navata, che dimostra a sufficienza il "credo" illuminista dell'architetto: facciata con quattro semicolonne (poggianti su un dado esageratamente alto) che sostengono un ampio frontone sormontato da tre statue: aula luminosa, con elementi architettonici bene evidenziati.







lunedì 27 gennaio 2014

LE ORIGINI DELL'ARTE (Origin of art)

Profilo di un toro su roccia nella grotta di Lascaux in Dordogna

IL PALEOLITICO E IL NEOLITICO

È solo da poco più di un secolo che le manifestazioni artistiche della preistoria sono state valutate sotto una luce positiva. Dalle prime scoperte casuali (come quella della grotta di Altamira, in Spagna, nel 1879) si passò ad indagini sistematiche che permisero di giungere ad una prima classificazione e datazione dei manufatti.



Particolare della grotta di Altamira

L'uomo primitivo, portatore di una cultura ben più evoluta di quanto si fosse sino ad allora immaginato, usava le caverne non solo come dimora o rifugio, ma anche come luogo di culto, nel quale si svolgevano riti propiziatori per le cacce. E in questo ambiente che le immagini, tracciate sulle pareti con nerofumo e sostanze vegetali, oppure graffite (in rari casi anche scolpite in altorilievo) si caricano di una magica forza evocativa: gli animali (bisonti, cervi, cavalli, tenne, mammuth, stambecchi) sono dominati, feriti, catturati.

Oltre ad Altamira va ricordato anche il grande complesso di Lascaux in Dordogna, ed in Italia la grotta dell'Addaura nel Monte Pellegrino presso Palermo.

Oltre all'arte parietale, si individua nel paleolitico un'arte detta mobiliare, che comprende oggetti d'uso decorati e piccole sculture.
Vanno in particolare ricordate le cosiddette Veneri, diffuse dalla Francia agli Urali (in Italia celebre è quella di Savignano), figurette femminili appena sbozzate, con un modellato che accentua alcune parti anatomiche come simboli di fecondità.


Venere di Savignano

Con la rivoluzione neolitica, nella quale l'uomo da cacciatore diviene agricoltore in insediamenti stabili (primi villaggi di capanne), si assiste ad una altrettanto rivoluzionaria apparizione di un nuovo materiale: la ceramica (dal greco kéramos, argilla, vasellame).
Le prime prove sono molto rozze: il blocco d'argilla è sommariamente modellato con le mani e decorato con impressioni, incisioni, graffiti geometrici.
Con l'introduzione della lavorazione al tornio è possibile ottenere manufatti molto più raffinati, di forma regolare e simmetrica.
Sulla base della forma e del tipo di decorazione del vaso è stato possibile individuare le diverse aree culturali, tra cui ricordiamo ad esempio quella danubiana (con linee incise) e quella dell'Italia settentrionale (vaso campaniforme).

Tra i più significativi prodotti ceramici del neolitico sono i vasi con decorazione dipinta a più colori (rosso, bruno, bianco e nero) dell'Italia meridionale.


L'ETA' DEI METALLI

Il termine preistoria è convenzionalmente usato per indicare uno stadio culturale precedente la comparsa della scrittura (avvenuta all'incirca nel 3000 a.C. in Egitto e Mesopotamia).
Quindi si assiste ad un differenziato sviluppo a seconda delle aree geografiche considerate.

In Europa, nell'età del bronzo, è notevole il fenomeno dell'architettura megalitica (dai termini greci mégalos = grande, e lithos = pietra), che consiste nella costruzione di grandiosi blocchi di pietra che vengono infissi singolarmente in senso verticale nel terreno (menhir) , o riuniti in sistemi semplici, ad esempio in tre pietre, di cui due verticali sormontate da una orizzontale, con funzione di culto, commemorativa o funeraria (dolmen).



 Stonehenge

Celeberrimi sono i complessi di Stonehenge nella piana di Salisbury (lnghilterra), e di Carnac in Bretagna, con più di 2.500 menhir.

