venerdì 27 luglio 2018

ODISSEA - Riassunto e commento 5° libro (Odyssey - Summary, comment of the 5st book)




ODISSEA

 L'ISOLA DI CALIPSO
LA ZATTERA
IL NAUFRAGIO
LEUCOTEA
L'APPRODO A SCHERIA

LIBRO V

TempoDal settimo al trentunesimo giorno dell'inizio del poema
Luoghi dell'azioneOlimpo. L'isola di Ogigia. Il mare in burrasca. L'isola di Scheria


NEL LIBRO PRECEDENTE

Telemaco e Pisistrato giungono a Sparta durante le nozze dei figli di Menelao Ermione e Megapeite; vi sono accolti ospitalmente e dopo che essi hanno rivelata la loro identità, Menelao racconta a Telemaco le peripezie del suo ritorno da Troia. Gli dice, tra l'altro, che nell'isoletta di Faro, dove rimase bloccato per molti anni, seppe dal Dio Proteo che Ulisse si trova in un'isola dell'Oceano, prigioniero della ninfa Calipso. mentre Telemaco lascia Sparta, ad Itaca i Proci, venuti a sapere del suo viaggio, si preparano a tendergli un agguato. La notizia di tali trame criminose giunge anche a Penelope, che è cosi informata del viaggio del figlio. La donna, disperata, invoca l'aiuto di Minerva, che in sogno la rassicura sulla sorte di Telemaco.


Al sorgere dell'Aurora gli Dei si radunano a concilio. Minerva si lagna che Ulisse sia ancora trattenuto suo malgrado nell'isola di Ogigia, mentre ad Itaca addirittura tramano contro la vita di Telemaco. Ma Giove le risponde che all'incolumità di Telemaco può provvedere ella stessa, mentre egli, da parte sua, ordina a Mercurio di recarsi da Calipso ad annunciarle che per volontà degli Dei ella deve lasciare partire Ulisse, solo e su di una zattera.
Mercurio obbedisce e, a volo, giunge ad Ogigia, dove la ninfa abita in una grotta, circondata da alberi e da fiori con strani uccelli e limpide acque scorrenti. Il Dio è accolto ospitalmente a banchetto, ma quando comunica l'ordine di Giove, Calipso si sdegna contro la crudeltà dei Numi, che non le permettono di amare un mortale; comunque obbedirà, giacché non può essere altrimenti.
Partito Mercurio la ninfa s'incontra con Ulisse, il quale sulla spiaggia, con lo sguardo e I'anima protesa alla patria lontana, piange; Io invita a cessare di piangere giacché ella non lo tratterrà più ed anzi lo aiuterà a costruirsi una zattera per lasciare l'isola. Ma Ulisse non crede a quelle parole e la ninfa è costretta a giurare che non vuol tendergli nessun inganno. Insieme essi ritornano quindi alla grotta e siedono a mensa.
Calipso, con dolci rimproveri, tenta di vincere ancora una volta l'anima di Ulisse, perché voglia restare e divenire suo sposo immortale, ma l'eroe è inflessibile nel desiderio di ritornare alla sua terra, anche se molti affanni ancora I'attendono.
All'alba Calipso conduce Ulisse in un'luogo estremo dell'isola, dove egli possa abbattere alberi disseccati e costruirsi una zattera. Dopo tre giorni di lavoro, nel quarto la zattera è pronta e al quinto avviene la partenza, avendo la ninfa fornito l'eroe delle necessarie vettovaglie per il viaggio.
Dopo diciassette giorni di felice navigazione Ulisse scorge davanti a sé l'isola dei Feaci. Nettuno tuttavia, ritornando dal paese degli Etiopi, lo vede dall'alto dei monti di Solima e, subito avvampando di sdegno, gli solleva contro una tremenda tempesta. L'imbarcazione è ben presto sconquassata dal vento e le onde spazzano in mare I'eroe, il quale a stento riesce a riemergere ad afferrarsi alla zattera capovolta, che spinta dai flutti erra per il mare.
Tuttavia la ninfa marina Ino Leucotea, avendo pietà del naufrago, gli appare, gli consiglia di abbandonare la zattera e gli dà una cintura divina, che I'eroe ben presto indossa, affidandosi alle onde, dopoché un'ondata più forte delle altre ha sfasciato del tutto la zattera.
Per due notti e due giorni Ulisse erra a nuoto per le acque e finalmente, il terzo giorno, sollevato in alto sulla cresta di un onda, rivede in lontananza l'isola Scheria. Ma non è facile l'approdo sugli scogli; egli, coraggiosamente lo tenta; s'afferra a una rupe, ma il risucchio dell'onda lo trascina nuovamente in mare. Finalmente, vista la foce di un fiume, prende terra affranto, senza respiro e senza voce.
Rigettata quindi in mare la fascia divina, come gli era stato prescritto, s'addentra in un bosco e, fattosi un letto di foglie, si addormenta.

