giovedì 19 novembre 2015

lunedì 16 novembre 2015

* I PROMESSI SPOSI - Alessandro Manzoni (Versione scolastica)

Alessandro Francesco Tommaso Antonio Manzoni (Milano, 7 marzo 1785 – Milano, 22 maggio 1873)


(Versione scolastica)





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MARIA MONTESSORI - Pedagogia (Pedagogy)

Maria Tecla Artemisia Montessori (Chiaravalle, 31 agosto 1870 – Noordwijk, 6 maggio 1952)
Fu un'educatrice, pedagogista, filosofa, medico e scienziata italiana,
internazionalmente nota per il metodo educativo che prende il suo nome,
adottato in migliaia di scuole materne, primarie, secondarie e superiori in tutto il mondo;
fu tra le prime donne a laurearsi in medicina in Italia.

Gli italiani la conoscono come una signora dall'aria materna e rassicurante che ha campeggiato a lungo sui biglietti da mille lire, unica donna effigiata sulle nostre banconote, ma nella sua lunga vita è stata una donna trasgressiva e inquieta, tanto che, quando le veniva chiesto di che nazionalità fosse, rispondeva: "Vivo in cielo, il mio paese è una stella che gira attorno al sole e che si chiama terra". 
Nata nel 1870 a Chiaravalle (Ancona), figlia unica d'una famiglia colta - il padre era un alto funzionario delle Finanze - che si aspettava da lei un destino eccezionale, Maria vi corrispose frequentando una scuola tecnica (dov'era l'unica ragazza iscritta) e, superato l'esame di maturità con ottimi voti, iscrivendosi a medicina, che frequentò con profitto, affrontando con coraggio le situazioni più difficili: pare che entrasse nelle sale di anatomia per sezionare i cadaveri stringendo sotto il naso un fazzolettino profumato. La scelta d'una via "maschile" non s'accompagnava però a una cancellazione della femminilità: era bella ed elegantissima, come la rappresenta un ritratto del 1896 pubblicato su L'illustrazione popolare, che voleva mostrare ai lettori come la giovane dottoressa riuscisse a coniugare vanità femminile (dai capelli ondulati a un magnifico abito ricamato) e professione. 
I suoi successi scientifici, conseguiti in un'atmosfera culturale fortemente influenzata dal positivismo, le valsero riconoscimenti e borse di studio, e la portarono a partecipare a una ricerca sui bambini ritardati con un collega, Giuseppe Montesano, a cui fu legata sentimentalmente. 
Dalla relazione nacque, nel 1898, un figlio, Mario, che partorì di nascosto e affidò a una famiglia. Dopo la morte di sua madre, Maria poté prendere il figlio, ormai quattordicenne, a vivere con sé, dicendo che era un nipote. La rinuncia al figlio e la drammatica fine della sua storia d'amore - dal momento in cui seppe che Montesano avrebbe sposato un'altra donna prese a ve§tir§i solo di nero, in lutto eterno per quell'amore finito - segnarono senza dubbio un cambiamento fondamentale nella sua vita. 
Non solo la sua militanza femminista divenne sempre più aperta e intensa (nel 1899 fu inviata a rappresentare I'Italia nel congresso femminista di Londra) ma cambiò interessi di ricerca, passando dai bambini disturbati a quelli normali. Non potendo allevare suo figlio, divenne la maestra di tutti i bambini, inventando un nuovo metodo pedagogico che doveva renderla famosa in tutto il mondo e da lei prenderà il nome.


  
In questo periodo difficile s'avvicinò a una nuova dottrina che univa religione e scienza, la teosofia, sorta in ambienti anglosassoni ma che si stava diffondendo rapidamente nel mondo. 
Nel 1899 Maria diventò infatti membro della Theosophical Society, a cui rimase legata per tutta la vita, come dimostra il fatto che durante la seconda guerra mondiale, costretta a rimanere in India, fu accolta ad Adyar, vicino a Madras, nella sede principale della società. L'appartenenza a questa associazione internazionale, strettamente legata all'ambiente massonico, facilitò senza dubbio la diffusione del suo metodo pedagogico nel mondo. 
Se si analizzano le sue opere, si scopre che le teorie teosofiche l'hanno profondamente influenzata, anche se l'autrice tace questa influenza probabilmente perché, secondo il principio teosofico, l'esperienza personale attraverso cui nasce la conoscenza della verità deve rimanere segreta. Del resto la Montessori fu sempre restia a rivelare le fonti del suo pensiero, come l'influenza che ebbe su di lei il pensiero del pedagogista americano Séguin. 
Maria si convinse che i bambini erano ricchi d'un potenziale sconfinato e che I'adattamento alla società richiesto dalla famiglia non faceva che tarpare le loro possibilità di realizzazione. 
Mescolando le proprie idee con quelle di altri (Jean-Jacques Rousseau, Johann Heinrich Pestalozzi, Séguin, Friedrich Fröbel), diede forma alla teoria che il bambino si autoeduca manifestando liberamente e spontaneamente i propri interessi e tendenze.

La prima prova concreta delle sue idee educative fu realizzata nel 1907 a Roma, nella Casa dei bambini aperta nel popolare quartiere di San Lorenzo da un banchiere filantropo. Pochi mesi dopo ne venne fondata un'altra ancora a San Lorenzo, nel 1908 fu aperta una Casa dei bambini a Milano, affidata a una sua fida discepola, Maria Maccheroni, e seguita nel 1909 da una terza casa a Roma. 
Intorno a lei, che per tanti anni era vissuta nell'isolamento, si stava infatti formando un cenacolo tutto femminile di discepole soggiogate dal suo carisma, che lasciavano la famiglia per dedicarsi completamente a lei e alla sua causa. 
"Era come se, avendo sete, avessi trovato acqua pura", scrisse Anna Maccheroni dell'incontro con Maria, incontro che cambiò la sua vita, come successe a molte altre donne.