Sempre nello stesso periodo vi è una ricca documentazione di arte rupestre, come ci testimoniano le incisioni della Scandinavia meridionale, Irlanda, Galizia, il gruppo del Monte Bego (Alpi Marittime) e quelle più tarde della Valcamonica (IX-VIII secolo a.C.).
A questo contesto europeo si riferiscono anche le incisioni dell'alto Atlante in Marocco.

I temi più frequenti sono quelli della fecondità e del lavoro nei campi, ma appaiono anche raffigurazioni di rami, che dovevano avere un ruolo particolare nella celebrazione dei riti.

Tra Bologna e Parma nell'Ottocento vennero rinvenuti resti di abitati contrassegnati da cumuli di terra scura detti terremare. Alcuni presentano tracce di palafitte e argini, probabilmente contro le inondazioni.


LE CIVILTÀ URBANE: EGITTO E MESOPOTAMIA

L'EGITTO
  
Le piramidi di Cheope, Chefren e Micerino. Risalenti alla IV dinastia e costruite in calcare del posto, si articolano al loro interno in una rete di corridoi e gallerie.

L'età del bronzo ha il suo punto di massima fioritura nella civiltà egizia. Unificati i due regni (alto e basso Egitto) dal faraone Menes, la valle bagnata dal Nilo e arricchita dalle sue periodiche inondazioni diviene la culla di una prestigiosa civiltà.
Paradossalmente le nostre informazioni provengono non tanto dalle città dei vivi quanto da quelle dei morti: le grandiose necropoli dove sono state rinvenute le imponenti tombe dei faraoni.
Simbolo stesso della civiltà egizia è la piramide, rappresentazione materiale dei raggi del sole che proteggono il corpo del re.
Da una prima forma a gradoni (detta mastaba, come quella di Zoser a Saqqarah) si passa a quella a pareti lisce, di estrema purezza geometrica (piramidi di Cheope, Chefren e Micerino a Gizah presso Il Cairo).


La Sfinge accanto alla piramide di Chefren 

Accanto alla piramide di Chefren si eleva I'enigmatica Sfinge, che rappresenta il faraone, con il corpo di leone e la testa umana.

Mentre le piramidi sono collocabili cronologicamente nell'antico regno, di epoche più recenti (medio e nuovo regno) sono testimonianza i templi funerari ricavati nella viva roccia (Luxor e Karnak).
Alla complessità strutturale di questi edifici si univa un'altrettanto complessa elaborazione decorativa, che coinvolgeva pittura e scultura.
La pittura egizia rispondeva a criteri magici e simbolici: i corpi e gli oggetti dovevano essere raffigurati in posizioni e atteggiamenti convenzionali, senza alcun riguardo alla verosimiglianza. 
Ad esempio nel viso, rappresentato di profilo, l'occhio appare invece di prospetto e spesso di proporzioni maggiori, per evidenziare l'espressione ed esaltarne l'importanza.
La statuaria ha caratteristiche di monumentalità e fissità ieratica, cioè predilige gli atteggiamenti rigidi e solenni propri della divinità.


LA MESOPOTAMIA
  
Ziggurat del Dio della Luna Nanna 

Un importante capitolo della storia del Vicino Oriente antico è costituito dalla civiltà assiro-babilonese nata e affermatasi lungo il corso dei secoli nella regione mesopotamica.
Nel Sud del paese tra i due fiumicome i Greci chiamarono la Mesopotamia (oggi corrispondente a parte del territorio iraniano e irakeno) , la fertllità del terreno, ottenuta col controllo delle inondazioni del Tigri e dell'Eufrate, e la rapida evoluzione di una società sempre più complessa, determinarono uno sviluppo notevole dell'agricoltura e di una grande rete commerciale. Quest'ultima trovò i suoi nodi principali nei centri urbani, sede del potere politico, religioso e amministrativo.
Le città-stato dei Sumeri (prima popolazione storicamente attestata nella zona) erano poste sotto la protezione di una divinità, rappresentata in terra dal sovrano, e si articolavano attorno ad un tempio-santuario di mattoni, dalla caratteristica struttura architettonica piramidale.
Tale costruzione, chiamata Ziggurat, era formata da grandi terrazze di dimensioni decrescenti, poste l'una sopra l'altra e collegate da ripide scale che portavano alla sommità della torre. Qui sorgeva la cella (che fungeva anche da osservatorio astronomico) sede della divinità.
Tra gli esemplari meglio conservati ricordiamo la Ziggurat del Dio della Luna Nanna a Ur (lraq), risalente al periodo neosumerico (2230-2006 a.c.).