COMMENTO - La grande poesia di Omero, che già è affiorata anche nei libri precedenti, in questo quinto canto esplode. Ulisse appare sulla scena del poema; in un'isola di sogno e di incanto, dove una Dea gli ha offerto l'amore e l'immortalità, I'eroe s'è appartato il più possibile dal miraggio di un'esistenza felice, e s'è ritirato sullo scoglio più lontano, donde guarda tra le lacrime la distesa infinita del mare, al di là del quale, lontana, c'è la sua patria. La sua patria petrosa ma cara, la sua donna mortale, suo figlio, il suo regno.
Tutto il canto è un inno alla umanità, il trionfo dell'umana saggezza che non cede alle lusinghe divine, dell'umana fortezza che non trema di fronte ai nuovi pericoli che le vengono annunciati, dell'umano spirito di avventura, che gioisce della sua conquista, che rifiuta il dono di una facile felicità, che lotta contro l'amore divino di una ninfa, contro l'odio implacabile di un Dio, contro le avverse forze della natura, la quale infine cede, completamente soggiogata.
Ed il lettore è trasportato in questa atmosfera tra incantesimo e realtà, tra cielo e terra, tra divino e umano.
Alla line l'umano trionfa sul divino. È dura I'esistenza che l'uomo conduce sulla terra, creandosi giorno per giorno la sua vita, dove gioie e dolori ricevono significato le une dagli altri, ma quella vita ha il sapore di ciò che si crea, con le nostre forze, è una celebrazione dell'uomo, artefice della sua fortuna. E Ulisse ben si può dire che nel quinto canto sia I'espressione di questo ideale.
Ogigia è un'isola di sogno, ma senza una nave sulle sue rive; e I'eroe, quando la volontà degli Dei interviene ad accelerare il corso del suo destino, si accinge all'opera della costruzione della zattera con ansia gioiosa. L'inerzia è vinta, I'attività trionfa sull'ozio non dolce, ma esecrato, la vita ricomincia, riprende la grande avventura!
Poi, nella orrenda ed apocalittica scena della tempesta, la forza fisica dell'uomo soggiace di fronte alla potenza del Dio del mare ed il soccorso di Ino vale a salvarlo, ma il morale dell'eroe esce vincitore dalla impari lotta; mai la volontà di sopravvivere viene meno, mai Ulisse desiste dal lottare, fino al bacio della terra dei Feaci, l'isola della salvezza. L'orrida scena della tempesta ha fine, la Natura si placa, subentra una tranquilla serenità di cielo e di mare, che ottimamente preludono ad un altro magnifico canto, il seguente.


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ODISSEA

 ELENA
ULISSE È PIANTO
LE AVVENTARE DI MENELAO
IL RITORNO DI AIACE E DI AGAMENNONE
MENELAO A SPARTA

LIBRO IV

TempoSera del quinto giorno e notte sul sesto giorno. Sesto giorno
Luoghi dell'azione Sparta, nella reggia di Menelao; Itaca


NEL LIBRO PRECEDENTE

All'alba la nave di Telemaco giunge a Pilo, dove Nestore e i suoi, che stanno compiendo un sacrificio a Nettuno, ricevono amabilmente i forestieri. Alla fine del pranzo Telemaco rivela la sua identità e Io scopo del viaggio, Nestore tuttavia, pur raccontando le vicende occorse ad Agamennone e a Menelao nel loro ritorno da Troia, nulla sa di Ulisse, che ha lasciato nell'isola di Tenedo. Esorta pertanto il giovane a recarsi a Sparta, per interrogare Menelao. Il falso Mentore, sparendo alla vista in forma di aquila rivela a Nestore il suo vero essere. Al mattino seguente Telemaco e un figlio di Nestore, Pisistrato, partono in cocchio alla volta di Sparta; viaggiano tutto il giorno, e dopo aver pernottato a Fera, in casa di Diocle, all'imbrunire del giorno seguente sono in vista di Sparta.