Immagine simbolica dell'Educazione Cosmica

Le Case dei bambini non erano scuole, ma progetti sociali in cui s'esprimevano gli ideali del cosiddetto "movimento umanitario", il cui fine era una riforma sociale e politica da ottenersi attraverso l'"elevazione morale" dell'umanità. Ma le case divennero anche un laboratorio del suo metodo: Maria passava ore a osservare i bambini e fu colpita dal rapporto fra il bambino e l'oggetto; cominciò così a usare oggetti didattici per stimolare i loro sensi con i colori, il materiale di cui erano fatti, le forme, e ne progettò la fabbricazione, sottoposta a successive modifiche, consapevole che ogni oggetto poteva condurre l'intelligenza infantile a svilupparsi per mezzo dell'affinamento dei sensi. 
Nelle sue case le maestre si proponevano di destare il grande potenziale che c'è nel bambino, distanti e nello stesso tempo vicine, dirigendo cioè le attività del bambino senza determinarle. Maria alternava momenti di grande senso pratico - come quando decise di brevettare gli oggetti didattici, obbligatori in tutte le scuole che s'ispiravano al suo metodo, realizzando così un ottimo affare - a momenti d'idealizzazione del suo ruolo: così, intervistata dai giornalisti sulla sua pedagogia, disse che il suo non era tanto un metodo educativo quanto una specie di rivelazione. 
Nel 1909 pubblicò il suo Metodo, che conoscerà un successo travolgente e sarà pubblicato in molte lingue, fra cui il cinese e il giapponese. Il successo crescente sul piano internazionale la portò in Spagna, Francia e Stati Uniti, dove sperimentò il suo modello educativo con bambini di razze diverse, ricavandone la certezza che era veramente universale.

S'impegnò a diffondere il metodo in Italia solo per un breve periodo, subito dopo l'affermazione del fascismo - spinta da una simpatia personale per Mussolini, che si dichiarava suo grande ammiratore - ma dopo pochi anni e molti conflitti tornò all'estero, vivendo fuori Italia fino alla morte, avvenuta in Olanda (paese in cui aveva stabilito la sua dimora stabile) nel 1952.
Nel 1947, comunque, la nuova repubblica italiana I'aveva richiamata in patria e le aveva offerto l'opportunità di fondare un'opera a suo nome e istituire vari corsi secondo il suo metodo nelle scuole pubbliche.
Ebbe lauree honoris causa da molte università, la Legion d'onore dal governo francese, l'ordine di Orange-Nassau dalla regina d'Olanda, il premio mondiale Pestalozzi e, a New York, un premio dell'Esposizione internazionale femminile per il suo impegno internazionale. Per il suo impegno pacifista, Maria venne candidata tre volte al premio Nobel. 
Il suo testamento affidava al figlio, finalmente riconosciuto pubblicamente, il compito di continuare la sua opera. Nel corso degli anni Mario era infatti divenuto il suo protettore, colui che risolveva tutti i problemi pratici e creava le condizioni necessarie per la sua vita "eroica" di educatrice.




Opere di Maria Montessori

1896-1909

Sul significato dei cristalli del Leyden nell'asma bronchiale, in Bollettino della Società Lancisana degli Ospedali di Roma, anno XVI, fascicolo I, 1896.

Ricerche batteriologiche sul liquido cefalo rachidiano dei dementi paralitici, in Rivista quindicinale di Psicologia, Psichiatria, Neuropatologia, fascicolo 15, 1º dicembre 1897, pp. 1–13.

Sulle cosiddette allucinazioni antagonistiche, in Policlinico, anno IV, volume IV, fascicolo 2, febbraio 1897, pp. 68–71 e fascicolo 3, marzo 1897, pp. 113–124.

Intervento al Congresso di Torino, in ‘'Atti del Primo Congresso Pedagogico Nazionale Italiano, Torino 8-15 settembre 1898, a cura di G. C. Molineri e G. C Alesio, Stabilimento Tipografico diretto da F. Cadorna, Torino 1899, pp. 122-123.

Miserie sociali e nuovi ritrovati della scienza, in ‘‘Il Risveglio Educativo'‘, anno XV, n. 17, 10 dicembre 1898, pp. 130–132 e n. 18, 17 dicembre 1898, pp. 147–148.

La questione femminile e il Congresso di Londra, in ‘‘L'Italia Femminile'‘, anno I, n. 38, 1º ottobre 1899, pp. 298–299 e n. 39, 8 ottobre 1899, pp. 306–307.

Riassunto delle lezioni di didattica, Roma, Laboratorio Litografico Romano, 1900

Norme per una classificazione dei deficienti in rapporto ai metodi speciali di educazione, in Atti del Comitato Ordinatore del II Congresso Pedagogico Italiano 1899-1901, Napoli, Trani, 1902, pp. 144–167.

L'Antropologia pedagogica, Antonio Vallardi, Milano 1903.

La teoria lombrosiana e l'educazione morale, in ‘‘Rivista d'Italia'‘, anno VI, volume II, 1903, pp. 326–331.

Sui caratteri antropometrici in relazione alle gerarchie intellettuali dei fanciulli nelle scuole, in ‘‘Archivio per l'Antropologia e l'Etnologia'‘, volume XXXIV, fascicolo 2, 1904, pp. 243–300.

Influenze delle condizioni di famiglia sul livello intellettuale degli scolari, in ‘‘Rivista di filosofia e scienze affini'‘, anno VI, volume II, n. 3-4, settembre-ottobre 1904, pp. 234–284.

Caratteri fisici delle giovani donne del Lazio in ‘‘Atti della Società Romana di Antropologia'‘, Società Romana di Antropologia, Roma 1905, volume XII, fascicolo I, pp. 3–83.

L'importanza dell'etnologia regionale nell'antropologia pedagogica, in ‘‘Ricerche di Psichiatria e Nevrologia, Antropologia e Filosofia'‘, Vallardi, Milano 1907, pp. 603–619.

La Casa dei Bambini dell'Istituto Romano dei Beni Stabili (conferenza tenuta il 7 aprile 1907), Bodoni, Roma 1907.

La morale sessuale nell'educazione, in ‘'Atti del I Congresso Nazionale delle donne italiane, Roma 24-30 aprile 1908, Stabilimento Tipografico della Società Editrice Laziale, Roma 1912, pp. 272-281.

Come si insegna a leggere e a scrivere nelle ‘‘Case dei Bambini'‘ di Roma, in ‘‘I Diritti della Scuola'‘, anno IX, n. 34, 31 maggio 1908.

Corso di Pedagogia Scientifica, Città di Castello, Società Tipografica Editrice, 1909.

Il Metodo della Pedagogia Scientifica applicato all'educazione infantile nelle Case dei Bambini, Città di Castello, Casa Editrice S. Lapi, 1909.


1910-1952

Antropologia Pedagogica, Milano, Vallardi, senza data (circa 1910).

Il Metodo della Pedagogia Scientifica applicato all'educazione infantile nelle Case dei Bambini, II edizione ampliata, Loescher & C., Roma 1913.

L'autoeducazione nelle scuole elementari, E. Loescher & C. - P. Maglione e Strini, Roma 1916.

Manuale di pedagogia scientifica, Alberto Morano Editore, Napoli 1921 (I edizione inglese intitolata Dr. Montessori's Own Handbook, 1914)

I bambini viventi nella Chiesa, Alberto Morano Editore, Napoli 1922.