Le mura di Ninive

La civiltà sumera scomparve in seguito all'invasione dei bellicosi Assiri, che crearono un vasto impero esteso dall'Egitto all'Asia Minore.
Popolazione guerriera, lasciò una grandiosa testimonianza della propria cultura negli splendidi palazzi reali di Nimrud, Khorsabad e Ninive, decorati lungo le mura interne da una serie di originali rilievi dipinti.
Si tratta di raffigurazioni prevalentemente a carattere storico intese a celebrare la potenza e il valore del sovrano, impegnato in battute di caccia, o in sanguinosi combattimenti o infine in solenni parate militari. Compare qui, specie nelle scene con animali, un senso del movimento e dello spazio estraneo all'esperienza egizia e sumera.
La predilezione per una decorazione vivace e policroma si esprime nell'uso frequente della ceramica smaltata, nonché nella resa minuziosa dei dettagli ornamentali di vesti ed oggetti.










sabato 11 gennaio 2014

Ambraliquida bagnogel - L'Erbolario

Chioma autunnale di Liquidambar styraciflua - Dall'incisione della corteccia si raccoglie una resina dall'aroma di incenso (ambra liquida) che viene impiegata nell'industria della cosmesi come fissatore di profumi. In Europa e in Italia viene impiegato come specie ornamentale in parchi e giardini

Ambraliquida bagnogel - l'Erbolario


Possiedo un centinaio di campioncini di prodotti detergenti e di bellezza, alcuni trovati in riviste, altri mi sono stati donati in farmacia, in profumeria e in erboristeria, altri li ho richiesti direttamente alle ditte produttrici, una piccola collezione di cui sono gelosissima anche se in realtà non me ne faccio niente.

Secondo il mio parere i campioni di crema per il viso contengono troppo prodotto mentre quelli di crema corpo e bagnoschiuma troppo poco.

Ma perché vi sto raccontando questa cosa , vi chiederete voi, ve la racconto perché oggi, dopo aver letto un parere su un sito di opinioni sul bagnogel Ambraliquida, mi è venuto in mente che nella mia scatola delle meraviglie c'era proprio un campioncino di questo bagnoschiuma, così per la mia doccia serale ho deciso finalmente di utilizzarlo.

La quantità contenuta nella bustina sarà equivalsa sì e no a un cucchiaio di un liquido denso e ambrato, non basterà mai, mi sono detta, invece è bastato eccome!

L'ho versato sulla spugna bagnata e man mano che la passavo sul corpo si formava una morbida e profumatissima schiuma che mi ha immediatamente trasportata negli hammam turchi dove il gorgoglio dell'acqua, i vapori e i profumi della rosa e dell'ambra stordiscono i sensi....

Esagerata? forse un pochino sì, o più probabilmente è la voglia di vacanza che mi fa sognare ad occhi aperti, comunque vi garantisco che la fragranza di questo bagnoschiuma è davvero gradevolissima.

Anche se all'inizio l'essenza prepotente dell'ambra potrebbe apparire eccessiva dopo alcuni minuti il profumo che si avverte è lieve, delicato e per niente stucchevole.

Che dire poi della morbidezza della mia pelle dopo questa doccia di bellezza, merito delle Microsfere di Vitamina E contenute nel prodotto che contribuiscono a mantenere la cute elastica e vellutata, e dell'olio di Sesamo che con le sue proprietà lenitive combatte l'eccessiva secchezza della pelle, tanto da non ho neppure avvertito la necessità di usare la mia solita crema idratante dopobagno.