I due giovani giungono a Sparta proprio nel giorno in cui si celebrano due matrimoni, della figlia di Menelao Ermione e del figlio Megapente; essi sono accolti al banchetto nuziale ospitalmente, benché ancora ignoti e, poiché ammirano le infinite ricchezze raccolte nella bellissima reggia, Menelao espone loro le lunghe sofferenze sopportate al ritorno da Troia, prima di poter giungere in patria con quelle ricchezze. Ricchezze, del resto, che mai potrebbero compensare la perdita del fratello Agamennone, di altri cari compagni e forse di Ulisse stesso? di cui egli non ha saputo più nulla.
Telemaco non riesce a trattenere le lacrime e Menelao se ne accorge, mentre anche Elena, che nel frattempo è entrata nella sala del banchetto, confessa al marito che uno di quei due giovani assomiglia stranamente ad Ulisse.
Pisistrato allora rivela l'identità dell'amico e la propria, aggiungendo che Telemaco viene in cerca di consiglio e di aiuto.
Si rinnova cosi il pianto per I'eroe infelice; Elena tuttavia, giacché il pianto non si addice ad un banchetto di nozze, infonde nelle tazze un nepente, che dà a tutti l'oblio dei mali. Finisce il convito con il racconto da parte di Elena e di Menelao di gloriose imprese di Ulisse.
AI mattino successivo Telemaco narra a Menelao dei Proci e gli chiede notizie del padre. L'Atride allora gli racconta che, durante il ritorno da Troia, egli era stato trattenuto lungamente nell'isola di Faro, presso la costa egiziana, dove sarebbe morto di fame se non l'avesse aiutato Idotea, la Ninfa figlia del Dio marino Proteo. Ella infatti gli rivelò come avrebbe potuto fare a costringere il padre - solitamente restio - a manifestargli il futuro, ed il vecchio Dio, ingannato mediante l'artifizio delle false foche suggerito e preparato dalla stessa Ninfa, gli aveva svelate le vie del ritorno e manifestata la sorte di altri eroi: Aiace d'Oileo morto in mare, Agamennone ucciso a tradimento, Ulisse trattenuto suo malgrado, senza più compagni né nave in un'isola, in mezzo al mare, dalla ninfa Calipso.
Finito il suo racconto Menelao prega l'ospite di voler trattenersi ancora qualche giorno con lui, promettendogli doni preziosi, ma Telemaco chiede licenza di partire subito e si congeda.
Ad Itaca intanto i Proci, che hanno saputo del viaggio di Telemaco, si preparano a tendergli un agguato, per ucciderlo al suo ritorno. Fatta consapevole da un araldo, che ha inteso le trame criminose dei pretendenti, anche Penelope viene a conoscenza del viaggio del figlio e, dopo essersi sdegnata con le ancelle, che non l'hanno avvertita, invoca con preghiere Minerva.
La Dea, apparendole in sogno, la rassicura sulla sorte del figliolo; mentre i Proci, imbarcatisi di notte su di una nave, si nascondono in un porto dell'isola Asteride, tra Itaca e Same, e ivi attendono il ritorno del giovane.