Il Metodo della Pedagogia Scientifica applicato all'educazione infantile nelle Case dei Bambini, III edizione ampliata, Maglione & Strini, Roma 1926.

La vita in Cristo, Stabilimento Tipolitografico V. Ferri, Roma 1931.

Psico Geométria, Araluce, Barcellona 1934.

Psico Aritmética, Barcellona, Araluce, 1934 (I edizione italiana con il titolo Psicoaritmetica, Garzanti 1971).

Il Metodo della Pedagogia Scientifica applicato all'educazione infantile nelle Case dei Bambini, III edizione ampliata, Maglione & Strini, poi Loescher, Roma 1935.

Il bambino in famiglia, Todi, Tipografia Tuderte, 1936 (I edizione tedesca con il titolo ‘'Das Kind in der Familie, 1923).

Il segreto dell'infanzia, Bellinzona, Istituto Editoriale Ticinese S. Anno, 1938 (I edizione originale francese con il titolo ‘'L'Enfant, 1936).

Dall'infanzia all'adolescenza, Garzanti, Milano 1949 (I edizione francese con il titolo ‘'De l'enfant à l'adolescent, 1948).

Educazione e pace, Garzanti, Milano 1949.

Formazione dell'uomo, Garzanti, Milano 1949.

La Santa Messa spiegata ai bambini, Garzanti, Milano 1949 (I edizione inglese con il titolo ‘'Mass Explained to Children, 1932).

La scoperta del bambino, Garzanti, Milano 1950 (I edizione inglese con il titolo ‘'The discovery of child, 1948).

La mente del bambino. Mente assorbente, Garzanti, Milano 1952 (I edizione originale inglese con il titolo ‘'The absorbent mind, 1949).

Educazione per un mondo nuovo, Garzanti, Milano 1970 (I edizione inglese con il titolo ‘'Education for a new world, 1947).

Come educare il potenziale umano, Milano, Garzanti, 1970 (I edizione inglese con il titolo ‘'To educate the human potential, 1947).


Scuole Montessori in Italia e nel mondo

Nel mondo ci sono 22.000 scuole Montessori di ogni grado, nidi, materne, elementari, medie e superiori:

Italia
137 scuole Montessori (una ogni 440.000 abitanti), di cui 68% materne, 19% elementari, 13% nidi, pochissime medie. Le scuole Montessori non sono presenti in Abruzzo, Basilicata, Calabria, Molise, Sardegna, Toscana, Valle d'Aosta. Le regioni più servite sono l’Umbria e le Marche che, sole in Italia, hanno un rapporto tra scuole Montessori ed abitanti al di sotto di una ogni 100.000 abitanti; certo il fatto che Maria Montessori fosse nativa di Chiaravalle ha giocato un ruolo in queste regioni. In Italia la presenza di scuole medie e superiori montessoriane è limitata e scuole medie che seguono il metodo Montessori esistono solo a Milano, Perugia, Roma, Como, Castelfidardo (Ancona), Castellanza (Varese) e Bolzano, e solo a Roma e Perugia esistono anche scuole superiori montessoriane.

Altri paesi europei
Germania: 1.140 scuole Montessori, di cui 249 elementari e 60 secondarie.
Regno Unito: 800 scuole Montessori.
Irlanda: 375 scuole Montessori.
Paesi Bassi: 220 scuole Montessori, di cui 163 elementari e 22 secondarie.
Svezia: 163 scuole Montessori.
Francia: 52 scuole Montessori.
Svizzera: 19 scuole Montessori, di cui tre medie.
Ucraina: 5 scuole Montessori.
Romania: 21 scuole Montessori, di cui 13 asili nido, 5 centri educazionali, 3 scuole.

Altri continenti
Stati Uniti: circa 4.500 scuole Montessori.
India: circa 200 scuole Montessori.
Canada: 63 scuole Montessori.
Giappone: 150 scuole Montessori
Nuova Zelanda: 65 scuole Montessori
Ci sono inoltre scuole Montessori in Australia, Messico, Ecuador, Brasile, Cile, Costa Rica, Argentina, Sudafrica, Tanzania, Isole Figi, Brunei, Cina, Egitto, Malesia, Nigeria, Pakistan, Filippine, Vietnam.

Centro ideale di questa diffusione mondiale è la città in cui nacque Maria Montessori, Chiaravalle: qui è ancora visibile la casa natale nella quale sono allestiti un museo e una biblioteca montessoriani. Nella casa ha sede anche un centro studi che organizza convegni dedicati all'opera e al pensiero dell'educatrice e ai quali partecipano studiosi provenienti dai vari Paesi in cui l'istruzione montessoriana è diffusa.


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giovedì 12 novembre 2015

LENIN E LA DEMOCRAZIA DI PARTITO (Lenin and Democracy Party)