Liquidambar Orientalis
Ma da dove arriva questo prezioso profumo? Il Liquidambar orientalis è un albero da cui si ricava lo Storace, una resina scura e aromatica che da sempre viene utilizzata per profumare gli ambienti e per curare e proteggere l'epidermide, sembra inoltre che spalmare sulla pelle prodotti al profumo di Storace prima di andare a dormire possa favorire le nostre capacità oniriche.

Di seguito pubblico l'INCI per chi ci tiene a sapere cosa mette sulla propria pelle, io sinceramente non indago più di tanto, mi fido di questo marchio e l'uso dei suoi prodotti non mi ha mai causato spiacevoli reazione nonostante abbia la cute molto sensibile.

INCI :
Aqua, Sodium Lauroyl Sarcosinate, Acrylates Copolymer, Profumo, Coco Glucoside, Caprylyl/Capryl Glucoside, Sodium Lauryl Sulfoacetate, Liquidambar Orientalis Resin Extract, Sodium Sesamphoacetate, Sodium Cocoyl Wheat Amino Acids, Potassium Cocoyl Pca, Tocopheryl Acetate, Agar, Alginic Acid, Glycerin, Disodium Laureth Sulfosuccinate, Polysorbate 20, Peg 4 - Aminomethyl Propanol, Butylphenyl Methylpropional, Citronellol, Coumarin, Geraniol, Ci 77891, Phenoxyethanol, Potassium Sorbate, Sodium Benzoate.

Che altro aggiungere se non che il mio prossimo acquisto Erborario sarà proprio questo bagnogel che viene venduto al costo di 9,50 euro per 250 ml di prodotto... e magari mi regalo anche l'acqua di profumo e la crema per il corpo.... ma sì dai che poi faccio bei sogni!




Pubblicato da Marianna S. a 14:45

I segreti del panettone - Panettone farcito di gelato e melagrana


I segreti del panettone - Panettone farcito di gelato e melagrana



Milanese quanto la Madonnina e i Navigli, oggi il panettone è uno dei dolci natalizi più apprezzati in ogni regione. Amato (o odiato dai nemici di uvetta e canditi) e onnipresente sulla tavola delle feste, è il protagonista assoluto, per qualche mese, sugli scaffali dei supermercati. I panettoni industriali, subito dopo il 25 dicembre (e a volte anche prima), costano quasi meno del pane. Un affare? Non proprio: quando si sceglie un panettone, infatti, la prima cosa da controllare non è il prezzo, bensì l’etichetta. Il valore del panetùn, infatti si misura nei suoi ingredienti. Altrettanto importante è la sensazione al tatto, ossia la consistenza della pasta sotto le dita: deve essere morbida e non gommosa, con una trama omogenea.

Meno gli ingredienti sono pregiati e più scende il prezzo: per questo l’etichetta è importante. Qui trovate farina, uova, burro, zucchero, lievito, uvetta e canditi. State attenti all’ordine, che indica la loro presenza in quantità decrescente: lo zucchero è il prodotto meno costoso, quindi se ce n’è troppo significa che si è risparmiato sugli altri ingredienti. Per esempio si sono usati uova in polvere ( i produttori non sono obbligati a indicarlo) oppure oli idrogenati (margarina) al posto del burro. Questo può invece essere sostituito, mantenendo inalterata la qualità, da panna o siero di latte congelato.

Un ruolo di spicco lo ricopre il lievito: il migliore è quello naturale (detto anche pasta madre). Ottenuto dall’acidificazione di acqua e farina, sviluppa diversi tipi di saccaromiceti che, fermentando, migliorano la consistenza e la digeribilità della pasta, proteggendola inoltre dai batteri.

Preparato con cura e con i giusti ingredienti il panettone non avrebbe bisogno di conservanti: è infatti un prodotto caratterizzato da una forte stagionalità, che ha un ciclo di vita breve. Una volta aperto, se avanza, non deve essere lasciato all’aria perché non perda la sua fragranza: va conservato dunque nel suo sacchetto o in una scatola di latta.

Tra gli ingredienti non dovrebbero esserci neppure coloranti (per renderlo più giallo, se sono state usate poche uova) o aromi, che danno quel profumo che ingredienti di scarsa qualità non sanno creare.