COMMENTO - In questo libro, I'ultimo della Telemachia e certamente il più poetico, duplice è la scena: a Sparta, per la maggior parte della narrazione, e ad Itaca verso la fine, dove il lettore viene condotto, per assistere a quanto sta accadendo prima ancora che vi giunga Telemaco, che è sempre il protagonista del canto.
Duplice la scena e diversa la vita che in quelle due residenze regali si conduce. A Sparta da due anni è tornato Menelao e con lui lo splendore, la tranquillità, I'intima dolcezza della famiglia. Il ricordo dei mali e delle angustie del passato, fa piangere si, ma non di un pianto cocente e quasi è dolce l'amarezza, che un nepente (pianta carnivora) vale comunque a cancellare, nel giorno in cui, dopo una lunga parentesi di morte e di terrore, la vita ha la sua celebrazione più naturale, nel matrimonio di due figli del re, Ermione e Megapente.
Ad Itaca Ulisse non c'è; il disordine ha invaso la reggia; non sfarzo di ricchezze e di prede, ma una modesta sostanza che ospiti indesiderati vanno consumando in banchetti e gozzoviglie, le quali stridono sinistramente col gran lutto che aleggia nel cuore di chi è rimasto fedele all'Assente.
E di lui, delle sue gesta, del suo grande cuore, della sua mente prodigiosa è ancora pieno il libro e l'introduzione di Ulisse, materialmente ancora assente dalla scena del poema, acquista in questo canto una realtà ancora piri viva che nei precedenti della Telemachia, per la affettuosa rievocazione di Menelao, nel gentile ricordare di Elena.
È questo ancora un canto di attesa, ma di attesa più fiducioso. Telemaco infatti coglie il frutto del suo gesto audace: ha saputo che suo padre è vivo, che sta lottando con un destino avverso, il quale lo tiene ancora lontano dalla patria; ma nel cuore del giovane si è ravvivata la speranza.
La disperazione di Penelope, invece, negli ultimi versi del libro, raggiunge il suo punto culminante, ora che anche il figlio I'ha abbandonata e senza che nessuno le dicesse nulla e gli infami Proci si apprestano ad ucciderlo, per eliminare anche l'ultimo ostacolo, inopinatamente grave, alla loro brama di amore e di ricchezza.
Ma la conclusione del libro si rasserena nel sogno della donna, soffuso di una divina speranza. Il prologo è finito e tutti quei motivi che siamo andati fin qui cogliendo in questi primi quattro libri, saranno sviluppati e diverranno, ognuno per conto proprio, grandissima poesia nei canti seguenti.


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ODISSEA

 NESTORE RACCONTA
LA PARTENZA PER SPARTA

LIBRO III

TempoNotte sul terzo giorno; quarto e quinto giorno fino a sera
Luoghi dell'azioneMare Egeo, Pilo, tragitto da Pilo a Sparta (Fera), Sparta


NEL LIBRO PRECEDENTE


Al mattino Telemaco, convocata l'assemblea, denuncia agli Itacesi i soprusi dei Proci, i quali per bocca di Antinoo ritorcono le accuse su Penelope, che da tre anni li inganna con lo stratagemma della tela. Il giovane tuttavia difende la madre ed invoca sui Proci la maledizione degli Dei. L'indovino Aliterse interpreta funestamente per i Proci l'apparizione di due aquile in lotta tra di loro, ma Eurimaco lo fa tacere, minacciandolo. Telemaco chiede invano una nave per recarsi in cerca del padre; l'assemblea si scioglie ed il giovane, sulla riva del mare, invoca Minerva che prontamente gli appare assicurandogli il suo aiuto. Difatti, mentre Telemaco fa i preparativi per la partenza, ella gli appresta nave e rematori e quindi, sotto le spoglie di Mentore, s'imbarca con lui; il vento sospinge quindi propizio la nave verso Pilo.