LENIN E LA DEMOCRAZIA DI PARTITO


Dieci anni dopo la rivoluzione, nel clima appassionato e teso di discussioni e di contrasti sulla piattaforma della maggioranza del Comitato Centrale (C.C.) del partito e quella del blocco delle opposizioni - definito poi blocco antipartito - capeggiato da Grigory Zinoviev e Leon Trotsky, prima durante e dopo il XV congresso dell'ottobre 1.927, circolavano nel partito, con particolare insistenza, ragionamenti come questo: chi e in quali occasioni fra i massimi esponenti del partito era stato nel passato recente o lontano in disaccordo con Lenin e chi era sempre stato d'accordo con lui. 
Al vaglio, non sempre scrupolosamente obiettivo, nessuno degli esponenti dell'opposizione si salvava. O su posizioni di destra o di sinistra, o prima della rivoluzione, o durante, o dopo tutti gli oppositori si erano sempre schierati in momenti decisivi contro Lenin. In contrapposto, gli appartenenti alla maggioranza erano coloro che meno avevano peccato contro Lenin e, taluni di essi, in primissimo luogo Joseph Stalin, erano sempre stati d'accordo con lui. Si voleva in tal modo presentare Stalin come il più fedele interprete e continuatore del pensiero e dell'opera di Lenin e, coloro che con Stalin divergevano, gli avversari incancreniti e incorreggibili del leninismo, anzi, dei nemici del leninismo, del partito, della rivoluzione e dell'Unione Sovietica. 
Era l'inizio della identificazione di Stalin con il leninismo, la rivoluzione e il socialismo.
E l'operazione riuscì abbastanza rapidamente quantunque nulla si possa immaginare di più antitetico al pensiero, allo spirito e al metodo di Lenin, il quale disistimava tra i componenti degli organismi .dirigenti del partito e dello stato massimamente coloro che sapevano dire sempre e soltanto di si, che non sapevano sbagliare perchè non ne avevano il coraggio o perchè non sapevano pensare con la propria testa. 
Dal 1924, soprattutto dal XV congresso del partito in poi, tutto quello che nell'Unione Sovietica si fece, in bene e in male, venne fatto nel nome di Lenin e del leninismo, come se gli uomini avessero cessato di avere una propria responsabilità e fossero diventati dei sacerdoti chiamati ad interpretare in modo più o meno fedele e rigoroso il verbo enunciato da Lenin. La dimostrazione della fedeltà a Lenin e al leninismo si trasformò a poco a poco in una esercitazione pedantesca di ricerca unilaterale e faziosa di brani dei suoi scritti, adatti a spiegare tutte le situazioni e a risolvere tutti i problemi. 
Il solo sacerdote veramente infallibile nella interpretazione esatta del pensiero di Lenin divenne Stalin, chi si metteva in contrasto con Stalin, si metteva automaticamente in contrasto con Lenin e commetteva non un errore, ma un crimine imperdonabile.
In conseguenza di ciò, l'opera compiuta per decenni da apologeti superficiali e unilaterali e quella dei detrattori, avversari interessati, hanno finito per imporre ad un largo pubblico una immagine falsa del pensiero di Lenin e della sua figura di uomo e di rivoluzionario. 
II teorico della natura di classe dello stato, della fase imperialistica, di sviluppo del capitalismo, della trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile, della dittatura del proletariato, del terrore rosso per stroncare il terrore bianco dei nemici della rivoluzione e della costruzione della III internazionale per promuovere e dirigere la rivoluzione socialista nel mondo, non ha mai preteso di dettare la soluzione di tutti i problemi futuri dell'Unione Sovietica e dell'umanità. Egli cercava semplicemente la via migliore per risolvere i problemi immani che la storia tormentata di quegli anni poneva di fronte al partito, al giovane stato sovietico e al movimento comunista internazionale, partendo dalla concezione rivoluzionaria di Karl Marx, consapevole che la rivoluzione bolscevica aveva aperto una nuova fase della storia universale. 
Come uomo di pensiero e di azione, come rivoluzionario moderno, che aveva studiato la realtà russa e il movimento operaio internazionale dell'ultimo mezzo secolo, era la negazione assoluta delle formule e dei dogmi. La sua nota intransigenza nella difesa delle proprie posizioni e delle proprie opinioni sui problemi concreti era pari alla sua tolleranza nell'ascoltare e studiare le ragioni e le opinioni degli altri, per coglierne tutto quanto potevano contenere di giusto e di positivo, anche se giudicato complessivamente errato. 
La conoscenza più obiettiva della sua vita di uomo e di rivoluzionario, due aspetti che in lui si integrano in sommo grado e si fondono, ce lo mostra grande per le sue incomparabili doti di combattente e di dirigente e per il coraggio di riconoscere gli errori che lui stesso poteva commettere. Egli lasciò un'impronta profonda sui primi dieci anni della rivoluzione, che costituiscono il periodo più fecondo, più umano e più ricco di fermenti e di idee.
Abbracciata la causa del proletariato e degli sfruttati, di cui conosce le immense sofferenze e le condizioni storiche e sociali che le determinano, Lenin si rende perfettamente conto che la lotta di classe e il trionfo di questa causa, che è in pari tempo la causa del progresso e della liberazione dell'umanità da tutte le schiavitù, non è un idillio. Questa lotta ha le sue leggi inesorabili alle quali è giocoforza assoggettarsi, senza l'inceppo di romantici sentimentalismi, pena la disfatta, per aprire all'uomo la via verso la futura libertà integrale. 
Tutte le volte che egli ha propugnato, sul piano teorico e pratico, l'adozione di misure coercitive e repressive, lo ha sempre giustificato con la necessità di difendere la rivoluzione e le sue conquiste, contro i nemici interni ed esterni, per scongiurare alla classe operaia e al popolo catastrofi e lutti maggiori, come è accaduto dopo la Comune di Parigi e la rivoluzione del 1905; con l'esistenza in Russia di rapporti di forza sfavorevoli alla classe operaia, la sola conseguentemente rivoluzionaria, rispetto al rimanente dei cittadini. Egli sapeva che queste due condizioni erano storicamente transitorie e che, con il superamento delle quali, le forme e il grado di coercizione e di violenza contro la minoranza degli avversari e dei nemici dovevano gradualmente perdere la loro intensità. allargando via via i confini alla libera espansione della personalità umana per tutti. 
La tesi secondo la quale più progredisce la costruzione socialista, più si inasprisce la lotta delle classi e più pericoloso diventa il nemico di classe, dalla quale è derivata nella pratica la repressione spietata di qualsiasi pur timido dissenso, l'attribuzione della responsabilità di qualsiasi difficoltà e di ogni insuccesso al sabotaggio del nemico e all'opera della controrivoluzione, con tutte le luttuose conseguenze che hanno coperto un lungo periodo storico, non è assolutamente di Lenin. Essa è anzi la negazione delle sue concezioni. 
Lenin prevedeva, al contrario, che si dovesse compiere una svolta nell'adozione dei metodi repressivi quando la controrivoluzione e lo intervento armato straniero fossero stati definitivamente sconfitti. 
In questo senso egli si esprimeva in una lettera diretta a Felix Dzerzhinsky, ricordata da Palmiro Togliatti nella sua nota intervista a "Nuovi Argomenti" del 1956.
Lenin concepisce il partito come un'associazione volontaria di combattenti consapevoli per il socialismo. Il partito deve essere la parte più cosciente della classe operaia, la sola classe conseguentemente rivoluzionaria, e questa qualità del partito deve riflettersi anche nella composizione delle sue file e dei suoi organi dirigenti, che deve essere prevalentemente operaia. L'ideologia cui si ispira il partito deve essere il marxismo inteso come pensiero rivoluzionario vivo, non corrotto dal revisionismo, che ha compiuto scoperte fondamentali di valore rivoluzionario universale, senza esaurire il campo del conoscibile, e di cui nessuno possiede il monopolio.

"Nulla sarebbe a noi più gradita di una critica marxista data dal di fuori della nostra analisi, - scriveva egli in polemica con Karl Kautsky, - Invece di scrivere frasi assurde (e in Kautzki ve ne sono molte), secondo le quali si pretende che qualcuno impedisca di criticare il bolscevismo, Kautzki avrebbe dovuto dedicarsi ad una simile critica". 
(La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautzki).