Il tocco finale è dato dai canditi (arancia o cedro, anche se non è obbligatorio segnalarlo in etichetta e alcune aziende usano la zucca, più economica) e dalle uvette. Per chi non li ama sono state ideate variati che tolgono o aggiungono in gradienti come il cioccolato o creme, “strappi alle regole” che soddisfano il palato. E in fondo è questo, lo scopo di un dolce di festa: inutile quindi stare a guardare le calorie!



E ora una ricetta semplice e di grande effetto:

PANETTONE FARCITO

DI GELATO E MELAGRANA


tempo di preparazione 20’ + il tempo di riposo

Ingredienti per 8 persone:

1 panettone di circa 1 kg

1 kg di gelato alla vaniglia

3 melagrane

100 g di pistacchi tostati e tritati

zucchero a velo, per decorare

Tagliate una fetta spessa 2 cm alla base del panettone e tenetela da parte (servirà per chiudere il dolce a fine preparazione).

Sempre dalla base, svuotare il panettone: ritagliare un cilindro con un lungo coltello, lasciando 2 cm dal bordo, ed estrarre la soffice pasta interna.

Aprite le melagrane e sgranatene i chicchi; riunitene i 2/3 in una ciotola con il gelato, il pistacchio e mescolate; tenete da parte un poco del composto e inserite il rimanete all’interno del panettone; compattate la farcia con il dorso di un cucchiaio bagnato.

Spalmate la farcia rimasta sulla fetta di panettone tenuto da parte e usatela per chiudere il fondo.

Avvolgete il panettone nella pellicola e mettetelo in freezer per almeno 4 ore.

Togliete il panettone farcito un’ora prima di servirlo; tagliatelo a fette e disponetele nei piatti; decorate con i chicchi di melagrana rimasti e spolverizzate con zucchero a velo.






Menù Natalizi - Piemonte


Menù Natalizi - Piemonte




In Piemonte il menù natalizio si apre con un trionfo di antipasti tradizionali: il batsoà (zampini di maiale fatti prima bollire e poi fritti); la finanziera, sostanzioso piatto a base di carne, animella di vitello, creste di gallo e fegatini di pollo; i capunet (vedi ricetta); il vitel tonnè e le acciughe al verde.

Tra i primi non possono assolutamente mancare fumanti zuppiere di agnolotti al plin ( ovvero il pizzicotto) conditi col sugo dell’arrosto e i classici ravioli.

Il Cappone di Morozzo al forno è invece il grande protagonista del pranzo del 25 insieme al gran bollito di bue grasso di Carrù e Moncalvo.
Naturalmente non possono mancare le verdure in bagna cauda.

Per quanto riguarda i dolci imperdibile la mousse di mele rosse Igp, la torta di nocciole e zabaione e il torrone d’Alba.


Capunet


CAPUNET

Ingredienti per quattro persone:

400 grammi di avanzi d’arrosto o in alternativa del macinato fresco
1 tazza di latte
2 fette di panacarré
100 grammi di Parmigiano reattuggiato
200 grammi di mortadella in un’unica fetta
3 uova
8 foglie di verza
1 piccola cipolla
1 mazzetto di prezzemolo e maggiorana
2 spicchi d’aglio
Sale e pepe
Abbondante olio di arachidi

Mettete in ammollo il pancarré nel latte
Scottate le foglie di verza in acqua bollente salata e una volta tolte dall’acqua stendetele su un canovaccio
Tritate in modo grossolano la carne e la mortadella
Unite al trito il pane ammorbidito nel latte, le erbe e l’aglio tritati finemente, le uova, la cipolla e il formaggio grattugiato
Sistemate di sale
Sistemate il composto ottenuto sulle foglie di verza e arrotolatele
Fissate il fagottino con filo da cucina
Friggete in olio

La mortadella può essere sostituita con prosciutto o salame
La cottura può essere fatta anche in forno avendo l’accortezza di cospargere di pane grattugiato i fagottini


Buon appetito!!!


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