È I'alba quando la nave giunge a Pilo, dove sulla spiaggia Nestore e i suoi stanno celebrando un grande sacrificio a Nettuno; i due ospiti, amabilmente accolti, vengono invitati a sedere a mensa e a partecipare alla sacra libagione.
Finito il pranzo, su richiesta di Nestore, il giovane Telemaco dichiara di essere figlio di Ulisse e di aver compiuto quel viaggio per avere notizie di suo padre. Il vecchio re, commosso, ha parole di stima per l'eroe itacese, del quale tuttavia non sa più nulla dal giorno che lo lasciò nell'isoletta di Tenedo; egli fa quindi la storia di quel glorioso ritorno, pieno di avventure; dopo la caduta di Troia alcuni dei Greci si fermarono con Agamennone per placare l'ira di Minerva, divenuta ostile; altri invece, con Menelao, partirono subito. Tra essi Io stesso Nestore, Diomede ed Ulisse. Giunto a Tenedo, tuttavia, Ulisse cambiò idea e volle tornare a Troia, per ricongiungersi con Agamennone.
Nestore continua il suo racconto: quelli che erano partiti subito insieme a lui raggiunsero presto le loro terre, salvo Menelao, il quale, fermatosi al capo Sunio, per dare sepoltura ad un suo nocchiero morto durante il viaggio, fu successivamente colto da una tempesta che ne disperse le navi e lo gettò sulle coste d'Egitto. Neppure Agamennone come si seppe, ebbe un felice ritorno, giacché giunto in patria fu ucciso da Egisto il quale, a sua volta, fu punito di morte da Oreste.
Poiché I'ultimo a tornare era stato Menelao, il vecchio re esorta Telemaco a recarsi a Sparta, dove più facilmente potrà avere qualche notizia di suo padre.
Trascorre cosi l'intero giorno ed il finto Mentore, poiché sta scendendo la sera, prega il re di concludere il sacrificio, dopo il quale egli e Telemaco si ritireranno nella nave a riposare. Nestore si oppone e vuole che gli ospiti dormano nella sua reggia; Mentore tuttavia, esortando Telemaco ad accettare, afferma che egli deve per forza recarsi alla nave, per rianimare i compagni.
Quindi, pregato il re di concedere per il mattino seguente a Telemaco un cocchio ed un suo figliolo, che I'accompagni a Sparta, sparisce improvvisamente come aquila, tra lo stupore dei presenti; ma Nestore, riconosciuta nel falso Mentore Minerva, le rivolge una riverente preghiera, ordinando che al mattino seguente le si offra in sacrificio una giovenca.
All'alba del nuovo giorno si compie il sacrificio; la biga viene preparata e fornita di vettovaglie e Telemaco è accompagnato nel suo viaggio da Pisistrato, figliolo del re. I due viaggiano per l'intera giornata, giungendo al tramonto a Fera, dove alloggiano nella casa di Diocle. Ne ripartono il mattino seguente e, verso l'imbrunire, sono a Sparta.

COMMENTO - Nel terzo libro non ritroviamo ancora la grande poesia di Omero, anche se la cornice religiosa del canto richiama alla mente certi sentimenti largamente diffusi nell'Iliade, tra le pause della battaglia.
Ritroviamo invece un dolce personaggio, con le stesse caratteristiche che ce lo hanno fatto amare nel primo poema: Nestore. Sacra ospitalità, ossequio agli Dei nella intimità della famiglia, manifesta gioia di ricordare, di raccontare, di parlare. Sono tutti gli attributi e i sentimenti, le note spirituali che hanno fissato nella nostra memoria il Nestore della guerra di Troia, ancora e sempre proverbialmente saggio.
E il vecchio indugia piacevolmente a parlare di Ulisse, un altro saggio che per tante analoghe virtù a lui s'avvicina e Telemaco, anche se nulla di concreto gli è dato sapere sulla sorte del padre, di lui ode parlare da chi ne fu compagno d'arme, d'ardimento e di assennata astuzia. E nelle parole di Nestore, quasi una ouverture nel fascinoso racconto delle vicende di Ulisse narrate nei canti V-XII, trovano largo spazio i ritorni degli eroi da Troia. Ritorni di Nestore stesso, di Pirro, di Filottete, di Idomeneo e, più tragico di tutti, il ritorno di Agamennone, nel quale le note più salienti sono quelle del tradimento di Egisto e della vendetta di Oreste. Una situazione che fa pensare a Itaca, ai pretendenti, alla forza che il giovinetto Telemaco va cercando, sull'esempio di Oreste, perché la giustizia trionfi anche nella propria casa, insidiata dai Proci.
II canto, che s'è aperto con una grandiosa scena di sacrificio in riva al mare, si chiude pure con una particolareggiata cerimonia propiziatoria a Minerva, che la sera precedente, uscendo dalla falsa immagine di Mentore, si è mostrata a tutti nella sua vera essenza
In questa atmosfera di fiduciosa speranza Telemaco parte alla volta di Sparta con Pisistrato; due giovani che appena si sono conosciuti, ma la cui amicizia è cementata da quella sincera dei loro padri, rivissuta nelle memori parole di Nestore; la figura di Ulisse, anche in questo libro, è presente e andrà via via sempre più concretizzandosi nel canto seguente, per le parole di Menelao.