Quale strumento insostituibile, e non necessariamente isolato, di lotta per la conquista del potere e la costruzione del socialismo, il partito deve essere unito nell'azione sulla base di una piattaforma politica fissata, corretta e sviluppata dai congressi, che sono la manifestazione suprema della volontà collettiva, democraticamente espressa. I congressi devono essere tenuti regolarmente e con frequenza, perchè possano essere essi e non altri organismi delegati a decidere su tutte le questioni più importanti. 
Durante i difficili anni della rivoluzione e della guerra civile, nelle situazioni più drammatiche e pericolose, e fino a quando l'infermità non ha staccato Lenin dal lavoro regolare, i congressi sono stati tenuti tutti gli anni. Inoltre, nell'intervallo tra i congressi venivano tenute delle conferenze. 
Allora non si era ancora scoperto che i congressi fanno perdere del tempo. Lo statuto del partito stabiliva che le organizzazioni del partito, rappresentanti un terzo degli iscritti, che erano stati rappresentati al precedente congresso, potevano in qualsiasi momento chiedere la convocazione di un congresso straordinario. E se il C.C. avesse respinto la richiesta, le organizzazioni richiedenti potevano assumere tutti i poteri del C.C. per la convocazione e l'organizzazione del nuovo congresso.
Congressi e conferenze erano occasioni per mettere in discussione tutta la politica del partito. Quando la Aleksandra Michajlovna Kollontaj sostenne al congresso, a nome della "Opposizione operaia", che essa intendeva modificare la linea politica del partito, Lenin rispose che tutti hanno il diritto di volere modificare la linea politica del partito, e che tale possibilità era stata concessa anche alla "Opposizione operaia". 
La stessa larghezza di vedute si trova in Lenin in tutte le questioni della vita interna del partito.
Il concetto di monolitismo, sviluppato e applicato al partito negli anni successivi al 1927, è estraneo a Lenin. Egli parla della necessità di coesione, di compattezza, di unità, di lavoro unanime e di volontà unica nella direzione dell'azione del partito. Ma come obiettivi da raggiungere in ogni concreta situazione, in ogni fase della lotta. La disciplina del partito non è, secondo lui, semplice costrizione esterna. Essa deve fondarsi sulla coscienza dell'avanguardia proletaria, sulla sua fedeltà alla causa della rivoluzione, sulla capacità di autocontrollo, sul suo spirito di sacrificio e sul suo eroismo; essa deve basarsi sulla attitudine ad avvicinarsi alle masse proletarie in primo luogo, come pure alle masse lavoratrici non proletarie, sulla capacità di legarsi e, in una certa misura, fondersi con queste masse; sulla linea politica sicura dell'avanguardia, sulla giustezza della sua tattica e della sua strategia, con il presupposto, sempre, che le masse si convincano per esperienza propria della loro giustezza. 
Senza queste condizioni, dice Lenin, "ogni tentativo di creare una tale disciplina si trasforma inevitabilmente in frasi sconclusionate, in verbalismo e in caricatura". 
Tutte queste condizioni non sono sempre conseguibili nello stesso tempo, nella misura necessaria e una volta per tutte. Bisogna sapere mettere in moto e spingere avanti un processo in tale direzione; nel corso di tale processo si incontrano delle difficoltà, degli ostacoli che bisogna sapere affrontare, superare e vincere, anche con urti, possibilmente senza rotture. L'unità del partito si ottiene con la convinzione, con la consapevolezza di tutti i militanti, sulla base della più ampia libertà di espressione del pensiero e di critica. 
La disciplina nel senso di coercizione ha i suoi limiti e non può mai diventare imposizione amministrativa. Unità e disciplina devono essere combinate, ma nel partito rivoluzionario del proletariato l'elemento determinante e decisivo deve sempre essere la convinzione. 
La coercizione è una esigenza esterna, imposta dalla necessità di presentarsi uniti e compatti di fronte all'avversario, si seguire nella pratica una e non due o tre politiche contrastanti, pena la sconfitta. La necessità di ricorrere alla disciplina è sempre indice di debolezza. Perché la libertà di critica non risponde a considerazioni di democrazia pura, astratta, per la quale Lenin ha sempre manifestato il più altro disprezzo, ma alla necessità che ogni comunista sia un cervello pensante, per raccogliere in una sintesi generale il contributo dell'esperienza, delle riflessioni critiche e dei ragionamenti di tutti i militanti. Quando non è possibile, a queste condizioni, ottenere l'unità nell'azione, unità nell'azione si badi bene e non accettazione di posizioni della cui giustezza non si è convinti, - non si risolve il problema impedendo a chi dissente di esprimersi. 
Quando il dissenso non si può comporre, o contenere nei limiti della critica e del dibattito, e l'unità nell'azione viene irrimediabilmente compromessa, Lenin non esita ad affermare che è preferibile "una onesta e aperta scissione" del partito, anche nelle condizioni più difficili e pericolose (16 novembre 1917).
Quante cose ingiuste sono state dette e fatte dal 1924 al 1953 per tutelare il carattere monolitico del partito, avvalendosi dello schermo del centralismo democratico! La norma del centralismo democratico è diventata lo strumento per omogeneizzare gli organismi dirigenti e i cervelli, per impedire la manifestazione del dissenso, soffocare la critica e lo stimolo del pensiero, fino alla pratica sbrigativa di impedire a chi dissente di parlare e di scrivere, per fare credere che chi detiene le leve del comando del partito e dello stato, qualunque cosa faccia o dica non sbaglia mai e ha sempre ragione .
L'essenza del pensiero e dell'azione pratica di Lenin in questo campo sono chiari: la maggioranza decide in ultima istanza, dopo la libera e ampia discussione, ma non basta essere maggioranza per avere necessariamente ragione. Anche la maggioranza può sbagliare. La critica di chi è rimasto minoranza è perciò legittima e necessaria€ al partito. 
Quando David Riazanov propose al X congresso del partito un'aggiunta alla famosa risoluzione detta dell'Unità del partito, - usata poi in seguito per liquidare ogni opposizione e ogni divergenza, - nel senso di vietare che fossero portate a conoscenza del patito eventuali divergenze, Lenin si oppose decisamente, perchè:
"Non possiamo privare il partito e i membri del C.C. del diritto di rivolgersi al partito nel caso in cui sorga un dissenso su una questione fondamentale. Non riesco a figurarmi, - esclama egli, - come potremmo fare questo!" 
Così egli respinse la proposta ancora di Riazanov di impedire che nei congressi si potesse votare sulla base di distinte mozioni. 
"Se le circostanze faranno sorgere dissensi fondamentali, - argomenta Lenin - possiamo noi proibire che vengano sottoposti al giudizio del partito? No! Questa è una pretesa soverchia, non attuabile e propongo di respingerla".