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ODISSEA

 L'ASSEMBLEA
 L' INGANNO DELLA TELA
IL PRODIGIO DELLE AQUILE
TELEMACO SI ACCINGE ALLA PARTENZA
 LA PARTENZA

LIBRO II

Tempo: Secondo giorno dall'inizio del poema e notte sul terzo
Luoghi dell'azione: Itaca


NEL LIBRO PRECEDENTE

Il poema s'apre con l'invocazione e la protasi. Sull'Olimpo Minerva,approfittando dell'assenza di Nettuno, perora la causa di Ulisse, l'unico eroe tra i Greci reduci da Troia, che ancora non abbia raggiunto la propria patria la Dea ottiene cosi da Giove che Mercurio, recatosi da Calipso, la induca a lasciar partire Ulisse. Ella poi, prese le sembianze di Mente, si presenta a Telemaco, ne è accolta ospitalmente e, mentre i Proci gozzovigliano, consiglia al giovane, dopo avergli assicurato che suo padre è vivo, di recarsi a Pilo e a Sparta, per chiedere notizie di lui. Ciò detto la Dea sparisce e Telemaco, stupefatto, si accorge della teofania. Femio, intanto, rallegra i Proci, cantando sulla cetra il ritorno degli eroi da Troia. Penelope vorrebbe indurlo ad altro canto, ma Telemaco, con piglio autoritario, invita la madre a risalire nelle sue stanze; il giovane annuncia quindi ai Proci per il giorno seguente l'assemblea del popolo e infine, accompagnato dalla nutrice Euriclea, raggiunge la propria stanza.


Al mattino seguente Telemaco, bello come un Dio e accompagnato da due superbi cani, si reca all'assemblea; gli anziani di Itaca gli cedono il trono del padre e il venerando Egizio chiede per primo per quale motivo fosse stata radunata l'assemblea, ciò che da molti anni non avveniva.
Telemaco risponde. Due mali lo affliggono: la morte del padre e lo sperpero che i pretendenti di sua madre fanno delle sue sostanze; lo aiutino i vecchi itacesi a cacciare costoro e non lo abbandonino.
Si alza quindi a parlare Antinoo, il capo dei Proci. La colpa di tutto è solo Penelope, che da tre anni inganna i principi con lusinghe e disfà di notte quella tela ch'ella va tessendo di giorno, perché sia mantello funebre al vecchio Laerte, finita la quale ha promesso che sposerà. Rimandi dunque Telemaco la madre al padre Icario ora che la tela è finita, perché egli le scelga un nuovo marito.
Ma il giovane, replicando, asserisce che mai caccerà dalla reggia la madre; quanto ai Proci poi, se avessero deciso di dar fondo a tutti i suoi beni, Giove avrebbe pensato un giorno a farne vendetta, arrossando del loro sangue la reggia. Ed ecco che, a quelle parole, due aquile in cielo si feriscono e insanguinano a vicenda; l'indovino Aliterse presagisce rovina per i Proci e prossimo il ritorno di Ulisse, ma Eurimaco, fattolo tacere, Io minaccia e si dichiara certo della morte del re. Quindi egli ribadisce più irosamente le idee già espresse da Antinoo.
Allora Telemaco fa una proposta e chiede un anno di tempo: gli concedano una nave, per andare alla ricerca del padre; ma la richiesta, pur caldeggiata dal vecchio Mentore, fedele amico di Ulisse, cade nel vuoto. Anzi, Leocrito, un altro dei Proci, scioglie l'assemblea.
Telemaco, avvilito, portatosi sulla riva del mare, invoca Minerva che tosto gli è a fianco sotto te specie di Mentore e gli assicura il suo appoggio, dandogli istruzioni per la partenza. Il giovane, allora, ritorna alla reggia, ordina ad Euriclea di preparargli le provviste, ma di non fare cenno del viaggio alla madre.
Minerva, frattanto, ha allestito la nave e procurato i rematori. Avviene la partenza; Telemaco e il finto Mentore siedono a poppa, mentre un vento favorevole gonfia le vele e i marinai, lasciati i loro banchi, possono libare agli Dei.

COMMENTO - È questo il primo dei tre libri dedicati a Telemaco, che in esso trova, quale personaggio, una sua determinazione umana e poetica.
Il divino influsso della Dea ha investito l'anima del giovane, il quale, già uomo nel portamento e nell'aspetto, lo diventa gradatamente nel modo di pensare, di esprimersi, di agire.
E si giunge all'assemblea degli Itacesi, che di tutto il canto costituisce il centro poetico; un'assemblea drammatica per le passioni che vi affiorano, traverso il discorso schietto, immediatamente spontaneo, disperato del giovane, che nella propria inesperta ed ardimentosa giovinezza ha trovato finora le remore all'estrinsecazione del suo sdegno e del suo desiderio di vendetta verso gli ingordi pretendenti, ma anche, ora, una spregiudicata sincerità di espressione che non può alla fine non impressionare i Proci pur sprezzanti di quella giovanile baldanza, meravigliati per quella improvvisa ostentazione di coraggio, certi tuttavia che Ulisse è morto e mai più farà ritorno alla sua terra.
Anche se negli Itacesi che hanno ascoltato non nasce un sufficiente incentivo all'azione (che troppi e troppo tracotanti sono, soprattutto, i Proci), resta tuttavia in loro la sensazione di ingiustizia che si va perpetrando ai danni di Penelope, del figlio, di Lui, I'Assente che potrebbe tornare, che tornerà se le parole di Aliterse, presago, hanno colto nel segno, interpretando il prodigio delle due aquile.
L'assemblea tuttavia non si conclude; Leocrito improvvisamente la scioglie, dopoché i Proci hanno ritorto le accuse del giovane principe sulla stessa Penelope, che proprio dalle parole di Antinoo riceve, indirettamente, la più alta lode per la sua onesta fedeltà ad Ulisse.
La seconda parte del canto sviluppa in sordina, tra le risa sarcastiche del banchetto alla reggia, nella preghiera di Telemaco a Minerva sulla riva del mare, nei segreti ed ansiosi preparativi di partenza, quel senso di attesa, di paziente trepidazione che aleggia per tutto il libro: Ulisse è ancora lontano dalla sua casa, ma già diverrà sempre più il protagonista del canto nelle memori parole del vecchio Nestore, nella reggia di Pilo, verso la quale veleggia, con vento propizio, la nave di Telemaco, alla fine del libro.


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ODISSEA - Riassunto e commento 1° libro (Odyssey - Summary, comment of the 1st book)



ODISSEA

INVOCAZIONE E PROTASI
A GLI DEI A CONCILIO
MINERVA E TELEMACO
PENELOPE
EURICLEA

LIBRO I

Tempo: Un giorno del ventesimo anno dalla partenza di Ulisse per Troia
Luoghi dell'azione: Olimpo; reggia di Ulisse ad Itaca.


Il poema, come già l'Iliade, si apre con l'invocazione alla Musa; segue la proposizione o protasi, I'argomento cioè che il poeta si accinge a cantare: le avventure di Ulisse, costretto da una forza avversa a vagabondare sui mari e ad affrontare gravi pericoli, per salvare se stesso e i compagni.
Ormai gli eroi reduci dalla guerra di Troia sono tornati alle loro case. Il solo Ulisse è ancora lontano da Itaca, trattenuto nell'isola di Ogigia dalla ninfa Calipso, che vorrebbe farlo suo sposo. Gli Dei ne hanno sinceramente pietà, salvo Nettuno, cui Ulisse ha accecato il figlio Polifemo. Ma un giorno, sull'Olimpo, approfittando dell'assenza del Dio del mare, Minerva perora la causa dell'eroe itacese e ottiene da Giove il consenso che Mercurio, recatosi da Calipso, le ingiunga di lasciar libero Ulisse, mentre ella scenderà nell'isola di Itaca, per confortare Telemaco e per consigliarlo di recarsi a Pilo e a Sparta, in cerca di notizie del padre.
La Dea, postisi i talari d'oro ai piedi, vola ad Itaca e si arresta sulla soglia della reggia sotto l'aspetto umano di Mente, condottiero dei Tafi ed antico ospite di Ulisse. Il giovane Telemaco si avvede del forestiero e lo introduce nella reggia, mentre i Proci, come al solito, si accingono a banchettare. Telemaco ed il finto Mente si appartano, un po' discosto dagli altri, e parlano. Il giovane esterna al vecchio le sue apprensioni per la sorta del padre e si lamenta dell'odioso comportamento dei Proci; l'ospite lo incoraggia a sperare ancora e lo esorta a recarsi a Pilo, dal re Nestore e a Sparta da Menelao, per chiedere notizie del padre.
La Dea, quindi, sparisce d'incanto e cosi il giovane si rende conto della teofania, che lo lascia stupefatto.
Il banchetto dei Proci viene intanto rallegrato dall'aedo Femio, che canta, sulla cetra, il ritorno degli eroi da Troia; lo ode dalle sue stanze Penelope e scende nella sala, accompagnata da due ancelle, per invitare l'aedo a cambiare il soggetto delle sue canzoni, ché quegli argomenti cosi tristi troppo la addolorano.
.Ma il figliuolo la esorta a ritornare alle sue stanze, con tono insolitamente autoritario, e annuncia ai Proci che all'indomani riunirà l'assemblea degli Itacesi, per protestare pubblicamente contro la loro prepotenza di ingordi pretendenti. I principi tentano di reagire per bocca di Antinoo e di Eurimaco, ma poi, calata la sera, tornano alle loro case.
Anche Telemaco, accompagnato dalla vecchia nutrice Euriclea, si reca nella sua stanza; non riesce tuttavia a prender sonno e per tutta la notte ripensa ai consigli che gli sono stati dati dall'ospite circa il viaggio che intende fare a Pilo e a Sparta.