Lenin riconosce persino una specie di diritto alla immunità per il membro del C.C. dissenziente, perchè quando un oppositore sostenne, sempre al X congresso, che il 7° paragrafo della risoluzione sull'unità del partito relativo alle misure disciplinari contro i membri del C.C., era inutile perchè lo Statuto dava ugualmente al C.C. il diritto di procedere, Lenin rispose che il proponente non conosceva nè lo Statuto, nè i principi del centralismo democratico, nè quelli del centralismo, e proseguiva: 
"Nessuna democrazia, nessun centralismo consentirà mai al C.C., eletto dal congresso, di destituire qualcuno dei suoi membri. Il C.C, viene eletto dal congresso e con ciò il congresso gli trasmette la direzione. E il nostro partito in nessun luogo ha mai concesso al C.C. un tale diritto nei confronti di un proprio membro".

Vivente Lenin si è tentato una sola volta di applicare i rigori del paragrafo 7° della risoluzione sull'unità del partito. Istruttivo è I'esito. 
Dopo il X congresso la "Opposizione operaia" non disarmò. Mantenne una propria organizzazione semiclandestina, ramificata nel partito e nel Paese, si concertava sul comportamento da assumere nelle varie istanze, tentò di conquistare con uomini di propria fiducia la direzione di alcuni sindacati tra i quali quello dei metallurgici, dei Soviet della provincia, e così via. Tante ne fece I'opposizione che la maggioranza del C.C. propose di espellere il proprio membro Aleksandr G. Scliapnikov. 
Il 9 agosto 1921 si tenne la riunione congiunta del C.C. e della C.C.C. prevista in questi casi dalla risoluzione sull'unità del partito. L'espulsione non potè effettuarsi perchè mancò un voto al raggiungimento dei due terzi prescritti.
La questione ebbe una coda all'Xl congresso del partito del marzo-aprile 1922. L'opposizione non si era sciolta dopo la mancata sanzione disciplnare. Il congresso nominò una commissione composta da 19 delegati per fare una richiesta e riferire. La commissione potè accertare: 

1 - Che gli oppositori avevano mantenuto una posizione equivoca verso approcci indiretti di elementi che in Occidente volevano dare vita ad una IV internazionale.

2 - Che la Kollontai aveva tenuto un discorso contro la politica del partito al congresso dell'Internazionale. 

3 - Che l'opposizione teneva riunioni di frazione, e la Kallontai non lo negò, ma si rammaricò soltanto perchè erano state poche. 

4 - Scliapnikov e Miedviediev non avevano fatto conoscere al partito lettere contro il partito medesimo a loro dirette.

5 - Gli oppositori avevano compilato in una riunione clandestina e alla presenza di un espulso dal Partito, e inoltrato al Comintern, un appello contenente accuse gratuite infondate contro il partito, la sua politica ed i suoi dirigenti, ed altri atti della medesima natura. 

A proposito dell'ultimo punto Lenin non contestò agli oppositori il diritto di rivolgersi direttamente al Comintern, ma condannò il modo e la sede dove l'appello eta stato compilato, e il suo contenuto calunnioso.

Dopo tutto questo, dopo il X congresso e la risoluzione sull'unità del partito, l'XI congresso concluse dando mandato al nuovo C.C. di espellere la Kollontai, Scliapnikov e Miedviediev, con la procedura prevista dal famoso 7° paragrafo... "nel caso in cui essi non desistessero dall'azione frazionistica!"
Venne invece espulso un tale Mitin, per la sua azione disgregatrice nel Donbass, e un tale Kuznietzov, per avere celato al partito il suo passato di borghese e di avversario.

Questo era Lenin e questo era il partito bolscevico all'epoca sua. Già allora il suo metodo, che era l'indice della sua forza ed espressione delle sue concezioni, a tutti non garbava.
Al X congresso Ossinski e Riazanov lo accusarono di fare del politicantismo per le sue insistenze di includere gli oppositori negli organismi dirigenti del partito e dello stato, talvolta contro la volontà dei medesimi.
Ma lui, Lenin, rispondeva serenamente che non era politicantismo, che si trattava della politica "che il C.Cl conduceva e avrebbe condotto". Perchè, "quando esistono gruppi e tendenze malsane, dobbiamo rivolgere ad essi un'attenzione triplicata. Se esiste anche soltanto un qualche cosa di sano in questa opposizione, bisogna compiere ogni sforzo per separare il sano dal guasto". 
Egli sapeva perfettamente che le divergenze sono sempre anche il riflesso di condizioni che esistono nella realtà politica e sociale.
Per cui, non con le misure amministrative bisogna reagire, - alle quali misure si deve ricorrere con moltissima prudenza e soltanto nei casi estremi, - ma con l'azione intelligente e paziente, per modificare gli elementi soggettivi e obiettivi della realtà.
Uno schema dei suoi appunti, sulla base dei quali egli trattò il problema dell'unità del partito, indicano nelle misure per contrastare il frazionismo, in primo luogo, la pubblicazione permanente della "Tribuna di discussioni", e la più ampia libertà di critica.
Tra le cause del frazionismo metteva il distacco dalle masse da parte del partito e citava tra i meriti dell'opposizione l'avere segnalato la necessità di migliorare le condizioni degli operai, di lottare contro il burocratismo, di sviluppare la democrazia e l'iniziativa autonoma.
Quando Lenin venne a mancare, e quando questi suoi insegnamenti vennero abbandonati o distorti, le conseguenze negative furono incalcolabili.
Soltanto le energie incommensurabili che la rivoluzione aveva sprigionato nel partito, nella classe operaia e nel popolo, permisero, malgrado tutti gli errori e immensi sacrifici, al socialismo di affermarsi e di avanzare.