COMMENTO - Chi, avendo già letto l'Iliade, apra l'Odissea a questo primo canto si persuaderà presto che i due poemi si presentano in maniera del tutto diversa. Rapido, incisivo, ardente il prologo dell'Iliade; lento, indefinito, pacato quello dell'Odissea.
I motivi poetici delle due opere non sono gli stessi, lo si avverte subito; e - diciamolo pure - mentre l'Iliade ci aveva presi nel vortice dell'azione, delle passioni sublimi, partigiani volenti o nolenti dei "nostri" personaggi, nell'Odissea l'inizio è più monotono e pare che il poeta indulga ad una necessità artistica piri che poetica, la presentazione dell'ambiente, in funzione di coloro che ne saranno i protagonisti.
II discorso si potrebbe ripetere per i primi quattro libri, quelli cosiddetti della Telemachia, in quanto appunto Telemaco è al centro dell'azione, un Telemaco che si libera dagli impacci e dalle remore spirituali e morali della sua giovane età, per diventare uomo, con l'aiuto di Minerva, ma soprattutto sull'esempio del suo grande padre, ch'egli scopre spiritualmente, prima ancora di averne notizia da Nestore e Menelao, nel viaggio a PiIo e a Sparta.
Ma per restare a questo primo canto si osservi il concilio degli Dei; anche essi, per quanto creature superiori, risentono della diversa atmosfera del poema, che non è più I'ardente celebrazione delle passioni spinte al loro vertice, ma un più maturo e sereno ripensamento della vita umana, al quale forse il lettore con maggior diffidenza e meno entusiasmo si accosta, ma dal quale il suo animo verrà più saldamente soggiogato col trascorrere dei versi, col passare dei canti.
Dall'Olimpo agli occhi nostri si schiude la scena di Itaca e della reggia di Ulisse. L'eroe non c'è; già lo sappiamo. Ma il dolore di Penelope, che Omero ci fa appena intravvedere con tratti di sublime poesia, I'ansia giovanile di Telemaco, il disordine politico, l'incipiente anarchia che schiude la via alle prepotenti ingordigie dei Proci, tutto insomma ne accresce il rimpianto e crea quell'aria di trepida attesa, di tormentata aspettazione, quella sensazione di vuoto, che presto diviene certezza di ritorno.
Ulisse non c'è ancora, ma tutto ci parla di lui. Quando Io incontreremo per la prima volta nel corso del quinto libro, seduto sulla spiaggia della bellissima isola Ogigia, egli con gli occhi velati di lacrime guarderà oltre l'orizzonte, I'animo proteso alla sua patria rupestre. Non è lungo il tratto che ci divide da lui in questi primi canti, anche se I'ira non ancor spenta di Nettuno, lo tiene tuttora lontano dalla sua isola.


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