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domenica 8 novembre 2015

CODICE ATLANTICO (Codex Atlanticus) - Leonardo da Vinci


CODICE ATLANTICO 
MILANO
Biblioteca Ambrosiana

È la più imponente e spettacolare raccolta di carte di Leonardo: il Leoni vi compose su 401 pagine (di 65 x 44 cm) un totale di 1.750 unità tra fogli e frammenti. In seguito al restauro, condotto durante gli anni Sessanta e Settanta, si presenta oggi ricomposto in 12 volumi, ma l'antica legatura racchiudeva tutto il contenuto in un unico volume dalIe dimensioni giganti, atlantiche appunto. 
Già nel Settecento l'eccezionale documento di Leonardo è descritto come "Codice delle sue carte in forma Atlantica". Fu donato all'Ambrosiana nel 1637 dal conte Galeazzo Arconati, che l'aveva acquistato dagli eredi di Pompeo Leoni insieme ad altri codici di dimensioni ridotte, anch'essi donati da lui alla biblioteca. Ma nel 1796, con l'ingresso delle truppe francesi a Milano, il grande libro divenne preda di guerra e, insieme con gli altri codici più piccoli, fu portato a Parigi.
Solo grazie all'impegno dello scultore Andrea Canova fu possibile, dopo la caduta di Napoleone e con il Congresso di Vienna, riconsegnare il Codice Atlantico all'Ambrosiana. Si sa infatti che il commissario austriaco incaricato per la Lombardia (finito il dominio della Francia la regione era ritornata sotto quello dell'Austria), esaminando le carte con la scrittura di Leonardo aveva giudicato che si trattasse di un manoscritto redatto in cinese e dunque di nessuna importanza. Tuttavia, l'intervento di Antonio Canova, commissario per lo Stato Pontificio, e del Benvenuti, delegato del Granduca di Toscana, permise il riconoscimento del prezioso codice e dunque la sua restituzione; lo stesso non avvenne per gli altri 12 manoscritti sottratti.
Pompeo Leoni che Io assemblò vi appose l'orgogliosa iscrizione in lettere d'oro su marocchino rosso che recitava:

DISEGNI DI MACHINE ET DELLE ARTI SEGRETI ET ALTRE COSE DI LEONARDO DA VINCI RACCOLTI DA POMPEO LEONI

Rilegatura originale del Codice Atlantico (XVI secolo)
In pelle rossa, con decorazioni in oro, cm 65 x 44
Milano, Biblioteca Ambrosiana

Dunque, la selezione da lui operata aveva come criterio quello di separare, genericamente, i disegni di carattere tecnico-scientifico, riuniti appunto nel Codice Atlantico, da quelli naturalistici, anatomici e di figura, confluiti invece nella Raccolta di Windsor. 
In effetti, le carte di Leonardo presenti nel Codice Atlantico trattano di una incredibile varietà di temi e si riferiscono a pittura, scultura, geometria, prospettiva, ottica, astronomia, matematica, meccanica, ingegneria, architettura, urbanistica, ecc.
I disegni e le note si presentano su carte di dimensioni estremamente diverse, partendo dai frammenti fino ad arrivare ai grandi fogli su cui Leonardo realizza, con estrema accuratezza e precisione, alcuni disegni che raffigurano i suoi progetti tecnologici e nei quali sembra che concepisca dei veri e propri "ritratti di macchine".


Macchina a mantice per sollevare acqua
e uomo che ritrae una sfera armillare con prospettografo
1480 circa - Milano, CA f. 5r [386v. a]

 Foglio di studi sul volo artificiale
(in alto a destra, Schizzo di paracadute)
1480 circa - Milano, CA f. 1058v [381v. a]

 Sistemi di chiuse per la navigazione fluviale
1480-1482 circa - Milano, CA f. 90v [33v. a]

 Dispositivi per la lavorazione di specchi concavi
1478-1480 circa - Milano, CA f. 17v [4v. a]

Sistema di stampa  fisiotipica (foglia diu salvia)
1508-1510 circa - Milano, CA f. 197v [72v. a]

Mitraglia - 1480-1482 circa
Milano, CA f. 157r [56v. a]

Macchina per lo scavo di un canale - 1503 circa
Milano, CA f. 4r [1v. b]

Studi sulle caustiche di riflessione
e dispositivo per la fabbricazione di specchi parabolici
1503-1505 circa - Milano, CA f. 823a-r [301r. c]

 Macchina per la lavorazione di specchi concavi
1503-1505 circa - Milano, CA f. 1103v [396v. f]

Macchina a moto alternativo: visione esplosa del complesso meccanismo
1478-1480 circa - Milano, CA f. 30v [8v. b]

Gru girevole -  1478-1480 circa
Milano, CA f. 965r [349r. a]

Prime idee per il tiburio del Duomo di Milano
1478-1480 circa  - Milano, CA f. 719r [266r. a-b]

Studi di architettura per la Cattedrale di Pavia
1487-1490 circa  - Milano, CA f. 362v.b

Studi sulla geometria dei solidi
con il promemoria  (al centro in alto):
"Fa occhiali per vedere la luna grande"
1513-1514 circa  - Milano, CA f. 518r [190r. a]

Compasso parabolico - 1513-1514 circa
Milano, CA f. 1093r [394r. a]


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MADONNA DEL GAROFANO (Alte Pinakothek, Monaco) - Leonardo da Vinci

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MADONNA BENOIS (Prima versione) - Leonardo da Vinci

MADONNA BENOIS - Leonardo da Vinci 

ADORAZIONE DEI MAGI (Adoration of the Magi) - Leonardo

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LA VERGINE DELLE ROCCE - Leonardo

LA VERGINE DELLE ROCCE (Louvre, Parigi) - Leonardo da Vinci

RITRATTO DI MUSICO - Leonardo da Vinci

LA DAMA CON ERMELLINO - Leonardo da Vinci

RITRATTO DI DONNA (LA BELLE FERRONIÈRE) - Leonardo da Vinci

L'ULTIMA CENA (Cenacolo) - Leonardo

SALA DELLE ASSE - Castello Sforzesco, Milano - Leonardo

RITRATTO DI ISABELLA D'ESTE - Leonardo da Vinci

TESTA DI FANCIULLA - LA SCAPILIATA - Leonardo da Vinci

sabato 7 novembre 2015

AMALIA GUGLIELMINETTI - Scrittrice e poetessa italiana (Italian writer and poetess)

Amalia Guglielminetti (Torino, 4 aprile 1881 – Torino, 4 dicembre 1941) 

Amalia Guglielminetti nacque a Torino nel 1881. Da famiglia borghese, di tradizione industriale già consolidata, operosa e parsimoniosa, monarchica e rigidamente clericale. 
A cinque anni, rimasta orfana di padre, Amalia (con la madre e le sorelle Emma ed Erminia) entrò sotto la tutela del nonno paterno.
I primi anni furono da educanda nel convento delle Fedeli Compagne di Gesù, poi fu affidata a scuole private religiose, il canonico Sacre Coeur.
Quando cominciò a pubblicare componimenti poetici nella Gazzetta del popolo della Domenica (di ispirazione indiscriminata, odi papiste, monarchiche, pacifiste, positiviste), aveva vent'anni e, non provvisoriamente, si era arruolata fra i poeti. Fu poeta essa e romanziera tutta la vita. Ed anche giornalista, acuta, critica, prontissima a scovare novità sociali. 
Torino era nel primo decennio del Novecento la capitale italiana dell'emancipazione femminile quantificabile: vantava il numero più alto di laureate, di professoresse, di medichesse. Altre libertà femminili erano meno visibili.
Norme consolidate impedivano alle signorine di scrivere agli uomini lettere con sincero vigore sentimentale, è difficile dire se fosse d'avanguardia la libertà epistolare di un'Amalia Guglielminetti e Guido Gozzano, o se, all'alba del secolo, i canoni della seduzione fra uomini e donne si andassero disordinando a tal punto (anche oltre la cerchia dei poeti). 

"Vi ho studiata molto. Non ho mai potuto capire, ad esempio, se, sotto i grandi caschi piumati, alla Rembrandt, che voi prediligete, i vostri capelli siano spartiti alla foggia antica o no; ma ho benissimo impresse le ondulature che hanno alla tempia e la mollezza con che si raccolgono in nodo, dietro la nuca. Ho presente anche questo: che avete dei bei denti e una bella bocca, piuttosto grande e fresca e attirante come poche, e che avete due begli occhi (anche di questo devo convenire, e quasi con dispetto), due occhi di una dolcezza servile: gli occhi di colei che si inchina al despota Signore e gli tende i polsi febbrili e li vede cerchiare di catene, quasi godendone; avete anche il profilo che piace a me, con l'eleganza un po' stracca e un po' trasognata della nostra massima attrice". 

Il ritratto epistolare gozzaniano era stato scritto quando fra il poeta e la poetessa non è ancora intervenuto alcun rapporto di conoscenza personale; la lettera dello stato nascente del loro amore è del giugno 1907, I'anno della pubblicazione del secondo libro di versi della Guglielminetti, Le vergini folli. Nei versi, fanciulle liliali, "inquiete fiamme, chiuse da saggezza / d'antiche norme fra leggiadri schermi", socialmente "signorine" che, come la stessa Amalia, avevano ricevuto un'educazione religiosa e mescolavano sacro e profano, misticismo ed erotismo. 
Gozzano ringraziò l"'Egregia Guglielminetti" per il suo "vergilato" che conduceva il lettore "attraverso i gironi di quell'inferno luminoso che si chiama verginità". 
Apparentate alle tardottocentesche Demi-Vierges di Marcel Prevost, e alle giovanissime figlie del popolo torinesi di cui Roberto Michels, pioniere della scienza sessuale italiana, osservava proprio negli stessi anni, le redditizie compiacenze nel gioco della seduzione, anche le Vergini folli coglievano la volontà femminile di ribaltare il gioco dei poteri sessuali con l'altro sesso. In prosa e in versi fu questo il tema dominante della produzione di Amalia Guglielminetti. 




I titoli: Le seduzioni..., Il cuore tardo..., L'amante ignoto..., L'insonne..., I volti dell'amore..., Nei e cicisbei..., Il baro dell'amore...., Quando avevo un amante...., La rivincita del maschio..., Il gingillo di lusso..., Gli occhi cerchiati...., eccetera... fanno presagire che nel ribaltamento non ci sarà pronta vittoria. 
Già nel 1914 il critico Renato Serra aveva definito la Guglielminetti una promessa giovanile sfiorita e imbozzacchita. Il suo giudizio, ingegnoso come una réclame - "pareva semplice squallor di passione, ed era soltanto la povertà di una brutta provinciale in tunica egizia" - le restò cucito addosso. 
Niente poté il contemporaneo riconoscimento di D'Annunzio: "l'unica poetessa che abbia oggi l'Italia". 
Nel 1917, Amalia Guglielminetti, signorina trentaseienne, cominciò la relazione sentimentale e intellettuale con Pitigrilli, nom de plume di Dino Segre, ventiquattrenne scrittore e giornalista, rampante e brillante "figlio del secolo". Ad Amalia, "istrice di velluto" dedicò Cocaina, il suo primo romanzo, nel 1924. 
Pochi anni dopo, dalle rispettive riviste, Amalia da Le Seduzioni, Pitigrilli da Le Grandi Firme si lanciarono insulti canaglieschi, in una lunga guerra editoriale finita in tribunale. Si legge nella sentenza che i "feroci diutumi dell'antico amante" avrebbero determinato nella cinquantenne poetessa uno stato di totale infermità mentale transitoria. Il motto esistenziale di Amalia, l'ultimo verso delle Seduzioni - "Essa è pur sempre quella che va sola" - araldico e alato, ne aveva fatto l'interprete di un vero poema mondano, fra Torino, Roma e Parigi. 
Dopo i clamori del processo, lasciò Torino, "senza alcun rimpianto poiché non vi conto amici, né confidenti, né persone care o alle quali io sia cara. Forse mia madre, ma I'affetto materno è istintivo ed incosciente". 
Due anni deludenti a Roma, fino al '37: "Collaboro al "Giornale d'Italia" e al ministero Stampa e Propaganda, ma non lotto più, non cammino più. Impigrisco blandamente e tristemente invecchio", scrisse ad un amico. 

Morì a Torino nel 1941, per le complicazioni di una caduta. Lasciò esatte disposizioni per un monumento sepolcrale "in marmo grigio a forma di piramide egizia" su cui doveva essere inciso "Amalia Guglielminetti Poetessa. Sola visse e sola morì". 

Chiese che la sintesi biografica fosse perfezionata dalla sua versione poetica: "Essa è pur sempre quella che va sola".


LE OPERE

Poesia

Voci di giovinezza, 1903
Le vergini folli, 1907
Le seduzioni, 1909
Emma, 1909
L'insonne, 1913
Fiabe in versi, 1916
Il ragno incantato, 1922
La carriera dei pupazzi, 1924
I serpenti di Medusa, 1934
"Lady Medusa. Vita, poesia e amori di Amalia Guglielminetti", a cura di Silvio Raffo, 2012


Narrativa

I volti dell'amore, 1913
Anime allo specchio, 1915
Le ore inutili, 1919
Gli occhi cerchiati d'azzurro, 1920
La porta della gioia, 1920
La reginetta Chiomadoro, 1921
Quando avevo un amante, 1923


Teatro

L’amante ignoto (poema tragico) 1911
Il gingillo di lusso (commedia in un atto) 1924
Il ladro di gioielli (commedia in un atto) 1924
Nei e cicisbei - Il baro dell'amore - Commedia in un atto (Commedia in tre atti) 1926


Epistolari

Lettere d'amore di Guido Gozzano e Amalia Guglielminetti, a cura di Spartaco Asciamprener, 1951
Vita, poesia e amori di Amalia Guglielminetti, a cura di Silvio Raffo, 2012



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